A SINISTRA
NELLA REGIONE ROSSA
Interventi e progetti di legge
di Carlo Coniglio (1975-1980)
A SINISTRA NELLA REGIONE ROSSA
Interventi e progetti di legge
di Carlo Coniglio (1975-1980) (»)
(*) a cura del Gruppo Indipendente di Sinistra
della Regione Emilia-Romagna
PREFAZIONE
Il gruppo che ha operato insieme a Carlo Coniglio, consi-
gliere regionale dell’Emilia-Romagna, ha, si può dire, le
sue prime radici in quei movimenti popolari del luglio
del 1960, quando per la prima volta dopo un decennio di
regime Degasperiano sostanzialmente incontrastato le
«magliette a righe», con un'esplosione di piazza piuttosto
inusitata, impedirono — a Genova, poi a Reggio Emilia,
ecc. — che si celebrasse un congresso del MSI e che si
consolidasse un tentativo di Governo appoggiato a destra
(Tambroni). Dopo quei mati di piazza nacquero, con la de-
cisa emarginazione delle destre estreme, il Governo delle
«convergenze parallele» e, subito dopo, il centro sinistra;
ma, ben più al di là di questo, nacque una consapevolezza
delle forze giovanili decisamente nuova per il nostro pae-
se che non le aveva viste direttamente impegnate
nell’arengo politico dagli anni della resistenza, nella pro-
spettiva di una saldatura fra operai e studenti, una consa-
pevolezza che condusse parte dei giovani a militare nelle
file del PSI, come «alternativa» alla DC, e successivamen-
te a scegliere senza esitazione la scissione, pochi anni do-
po, del PSIUP, come forma di protesta costruttiva contro
un tentativo di stabilizzazione governativa di stampo
moro-fanfaniano, basato sulla rottura della sinistra.
Dopo gli anni '64 il fuoco covava sotto la cenere, fino
all'incendio nel 1968, che portò alla luce del sole quelle
braci ardenti, che introdusse certamente nel nostro mon-
do giovanile, e non solo giovanile, nuovi costumi di vi
re, che aprì molti più spazi di libertà di quanti non avesse
erto aperto il centro sinistra con la nazionalizzazione
ell'industria elettrica. Il '68 vide — in modo forse più
he altro potenziale, ma assai accentuato — quella salda-
ura fra operai e studenti che i primi anni '60 avevano
reconizzato.
dramma, di cui stiamo oggi vivendo le amare conse-
uenze, fu che la classe politica della sinistra, ivi compre-
so il PSIUP, non seppe accorgersi dell'importanza del
movimento sessantottesco; è forse l’unica volta in Italia,
dopo la resistenza, che si può parlare di un «riflusso mo-
derato», in quanto contrapposto ad un precedente «flus-
so progressista». Tutte le altre volte che ci si riferisce a
questo frasario — e nella terminologia politica corrente
ton
Evo
[tie]
se ne fa un grand’uso — si adopera un luogo comune:
tranne che nella resistenza e nel ’68 il flusso progressista
non c’è mai stato, ed il leggendario Cipputi della vignetta
di Altan lo mette efficacemente in rilievo. Oppure, andan-
do più a fondo, è vero che «ci siamo persi il flusso pro-
gressista», perchè quelle pochissime volte che c'è stato
noi — classe politica — non abbiamo saputo avvederce-
ne, e negli anni successivi al '68 abbiamo scambiato un
grosso fenomeno sociale per un'estemporanea uscita di
turbolenza giovanile, da assorbire senza nulla cambiare.
Nel giugno del 1972 vedemmo con amarezza la fine del
PSIUP, condannato — per il mancato raggiungimento del
quorum parlamentare — da una politica subalterna che
sso aveva adottato e della quale Lelio Basso aveva già da
alcuni anni saputo rilevare l’inconsistenza. La maggio-
ranza approdò al porto del PCI, mentre una minoranza,
guidata da Vittorio Foa, pensò di poter continuare
nell'esperienza di una politica autonoma a sinistra del
PCI, costituendo il PDUP. È della fine di quell’anno la fu-
sione del primo PDUP con l’MPL (il quale a sua volta na-
sceva, per un fenomeno analogo a quello dei reduci
psiuppini, da una scissione autonomistica dei giovani
cattolici che — in parte — hon avevano voluto seguire Li-
vio Labor nelle file del PSI). Fu, questa, fra PDUP e MPL,
l’unica operazione «fusion-scissionistica» andata vera-
mente in porto; almeno a Bologna, tant'è che ancora oggi
il gruppo indipendente di sinistra della regione Emilia
Romagna, che ha fatto riferimento al consigliere Coni-
glio, si basa prevalentemente su forze provenienti dall'ex
PL.
A oramo così, attraverso l'unificazione fra PDUP e Ma-
nifesto, alle elezioni amministrative del 1975, a quel gros-
so successo della sinistra che non fu sfruttato, e così —
nel piccolo della nostra esperienza — all'elezione in Con-
siglio regionale di Carlo Coniglio, che già era stato pre-
sente nel Consiglio provinciale di Bologna in rappresen-
tanza del PSIUP, e nel Consiglio comunale prima per il
PSIUP poi per il PDUP. Cominciano qui i cinque anni
dell'esperienza di questo gruppo che ha portato un con-
tributo, sia pur modesto ma consistente, nella costruzio-
ne — da sinistra della sinistra — di qualche nuovo rap-
porto politico in Emilia-Romagna. È
Parte della esperienza è documentata in questo volumet-
to, dal quale si può evincere l’attenzione per i problemi
concreti di questa monorappresentanza consiliare, che
prima si presentò come PDUP per il comunismo, poi co-
me Democrazia proletaria e infine come Gruppo di Sini-
stra indipendente, sempre nel filone dello stesso discorso
unitario di una dialettica costruttiva da sinistra della si-
nistra. In realtà, di fronte alla fantasmagoria delle sig
partitiche con le quali, dal PSI degli anni '60 alla DP degli
anni '77 — e degli ancora incompresi fermenti giovanili
del marzo —, questo Gruppo si è presentato, va notat
che non siamo stati noi a «trasvolare» i partiti, ma son
stati i partiti a «trasvolare» noi, dal momento che le
istanze di base sono sempre le medesime, e dato che la
nostra scelta finale di una Sinistra indipendente non ha
nulla a che fare con le vecchie scelte delle mosche coc-
chiere della sinistra storica, poichè la nostra «indipen-
denza» non significa certo l’ormeggio della barca in un
porto relativamente tranquillo, ma il riconoscimento che
oggi come oggi l’innegabile spazio politico esistente alla
sinistra del PSI e del PCI non può essere colmato anche
per il miope boicottaggio della sinistra, istituzionale e
per la incapacità della nuova sinistra con esperienze di ti-
po partitico. Siamo arrivati, in altre parole, a intravedere
la probabile inconsistenza delle scissioni, anche se il giu-
dizio non riguarda soltanto quelle del '64 e del '72, ma an-
che quella di Livorno del 1921. :
I pochi interventi e scritti raccolti in questo libro mostra-
no dunque l'impegno, quasi sempre scaturito da un'’ela-
borazione collegiale, di queste forze indipendenti di sini-
stra, che nella regione Emilia-Romagna hanno ritenuto di
poter fare dei temi della politica delle autonomie regio-
nali un cavallo di battaglia delle forze progressiste. In tal
senso sono illuminanti i contributi relativi alla politica
regionale in generale e alla 382 in particolare, dove l’inte-
resse per i problemi istituzionali si sposa con un’atten-
zione alle esigenze delle masse. Si vedano poi i contributi
relativi alla sanità, all'ordine pubblico e soprattutto i
progetti di legge, che mostrano in una svariata serie di
argomenti l'impegno del Gruppo indipendente di sinistra
per un'unificazione delle forze proletarie (vedansi le pro-
poste sul parco dell’Acquacheta, sulle case sfitte o
sull'energia solare), e per una saldatura tra esse e le com-
ponenti radicali della borghesia più avanzata (vedansi i
progetti sul referendum, sugli handicappati, o — da ulti-
mo — quello sul collegio per la difesa civica). Guido Pini
Sul documento programmatico
e la formazione della giunta PCI-PSI
(22 luglio 1975)
CONIGLIO: Signor presidente, colleghi consiglieri, il do-
cumento programmatico presentato dal Partito comuni-
sta e dal Partito socialista a base del governo della Regio-
ne Emilia-Romagna parte, giustamente, da un giudizio
sul voto del 15 giugno, sottolineando il significato che es-
so assume nel paese, come esigenza delle masse di un
profondo mutamento nei rapporti politici e sociali.
Credo che ormai da ogni parte politica si sia coscienti di
questo, salvo darne ciascuna forza una propria interpre-
tazione cercando di collocare il risultato nel quadro di
scelte politiche, di metodi, di contenuti che in grandissi-
ma parte risultano ormai superati dalla gravità della cri-
si economica e sociale che colpisce il paese, dalla crisi di
egemonia, della Democrazia cristiana, dal profondo si-
gnificato innovatore assunto dalle lotte del '68-'69 ad oggi
tra le masse lavoratrici, i giovani, le donne, nell'esercito,
nella magistratura, che hanno profondamente sconvolto,
con i loro contenuti, vecchi modi di comportamento, vec-
chi modi di pensare, a favore di nuovi modi di vivere, di
lavorare, di partecipare e di lottare.
Il voto del 15 giugno, che viene dopo la storica (e sottoli-
neo storica) vittoria nel referendum sul divorzio e la
sconfitta democristiana nel Trentino e in Sardegna sotto-
linea questi aspetti. È un voto contro il sistema di potere
della Democrazia cristiana, ha un forte contenuto antica-
pitalistico, vuole esprimere l'esigenza di mutamento non
solo di masse di lavoratori ma anche di strati intermedi
colpiti dalla crisi di fondo del sistema, esprime l'esigenza
di una alternativa di potere e di governo; apre per noi, di
fronte alla sinistra, ed è come una sfida per la sinistra, il
problema della transizione ad un sistema sociale diverso,
ad un sistema socialista, per uscire da tale crisi profonda
del sistema capitalistico.
Il fatto che a beneficiare in grandissima parte dell’avan-
zata a sinistra sia stato il Partito comunista e non il Parti-
to socialista, dimostra, come già dicemmo ieri, che le
masse non hanno voluto premiare chi per anni ha gover-
nato in modo subalterno con la Democrazia cristiana.
Il voto è andato in gran numero al Partito comunista ita-
liano, al partito che viene visto dalle masse come il perno
di una politica di alternativa, che affonda la sua storia in
grandi lotte popolari e da cui le masse si aspettano ulte-
riori lotte per vedere risolti i propri problemi con una ca-
pacità di battere il sistema di potere democristiano.
Non crediamo, a questo proposito, che le masse si riter-
rebbero gratificate dal successo elettorale del PCI o da
una sua legittimazione nella cosiddetta area di governo
che sembra essere la preoccupazione prevalente della li-
nea del compromesso storico; crediamo che vogliamo
ben di più e non certo i piani di emergenza, ma concrete
risposte sul terreno dei prezzi, dei salari e della occupa-
zione.
Nella complessità di voti di fiducia dati al Partito comu-
nista la componente di massa che vive profondamente la
crisi e che vuole cambiamenti sostanziali contro la politi-
ca della Democrazia cristiana è per noi nettamente pre-
valente.
In questo quadro anche il nostro risultato, come Partito
di unità proletaria, va valutato; è un risultato per noi im-
portante, che vale doppio per una forza come la nostra,
fuori dalle istituzioni, giovane, senza mezzi, attaccata a
fondo sul terreno della dispersione del voto; è il primo ri-
conoscimento ad una forza che si batte per l’unità fra la
nuova sinistra e la sinistra storica sul terreno, per noi or-
mai maturo, dell’alternativa di potere e di governo delle
sinistre al regime della Democrazia cristiana.
Anche il risultato del voto in Emilia-Romagna va valuta-
to: la maggioranza assoluta al PCI, l'avanzata del PSI,
l'affermazione nostra. Ciò rappresenta certo l’espressio-
né di un giudizio positivo sul modo diverso di ammini-
strare delle sinistre, ma anche la presa di coscienza ulte-
riore, da parte dei lavoratori, dei giovani, di strati inter-
medi, di un sempre più necessario mutamento politico
generale nella direzione del paese.
Una indicazione fondamentale, per noi, sul ruolo che le
masse emiliano-romagnole vogliono esprimere ai fini di
una trasformazione nazionale del sistema di potere e dei
rapporti politici e sociali, ponendo, un problema di fon-
do, quello di come utilizzare i livelli di potere e di massa
conquistati in Emilia-Romagna, gli stessi livelli istituzio-
nali controllati dalle sinistre ai fini di una linea alternati-
va al potere padronale e democristiano e non di mediazio-
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ne interclassista e di vertice con il governo e con la Demo-
crazia cristiana.
Nella nostra regione, infatti, la crisi del sistema e le scel-
te padronali e governative cominciano a far sentire pe-
santi effetti, il settore di piccole e medie aziende, nato nel
periodo della crescita, sull'onda consumistica e con lo
sfruttamento accentuato della forza lavoro, sta entrando
in difficoltà, mentre la politica di restrizione del credito
alla stessa piccola e media azienda, all'artigianato, alla
cooperazione, in diversi comparti, ha rallentato l’attività
produttiva, provocando un ricorso alla cassa integrazio-
ne, a licenziamenti, al decentramento produttivo, con la
crescita del lavoro a domicilio.
È in pauroso aumento la disoccupazione intellettuale e
giovanile. Da dati sindacali risulta un orientamento del
padronato ad investire in alcuni settori che lavorano con
’estero ma ristrutturando il processo produttivo con il
ricorso a forme di decentramento, di lavoro a domicilio,
non ampliando i livelli di occupazione e colpendo il pote-
re sindacale e dei lavoratori.
Una crisi pesante investe anche il settore della agricoltu-
ra per l'alto costo dei macchinari e delle materie prime,
per la mancanza di credito agevolato, di modo che non
vanno avanti iniziative progettate nel campo della zootec
nia, di altri settori agricoli e vi è abbandono dell'attività
in alcune zone.
Un notevole rallentamento vi è nel settore edilizio, in
quello dei lavori pubblici, con crisi nei comparti delle
piastrelle, del legno, eccetera. Il caro-vita ha tassi sempre
elevati. La natura della crisi è quindi tale, e ormai lo rico-
noscono quasi tutti, da colpire quella che è stata definita
«la diversità positiva» dell’Emilia-Romagna; anzi, la
struttura tipica emiliana composta di piccole e medie
aziende è oggi soggetta, in diversi comparti, in modo più
forte alla crisi e alla stagnazione per la riduzione di certi
consumi.
Si apre qui il problema di come rispondere, come sini-
stra, a livello generale ed anche regionale, ad una situa-
zione di questo genere, e ciò investe problemi di linea che
riguardano il movimento, gli strumenti e le forme di lot-
ta, la azione sindacale, di massa, le alleanze, l’unità città-
campagna, tra nord e sud, il ruolo delle istituzioni eletti-
ve a maggioranze di sinistra. .
Ecco, sul ruolo delle istituzioni elettive a maggioranza di
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sinistra noi, come Partito di unità proletaria, riteniamo
non rispondente alla crisi di fondo del sistema, alla crisi
della Democrazia cristiana e al risultato del 15 giugno la
scelta politica delle cosiddette nuove intese democrati
che, dell'apertura delle maggioranze di sinistra alla De-
mocrazia cristiana, al Psdi e al Pri, privilegiando una
scelta di vertice, di schieramento, ritenendo possibile
una collaborazione a livelli di mediazioni riformistiche
con tali forze politiche di fronte alla gravità della crisi in
atto.
Noi riteniamo che la risposta debba essere un’altra, che
le maggioranze di sinistra debbano non solo saldarsi al
lotte di massa, ma essere stimolatrici di tali lotte, con
progetti di intervento realistici, che divengano obiettivi
di lotta e quindi fatti crescere e costruiti dal basso, a li
vello di zona, a livello di comprensorio, e non con vaghi
progetti molto simili spesso alle enunciazioni governati
ve nazionali; questi progetti, per la loro realizzazione, per
i mezzi finanziari occorrenti debbono divenire terreno di
lotta da parte delle forze sociali che sono colpite dalla
crisi, partendo naturalmente dalle esigenze degli strati
meno abbienti, costruendo una risposta all'attacco pa-
dronale e governativo che viene portato prima di tutto
sul terreno dell'occupazione e dell'aumento del costo del-
la vita. Questo governo, in definitiva, è il principale ali-
mentatore del carovita; in questi mesi sono state aumen-
tate tutte le tariffe possibili ed immaginabili, e non a caso
noi troviamo una rispondenza enorme nelle nuove forme
di lotta che noi sollecitiamo, tipo quella dell’autoriduzio-
ne delle tariffe, che è una forma di lotta, che assume se
assunta dal sindacato, un significato quale quello che
aveva lo sciopero nei primi anni del secolo, una lotta che
paga. Non è possibile vedersi continuamente eroso
dall'aumento delle tariffe, senza avere discusso e contrat-
tato scelte di fondo, investimenti, il salario, le pensioni,
come vedono oggi i lavoratori che scelgono appunto ed
approvano tale forma di lotta con la quale, noi diciamo, si
devono saldare anche gli enti locali retti dalle forze di si-
nistra.
Perchè non è possibile — ad esempio — che gli enti locali
vadano ad aumenti delle tariffe del gas senza entrare e di-
scutere nel merito la politica dell'ENI, della SNAM, e di
quella che è la gestione di questa azienda per cui, se non
ci si collega alle masse che rifiutano questi aumenti tarif-
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fari, che chiedono una nuova politica dell’energia, noi
non sapremo rispondere a quelle che sono le esigenze che
oggi vengono avanzate a tali livelli.
Quindi noi riteniamo che prima di tutto le intese debbano
essere fatte con queste forze sociali che sono colpite dalla
crisi, su questi contenuti, sui quali andare ad un confron-
to, ad una lotta democratica con quelle forze politiche
che hanno la responsabilità della crisi economica ed isti-
tuzionale che colpisce il nostro paese, come modo per fa-
re esplodere le contraddizioni dentro queste forze; per-
chè la democrazia cristiana è in prodonda crisi; il Partito
repubblicano vive anch'esso una profonda crisi e non
parliamo della socialdemocrazia.
Io credo che debbano essere incalzate queste forze politi-
che per liberare veramente forze che sono disponibili ad
una alternativa sul piano politico e di sistema.
In questo senso allora, come partito di unità proletaria,
riteniamo che debba anche mutare il modo di gestione
degli enti locali e della regione da parte delle forze di si-
nistra, attraverso appunto un più diretto rapporto con le
masse colpite dalla crisi. Ecco perchè, per noi, ieri assu-
meva significato politico il fatto che la presidenza del
Consiglio, la presidenza delle commissioni venissero ri-
solte in un certo modo, perchè l'ente regione, che è l'ente
che ancora vive un maggiore distacco dalle masse, ha bi-
sogno di diventare una realtà per i cittadini, per i lavora-
tori. E quindi ha senso anche il modo come l'ente regione
si colloca in questo quadro, favorendo quindi la crescita
di un blocco sociale antagonistico alle scelte del padrona-
to e della democrazia cristiana, che oggi sono le scelte
della disoccupazione e del caro vita. Questo infatti è
l’unico giudizio che si può dare sulla politica governati-
va.
E aprendo allora con il Governo, con il suo centralismo
un vero e proprio scontro, senza il quale è illusorio pen-
sare di modificare i rapporti di potere e avere i mezzi fi-
nanziari per rispondere ai bisogni collettivi, basti pensa-
re all'attuale situazione di sfascio del sistema fiscale.
In questo senso io non condivido il discorso generico che
si fa sul ruolo dell'ente locale; ormai è dai tempi del
centro-sinistra, da quindici anni che ci sentiamo ripetere
queste cose, che l’ente locale non si colloca nè pregiudi-
zialmente a favore, nè pregiudizialmente contro lo Stato;
bisogna fare una scelta rapportata alla situazione attua-
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le. Oggi l'ente regione, soprattutto se diretto dalle forze
di sinistra, non deve stare a fare il discorso del pregiudi-
zialmente contro, del pregiudizialmente a favore, oggi de-
ve dare un giudizio chiaro su che cos'è la politica dello
Stato nei confronti delle autonomie e su questo fare un
discorso chiaro, e quindi deve denunciare la politica go-
vernativa, altrimenti non si rientra neanche in una dialet-
tica politica. Ma lo Stato lo vogliamo trasformare, caro
Cavina, non vogliamo accettare lo Stato che abbiamo og-
gi...
Allora bisogna denunciare la politica centralistica
dell’attuale governo che rappresenta lo Stato centrale.
Invece si sfugge a questa dialettica politica.
(interruzioni)
Noi riteniamo necessario questo, e le esperienze passate
ce lo confermano, (perchè qui non siamo nuovi a queste
esperienze oramai siamo tutte persone che abbiamo più
anni di amministrazioni elettive). C'era il vecchio Alvisi,
socialista dell’Amministrazione provinciale, che diceva:
«è dal 1910 che sento parlare della riforma della finanza
locale», ed è morto senza averla vista. Quindi sono cose
che ormai conosciamo.
Noi riteniamo, e le esperienze passate ce lo confermano,
che sia illusorio ritenere di potere raggiungere tali risul-
tati, che vengono enunciati nel documento (la nuova legge
sulle autonomie, la riforma fiscale, la riforma della fi-
nanza regionale, eccetera, un lungo elenco di problemi),
con la linea delle nuove intese democratiche, dell’apertu-
ra alla DC, cioè pensare di ottenere mezzi e. poteri (con
l’esperienza di tutti questi anni che abbiamo alle nostre
spalle), ottenere una trasformazione dello Stato (sì, Cavi-
na, perchè noi non vogliamo fare del separatismo regio-
nale) con le mediazioni verticistiche o con un fronte delle
autonomie locali che comprende tutti, dal Partito comu-
nista alla Democrazia cristiana al Partito liberale. Con le
scelte, per intenderci, dell'ANCI, dell’UPI, con il gioco
delle parti, dove tutte le amministrazioni locali si ritrova-
no, fanno il pianto greco e poi, a livello nazionale, ammi-
nistratori e governanti democristiani, socialdemocratici,
repubblicani, con l'impotenza del PSI hanno sempre fatto
la politica che hanno voluto...
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CAVINA: Ti accorgi che la contraddizione è in loro?
CONIGLIO: Sì, però la fanno pagare a noi; sarà in loro,
ma la paghiamo noi
Muoversi in questo modo significa non incalzare il potere
democristiano nella sua crisi e, al limite, permettere nuo-
vi anche se difficili equilibri, perchè io sono convinto che,
per quanto ancora si commettano errori da parte della si-
nistra, ormai voi democristiani siete in una crisi da cui
non ne verrete fuori, in una situazione di crisi del paese
che viene scaricata però sempre più sulle masse popola-
ri.
I risultati negativi di questi anni nel campo delle autono-
mie dimostrano che i partiti di governo, con la democra-
zia cristiana in testa, che è poi quella che conta nel gover-
no centrale, perseguono un disegno di rafforzamento cen-
tralistico dello Stato. Non a caso l'attuazione definita ri-
voluzionaria delle Regioni avvenne nel momento in cui
da parte della Democrazia cristiana e del governo si ac-
centrava il sistema fiscale, del prelievo statale completo,
andando verso un ulteriore centralismo dell'entrata e
della spesa pubblica. Questo per dimostrare la volontà
democratica e di decentramento, che animava le forze di
governo e la Democrazia cristiana. Quindi con un tipo di
rafforzamento centralistico che è stato fatto nell’interes-
se dei gruppi padronali e dei gruppi di Stato, centri di po-
tere della Democrazia cristiana.
Perciò da parte di queste forze si tende sempre più ad as-
segnare un ruolo subalterno e di ordinaria amministra-
zione alle regioni e alle autonomie locali, a scaricare nel
quadro della finanza pubblica la crisi del sistema sulle
istituzioni pubbliche decentrate.
Da tale situazione per noi si esce con una lotta a fondo
contro tali scelte, a tutti i livelli in cui il movimento ope-
raio e democratico e le forze di sinistra operano (dalle
fabbriche, al territorio, alle istituzioni) costruendo gli
strumenti di lotta in tali realtà, strumenti di lotta che i la-
voratori vogliono darsi anche con larghe capacità di al-
leanze, nelle fabbriche e nelle zone. È aprendo una ver-
tenza di fondo con il sistema di potere democristiano,
preparando le condizioni di una alternativa di potere e di
governo, costruita dal basso, controllata democratica-
mente, capace di rintuzzare manovre che venissero por-
tate su terreni antidemocratici e autoritari.
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In questo senso, come Pdup, ci batteremo per favorire la
più ampia partecipazione delle masse alle decisioni e alle
scelte, costruendo insieme risposte e lotte, attraverso il
decentramento degli enti elettivi, con forme anche di ele-
zione diretta, con la delega delle funzioni regionali verso
il basso, con un confronto continuo, non formale, tra le
strutture democratiche del movimento e delle organizza-
zioni di massa ed i livelli istituzionali.
Bisogna realizzare le condizioni perchè trovino risposta i
bisogni delle masse sul piano sociale, economico e cultu-
rale, per un nuovo modo di lavorare e di vivere.
Per questo, secondo noi, è urgente costruire una risposta
(è qui la dimensione del programma, su che cosa deve ca-
ratterizzarsi il programma) che metta al primo posto il
problema dell'occupazione. Ormai l’incompatibilità tra
piena occupazione e capitalismo è palese, occorre mette-
re al centro questo problema dell'occupazione in termini
corrispondenti ai bisogni collettivi, con investimenti di-
retti verso tali necessità e quindi anche con forme e stru-
menti adeguati di lotta.
Qui balza in primo piano il problema dell’utilizzazione
delle risorse e qui c'è quel riferimento nel documento
presentatoci della disponibilità della Regione a concor-
dare di gestire la limitata finanza pubblica che mi sem-
bra un discorso che non regge nell'attuale situazione.
Altro che gestire la limitata finanza pubblica, o concorda-
re sulla gestione della finanza pubblica che significa qua-
si una accettazione delle compatibilità di cui parla La
Malfa con il dibattito che oggi è in corso. Io credo che oc-
corra andare con forza a mutare innanzitutto il sistema
fiscale che oggi colpisce a fondo il lavoro dipendente e i
pensionati e che permette larghissime evasioni.
Anche su tale terreno ci appare vana una mediazione ver-
ticistica con la Democrazia cristiana e il suo sistema di
potere. Va riaperta sul fisco, da parte della sinistra, una
lotta a fondo per mutare il rapporto fra imposizione di-
retta e indiretta, per ridare una capacità impositiva ai co-
muni e alle regioni, per attuare un controllo di base de-
mocratico da parte dei consigli di quartiere e di zona, sul-
le capacità contributive di ognuno, per colpire tutte le
evasioni. Va messo insomma in discussione, aprendo con-
tro di esso una lotta a fondo, l’attuale sistema di entrata e
di spesa pubblica, che è poi l’edificio del malgoverno de-
mocristiano, basato su un uso capitalistico e clientelare
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della spesa pubblica, su carrozzoni inutili, dalle mutue
alla federconsorzi, su partecipazioni statali che operano
in modo rispondente alla logica privatistica ed avventuri-
stica, dilapidando il danaro pubblico.
Sulla casa, sulla difesa della salute, sui servizi sociali, in
agricoltura e nei trasporti, è oggi possibile aprire verten-
ze di massa, spostare in modo adeguato vaste quote di
spesa pubblica, creando condizioni per una nuova occu-
pazione per riconversioni produttive e per rispondere ai
bisogni sociali della collettività.
Colleghi «del Consiglio, con la spinta a sinistra del 15 giu-
gno e la volontà di lotta delle masse, con il controllo dato
alla sinistra di altre regioni e città si può favorire la cre-
scita di tale linea dell’alternativa di potere e di governo
alla democrazia cristiana.
Questa è perlomeno la nostra linea, come partito di unità
proletaria per il comunismo, che intendiamo fare avanza-
re a livello di massa, nella sinistra, con un confronto
aperto e non settario, teso ad una unità che incida, che
cambi, che dia risposte vere.
In questo senso l’asse strategico nostro è chiaramente di-
verso da quello sul quale si colloca la Giunta Pci-Psi. In
questo senso si spiega la nostra non partecipazion alla
Giunta, del resto, proprio per questi fatti, neppure richie-
staci; il nostro disaccordo con il patto sottoscritto dai va-
ri partiti sull’Ufficio di presidenza e sulla presidenza del-
le Commissioni.
Ma tutto questo non ci porta a posizioni di chiusura: noi
vogliamo l'unità a sinistra, lo diciamo anche troppo spes-
so; per la gravità della crisi del sistema e della Democra-
zia cristiana, riteniamo mature le condizioni per costrui-
re una alternativa di sinistra. Noi lavoriamo per questo e
questo vogliamo spiegare alle masse, perchè comprenda-
no il significato e la volontà unitaria che ci anima.
Per questo, pur con tali posizioni, voteremo la Giunta Pci-
Psi, ma la incalzeremo a fondo, cercando di portare un
contributo di idee e di azione sui programmi e ci sentire-
mo pienamente liberi di esprimere critiche, oltre che alla
linea generale, ai singoli provvedimenti, assumendonce-
ne naturalmente tutta la responsabilità.
Cercheremo di favorire, anche dall'interno dell’istituzio-
ne, la crescita di un movimento di massa che la consideri.
da un lato come una controparte e dall'altro come un
punto di appoggio contro l’attuale potere centrale.
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Dibattito sulla crisi economica
(ottobre 1976)
CONIGLIO: «Non si può non partire, nell'affrontare la te-
matica posta dalla relazione di Cavina, da un giudizio
preciso sulle scelte di politica economica precisate dal
presidente del consiglio Andreotti nell'ultimo dibattito
parlamentare che ha visto la riconferma della «non sfidu-
cia» al governo.
Il quale sta scaricando con il prelievo indiretto il costo
della crisi sulle masse popolari, per ottenere un blocco
sostanziale dei salari, tentando anche la strada della fi-
scalizzazione degli oneri sociali finanziata con un prelie-
vo indiretto, senza nessun impegno preciso di nuovi inve-
stimenti per la ripresa produttiva.
Nel quadro della scelta di astensione di PCI e PSI, An-
dreotti e la DC tentano di mettere in discussione le con-
quiste e gli obiettivi concreti (sviluppo dell'occupazione,
nuovo sistema produttivo basato in buona parte sullo svi-
uppo dei consumi collettivi) su cui in questi anni vi era
stata una saldatura tra movimento di lotta e forze di sini-
stra, pur di fronte a sbocchi politici inadeguati e ben veri-
ficabili oggi.
Quando si aumenta la benzina, le tariffe dei servizi pub-
blici, si attua il prelievo indiretto e non si sceglie la via
della tassazione diretta per i redditi medio-alti, dell'im-
posta patrimoniale, o sulle rendite finanziarie, si com-
prende bene su chi si vuole scaricare la crisi, non inciden-
do sull’inflazione e non aggredendo i nodi di fondo del
meccanismo in atto, con la premessa di nuove scelte pro-
duttive e di riconversione. Così ad esempio aumentare la
benzina è tariffe dei servizi pubblici, significa continuare
ancora come prima, con la priorità data alla motorizza-
zione privata e con il trasporto pubblico sfasciato, subor-
dinato e reso più costoso per chi lo usa, non incidendo
così sul deficit petrolifero e su nuove scelte produttive.
Da qui nascono, come PDUP, le nostre proposte sul razio-
namento della benzina e della carne, per risanare il defi-
cit, difendendo i livelli minimi di consumo per tutti, par-
tendo dai reali bisogni e non aumentando il prezzo; tale
era la nostra proposta di prelievo diretto e patrimoniale
iniziando sin da ora con gli accertamenti dal basso (cons
gli tributari) per reperire i fondi degli evasori (che sono
mi-
18
gliaia di miliardi) con i quali va coperta una buona parte
dei costi dei servizi sociali (scuola, trasporti, asili, sanità,
ecc.) che devono essere dati gratuitamente o a prezzo po-
litico è che non possono essere gestiti in una logica di
costi-ricavi, senza colpire le famiglie più bisognose, ri-
cacciando indietro conquiste culturali, quali la liberazio-
ne della donna dalla servitù famigliare, servitù contesta-
ta giustamente dal movimento delle donne, non risolven-
do lo stesso problema del deficit (es. trasporto pubblico).
Ciò che ne viene dalle misure straordinarie è solo il
ro contributo dato dal governo e dalla DC per saldare il
proprio blocco imprenditoriale e di potere (Cefis, Agnelli,
ecc.)
È per questo che noi siamo con il movimento di lotta e
con tutte le forze che dicono NO all'attuale linea governa-
tiva ed è mai in questa linea che si collocano le nostre
scelte per nuovi indirizzi rispondenti alle esigenze collet-
tive, di diminuzione della dipendenza dall'estero, relati-
vamente alla collocazione dell’Italia nel mercato interna-
zionale (con nuove rinegoziazioni dei rapporti a livello
MEC e mondiale). Combattendo la logica dei prestiti in-
ternazionali, che toccano ormai 17 miliardi di dollari, e
che sono legati alle attuali scelte di governo su un terreno
antipopolare e antioperaio.
Il PCI con la scelta di muoversi sul piano delle contraddi-
zioni della crisi capitalistica per inserirvi elementi dina-
mici di ripresa del meccanismo di accumulazione, accet-
tando questa struttura produttiva così com'è, rischia di
consumare fino in fondo un'ipotesi veramente economici-
sta che, rispetto alla dimensione e alla qualità della crisi,
non riesce a garantire una ripresa senza distorsioni del
profitto, nonostante una dura restrizione dei consumi e
dell'occupazione. Inoltre il blocco della spesa pubblica e
la paralisi dei servizi sociali come conseguenza dell’ac-
cettazione della linea Andreotti mette in discussione lo
stesso «modello emiliano» anche se Cavina tende nella
sua relazione, a negarlo. In Emilia viene portato un duro
colpo non solo allo sviluppo delle piccole e medie aziende
e dell'artigianato (restrizione del credito), ma al tipo di
RE costruito dall'ente locale nel campo dei servizi
sociali e collettivi un livello economico che aveva raccol-
to parte delle esigenze che uscivano dalle lotte del '68.
Ma la crisi attacca tale modello in un acuirsi di contrad-
dizioni tra chi vuole razionalizzarlo ed espanderlo (al-
19
leando enti locali a imprenditori e partecipazioni statali)
e chi pensa ad un ulteriore sviluppo dei servizi sociali,
ma entrambi nel quadro di una linea che non punta ad
una lotta al potere DC ALLA COSTRUZIONE DI UN
BLOCCO ALTERNATIVO E DI SBOCCO UNITARIO A SI-
NISTRA.
Oggi invece la crisi creditizia e della finanza locale deter-
mina l'allineamento della dinamica dell'economia regio-
nale a quella nazionale, per quanto già in atto come si
può rilevare dai dati occupazionali e produttivi.
Infatti troviamo un allargamento più che proporzionale
di occupazione nel terziario, un minimo aumento nel
comparto industriale ed una caduta nell’agricoltura. Di
converso abbiamo un aumento delle unità produttive,
che dimostra un aumentato processo di disaggregazione
della organizzazione del lavoro tesa a diminuire la con-
flittualità operaia (lo statuto dei lavoratori non opera sot-
to i 15 addetti) e favorisce la subordinazione dell’artigia-
nato precedentemente autonomo al grande capitale, il la-
voro nero e non solo nei settori tessile-abbigliamento. Nel
contempo nessuno si muove seriamente per colpire la
rendita bancaria che incide sui deficit degli enti locali
per il 30% e su Bologna per il 27%.
Questa ci sembra la situazione preoccupante in atto nel
Paese. In tale quadro di politica economica e finanziaria
governativa appare illusorio un discorso di rilancio eco-
nomico regionale quale quello indicato nella relazione
anche in un'ottica interna ancora al modello attuale e gio-
cata su un terreno di razionalizzazione. È infatti puro ot-
timismo dire che vi è coincidenza tra l’azione della Regio-
ne e quella del governo nei settori dall’agroalimentare al-
la chimica. Forse a livello di puri titoli.
Per la chimica secondaria ad esempio la Montedison pun-
ta ad una riduzione della base produttiva e, per l’attuale
quadro di divisione internazionale, in tale campo occorre
una nuova collocazione dell’Italia e nuove negoziazioni
dei rapporti. Questo vale per l’elettronica, con i connessi
problemi della ricerca e per il piano agroalimentare dove
i condizionamenti della CEE sono di ostacolo ad uno svi-
luppo dell'agricoltura che incida sul deficit alimentare,
rilanciando anche come occupazione il settore agricolo,
con beneficio sui prezzi e sui consumatori (lotta all’inter-
mediazione).
Alcune riflessioni ci vengono ad esempio per quanto ri
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guarda il porto di Ravenna su cui la Regione ha preso im-
pegni pesanti, con gli enti locali, e che nel quadro econo-
mico regionale, ai fini delle esportazioni, favorisce pochi
complessi (tubi, asfalti, l’ANIC solo in parte) e non certo
la ortofrutta, la meccanica strumentale, ecc. Ci pare in-
somma vi siano ampie contraddizioni nelle scelte locali,
mentre le scelte nazionali del governo non assicurano
nulla ai fini di un intervento serio in tali settori.
Nei primi sei mesi del ’76, in Emilia, abbiamo visto una
ripresa legata alle vicende monetarie, nei settori con
espansione produttiva, dagli alimentari ‘alle ceramiche,
ma con un calo dell'occupazione. Mentre in crisi sono al-
cuni settori della meccanica strumentale (es. la stessa
Minganti di Bologna). Per uno sviluppo di tali settori è ne-
cessario riprendere le piattaforme sindacali di Rimini
con una lotta per un controllo alternativo a quello della
DC sugli strumenti fiscali e creditizi.
In mancanza di tale controllo anche il piano di riconver-
sione industriale sarà un modo per coprire la reale politi-
ca governativa, ossia quella del blocco dei salari, la fisca
lizzazione degli oneri sociali, il blocco della scala mobile
e della contrattazione articolata.
Nella relazione di Cavina poi non è giustamente valutato
problema della disoccupazione giovanile, che è un fatto
centrale in Emilia-Romagna.
Risulta da una indagine che giovani dai 14 ai 18 anni lavo-
rano per il 50% per una media di tre mesi all'anno. Quin-
i abbiamo; negli ultimi anni della scuola secondaria un
ato di occupazione massiccia con un dato di disgrega-
zione evidente che tende a favorire quel doppio mercato
el lavoro presente nel disegno di legge di Andreotti.
dato di offerta di lavoro non qualificato viene molto
spesso coperto in tale modo e possiamo prevedere come
in regione la crisi accentui lavoro nero, part-time, forme
diverse di sfruttamento.
Inoltre vi è il dato della disoccupazione intellettuale che
se è di 16.000 per l'Istat, risulta in realtà tre volte tanto.
Ora il problema va visto nel quadro di una modifica e di
un allargamento della base produttiva, non assumendo in
modo subalterno alla attuale domanda lo stesso proble-
ma della formazione professionale che va legata ad ipote-
si di modifica produttiva.
In questo senso la regione ha atteso Andreotti, senza pre-
disporre niente, mentre si era impegnata alla creazione
21
di un fondo regionale da utilizzare nei settori di compe
tenza. Fino ad ora non si è visto nulla di tutto ciò.
Su tale terreno noi riteniamo debba andare avanti la pro-
posta della FLM di un fondo triennale per l'occupazione
giovanile, collegandone l’uso all'allargamento della base
produttiva, alla riduzione dell’orario-di lavoro, ad espe-
rienze integrate di studio e di lavoro».
Sulla attuazione della legge 382,
sui poteri alle regioni (seduta 26/1/1977)
CONIGLIO: Le vicende di questi giorni relative all'uscita
del decreto governativo per la finanza dei comuni, insie-
me ai dati risultanti dalla riunione del Consiglio dei mini-
stri sulla attuazione della legge 382 (e potremmo aggiun-
gere le vicende del disegno di legge sulla riconversione
industr iale) ci pare confermino le analisi da noi fatte sul
governo Andreotti, sulla sostanza antipopolare e centr:
stica della sua politica, che abbiamo definito di sacrifici
per le masse popolari senza contropartite, e quindi sul
dato — a nostro parere grave e denso di rischi — della
strategia astensionista del Partito socialista e del Partito
comunista.
Non solo ci troviamo in tale materia (quella della cosid-
detta riforma dello Stato) di fronte a ritardi politicamen-
te manovrati (con costi pagati dalle masse popolari in ter-
mini di spreco, di inefficienza, di mancanza di servizi),
ma a ] momento dei provvedimenti del governo (decreti
legge, quasi sempre, come è stato sottolineato da Ingrao,
che se ne è lamentato) vediamo sostanzialmente eluse tut-
te le belle richieste unitarie dei convegni di Viareggio,
delle assemblee delle Regioni, delle proposte dei tecnici
spesso avanzate (come nel caso della commissione Gian-
nini).
Il dato relativo al consolidamento dei debiti a breve dei
comuni e delle province è esemplare della volontà politi-
ca del governo DC (e in quale conto è tenuto l'appoggio
esterno della sinistra storica, come la chiamiamo noi):
niente vi è per aumentare le entrate, i mutui per il conso-
lidamento avvengono al tasso del 15% con scadenza no-
vennale, costringendo a quote di ammortamento pesan-
tissime; in più si tolgono le garanzie per contrarre ulte-
riori mutui per investimenti, obbligando a passare per
una cassa depositi e prestiti non finanziata e a
il blocco rigido delle assunzioni.
Quando dicevamo che la D.C., dopo che le elezioni ammi-
nistrative hanno portato le sinistre al governo delle città,
sta manovrando per strozzare le autonomie e perchè il
malcontento popolare si indirizzi verso i governanti loca-
li, e ne accennava ieri anche il sindaco di Torino, Novelli,
mi pare fossimo nel giusto.
Ma tale politica è possibile, secondo noi, nel quadro di
una debolezza della sinistra che, non vedendo prospetti-
ve di alternativa a tale governo, nè lavorando per co-
struirla sui bisogni popolari con una politica di giustizia
sociale vera nel prelievo e nella spesa, è prigioniera di ta-
le stato di cose e della manovra democristiana.
Per non parlare, in tale quadro, delle uscite del segreta-
rio del PRI, Biasini, che sulla «382» ha parlato di necessi-
tà di ulteriori rinvii sino a che non è stata precisata la ri-
forma di tutto l'ordinamento locale, come se tale batta-
glia non fosse strettamente legata proprio a quella per il
riordino dei ministeri, con tempestività, per non cagiona-
re ulteriore spreco derivante dall'attuale struttura e dal-
le incertezze e ritardi della normativa.
Sappiamo, in una condizione già di inefficienza e di spre-
co, quanto pesino le incertezze e i ritardi, le lotte politi-
che e burocratiche per la conservazione dei poteri, oppu-
re l'assenza e il disinteresse quando si pensa con certezza
che questi poteri saranno persi. Possiamo pensare all’at-
tuale situazione, ad esempio, di funzionamento delle mu-
tue, in una prospettiva che dovrà vederle passare alle Re-
gioni.
Noi quindi crediamo che non sia il caso di dissertare
troppo sugli schemi che abbiamo tuttora della commis-
sione Giannini, anche se alcune osservazioni precise cer-
cherò di farle.
Dopo il decreto sulla finanza locale e il disegno di legge
sulla riconversione industriale (che copre le falle enormi
delle partecipazioni statali) e taglia fuori le regioni da
ogni potere reale alla definizione delle scelte, siamo sicu-
ri che in tale quadro politico il Governo eluderà (come già
appare) le stesse proposte della commissione Giannini,
come si evince del resto fra le righe della relazione stessa
della commissione Giannini, laddove si legge — ad esem-
pio — che «la commissione dà atto che le amministrazio-
ni statali più interessate hanno di proposito evitato la di-
scussione delle proposte contenute nel rapporto di lavoro
e, considerando ciò pessimo esempio di costume non de-
mocratico, ne fa segnalazione al Parlamento». In questi
termini si concludono le considerazioni generali della
commissione Giannini. Questo fattore, il silenzio degli
apparati burocratici, è estremamente sintomatico. Le
amministrazioni statali interessate non hanno parlato,
l'apparato amministrativo ha dato poco o nessun peso
agli schemi, pensando o di riuscire a non farli approvare,
24
o comunque di disapplicarli nella pratica, riconquistan-
do le posizioni perdute in virtù della stessa sopravviven-
za degli uffici statali titolari delle funzioni trasferite che
resteranno in vita. E noi sappiamo che la burocrazia ha
sempre uno stretto collegamento con il potere politico, in
questo caso il potere politico centrale del Governo.
Noi riteniamo sia sbagliato avviare un processo di regio-
nalizzazione in chiave puramente amministrativa, quale
è alla fine la ridistribuzione delle competenze correlative
al trasferimento delle funzioni. Non è ammissibile che ci
si appaghi dei risultati di questa operazione, senza consi
derarla ancora niente altro che il primo momento di una
trasformazione radicale e necessaria dell'ordinamento
pubblicistico.
Occorre anzi abbandonare decisamente questa linea am-
ministrativa, rompere il guscio dell'ordinamento ammi
nistrativo entro il quale si sono contenuti sino ad ora i
trasferimenti di funzioni alle Regioni.
È sempre passata un po' nel dimenticatoio la disposizio-
ne dell’art. 6 della 1. n. 382, secondo cui «il Governo è de-
legato ad emanare... (sempre entro il termine del 25-7
1977, così prorogato dalla 1. n. 894 del 27-11-1976, pubbli-
cata sulla Gazzetta Ufficiale solo il 10-1-1977) uno o più
decreti aventi valore di legge-ordinaria, diretti a provve-
dere alla soppressione degli uffici centrali delle ammini-
strazioni statali a seguito del trasferimento delle funzio-
ni alle Regioni a Statuto ordinario operato con i decreti
delegati previsti dall'art. 1, primo comma...». La questio-
ne era stata affidata, pare (ma le informazioni al riguardo
sono estremamente scarse), ai lavori di una commissione
di studio di carattere burocratico-ministeriale). Sta di
fatto, comunque, che di questi eventuali lavori non si sa
niente. La cosa sarebbe stata, invece, estremamente im-
portante. Il grave, gravissimo, insormontabile limite del-
la 1. n. 382 del 1975 consiste nella scissione delle compe-
tenze regionali da quelle delle amministrazioni statali
centrali, nell’operare cioè sul solo versante regionale,
nello stralcio della materia del riordinamento dei mini-
steri dal progetto n. 114 del Senato (della scorsa legisla-
tura) e da quello n. 3157 della Camera. La delega contenu-
ta nella prima parte dell'art. 6 della 1. n. 382 consentireb-
be, sia pure nella limitatezza, una certa operazione di
riordinamento degli apparati centrali, inscindibile da
quello delle amministrazioni regionali. La «soppressione
25
di uffici» ivi prevista è ben poco, non consente quel
riorganizzazione globale che è necessario attuare conte-
stualmente al trasferimento di nuove funzioni alle Regio-
ni; tuttavia, attraverso una interpretazione eventualmen-
te estensiva del concetto di «uffici» sarebbe possibile
operare un inizio di riordinamento degli apparati centra-
li che è assurdo pensare restino uguali a prima, dopo che
quasi un terzo delle loro competenze passa alle Regioni.
Nè, comunque, le due operazioni, quella del completa-
mento dei trasferimenti e quella della soppressione degli
uffici, possono andare disgiunte, ed essere anche solo
studiate da due organi diversi. Di questo si è resa conto la
stessa Commmissione Giannini la quale, mentre nella
prima stesura degli schemi a cura del suo ufficio di presi-
denza (aprile 1976) aveva parlato di soppressione di uffici
soltanto nello schema dell'agricoltura, nell'ultima stesu-
ra della sua relazione (dicembre 1976), dopo avere tratta-
to dell'art. 6 della legge, sembra giustamente volersi dare
carico anche dell'attuazione di tale delega, prevedendo
nelle sue proposte normative una organica e sistematica
soppressione di uffici. Si pensi, ad esmpio, alla Proposi-
zione dello schema della Sanità, alle Proposizioni Norma-
tive delle Attività Culturali, o in genere alle Proposizioni
normative finali di ogni schema.
È questo, dello stralcio della materia del riordinamento
dei Ministeri dalla 1. n. 382, della settorializzazione del
problema delle competenze regionali, della mancanza di
un'ottica unitaria non risolvibile neanche col piccolo
strumento della attuazione della lett. A) dell’art. 6, il no-
stro punto critico, il grave ostacolo di oggi. Anche qualo-
ra la legge delegata di attuazione dell’art. 1 della «382»
fosse fatta nel modo tecnicamente e politicamente mi-
gliore — il che non crediamo — finiremmo — comunque
— per concludere ben poco. La parte finale delle Conside-
razioni generali della relazione della Commissione Gian-
nini, non a caso e nell'ultima stesura dice: «Certamente
sarebbe stato molto meglio se giusta l'iniziale disegno
della legge di delega, la Commissione avesse potuto tra-
smettere i materiali di studio raccolti a quell'altro orga-
nismo collegiale che si sarebbe dovuto occupare della ri-
strutturazione degli apparati centrali statali. Così come
invece è congegnata la legge di delega, la ristrutturazione
degli apparati centrali è rinviata, puramente è semplice-
mente, al futuro. La Commissione reputa di dover richia-
26
mare l’attenzione del Parlamento» (ma, annoto io, quale
Parlamento, dato che il decreto verrà emanato dal Gover-
no, e verrà solo esaminato, con parere soltanto obbligato-
rio ma non vincolante, dalla Commissione parlamentare
per le questioni regionali?) «su questa, a sua opinione,
molto grave risultanza della legge delegata. Quale che sa-
rà infatti il contenuto che alla legge medesima si dovrà
dare, e quindi quale che sarà la dimensione della sop-
pressione di organi e di uffici degli apparati centrali sta-
tali, in ogni caso si avrà un risultato altamente imperfet-
to». E queste sono notazioni fatte naturalmente da tecni-
ci che però rappresentano un dato politico preciso edevi-
dente.
Quindi, pur non volendo attribuire agli schemi della
Commissione Giannini quel valore mistificatorio e cari-
smatizzante, pur volendo continuare, preliminarmente,
ad esprimere le perplessità «a monte», che fino ad ora ab-
biamo esposte; pur rilevando i limiti strutturali della leg-
ge di delega n. 382, è. necessario rilevare gli aspetti positi-
vi di alcune norme, spesso già in vigore, della legge stes-
sa, quali il secondo comma dell'art. 1, che prevede le inte-
se o le gestioni comuni fra Regioni finitime, o l'art. 4, che
finalmente abroga la ottocentesca previsione dell'art. 62
della legge Scelba e affida il controllo sulle deliberazioni
degli enti locali nelle materie delegate e subdelegate ai
Comitati regionali di controllo. Così come è opportuno
sottolineare la positività delle previsioni normative della
Commissione Giannini, nella versione della prima stesu-
ra degli schemi, e comunque nel perfezionamento conte-
nuto nell'ultima. Si pensi, ad esempio, ai «principi» in
materia di attività culturali, che facendo esplicito richia-
mo al concetto di «corpo sociale» di cui all'art. 1 della 1.
n. 382, giustificano la previsione delle competenze regio-
nali in materia non tanto — come era negli schemi prece-
denti — con un piuttosto surrettizio richiamo alle norme
in materia di polizia degli spettacoli, quanto con una con-
clamata ed esplicitamente asserita necessità di amplia-
mento del catalogo di competenze dell’art. 117 della Co-
stituzione. In questo senso noi riteniamo che da parte
delle regioni debba venire un discorso molto più preciso
per quanto riguarda il trasferimento alle regioni stesse
dei seguenti organi e istituti: gli organi di tutela, le so-
praintendenze archivistiche alle gallerie, ai monumenti e
alle antichità, nonchè le sopraintendenze statali e i beni
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librari nelle regioni a statuto speciale, le competenze su-
gli istituti culturali di interesse locale (accademie, archi-
vi, biblioteche, deputazioni e società di storia-patria, pi-
nacoteche e musei, con l'esclusione delle biblioteche uni-
versitarie) e dei seguenti istituti centrali di interesse na-
zionale: l'archivio centrale dello Stato, la biblioteca na-
zionale centrale di Firenze, le biblioteche dei ministeri e
dell’amministrazione autonoma dello Stato ed altri enti
di questo genere, più l'ente nazionale per le biblioteche
popolari e scolastiche, i centri di lettura e i centri sociali
di educazione permanente, il servizio nazionale di lettu-
ra.
Noi crediamo che da alcuni punti evidenziati nella rela-
zione della commissione Giannini vi siano le condizioni
per avere questo tipo di gestione a livello regionale.
Fra i molti miglioramenti degli schemi della Commissio-
ne Giannini nella sua ultima stesura, possiamo indicare
la presentazione degli enti da spogliare di funzioni o da
scorporare, allegate allo schema della Sanità, tabelle che
danno un senso a tutto lo schema, fino ad oggi sostanzial-
mente monco; e anche ulteriori perfezionamenti de lo
schema dell'agricoltura anche se a questo riguardo è
molto importante il tipo di rapporto che si riuscirà a co-
struire per quanto riguarda la partecipazione e il peso
delle regioni, oltre che l'autonomia nei rispettivi territo-
ri, riguardo alla politica comunitaria della CEE, che è poi
l'elemento determinante della politica statale nel settore
dell'agricoltura. Mentre invece non si può rilevare che
una limitatezza delle previsioni in tema di credito da par-
te della relazione della commissione Giannini, salvo un
particolare riferimento al credito agrario che — secondo
noi — è ancora limitativo. Manca, per quanto riguarda il
credito, un quadro di riferimento organico, in particolare
per quanto riguarda i poteri delle regioni nel credito in
riferimento alla politica industriale e soprattutto alla
piccola e media industria e al tipo di presenza e di peso
che le regioni debbono avere nelle decisioni relative agli
istituti di credito, sia alla politica finanziaria e del credi-
to sia nella nomina degli organismi dirigenti che non può
assolutamente continuare nel modo attuale che non è
neanche, come diceva il consigliere Bartolini, una lottiz-
zazione, una spartizione, perchè nel settore del credito la
democrazia cristiana non ha mai spartito niente con nes-
suno; vale a dire che degli incarichi dirigenti all’interno
28
.
dei maggiori istituti di credito la Democrazia cristiana ne
ha fatto monopolio proprio.
Quindi, e mi avvio alla conclusione, noi riteniamo che al-
tro punto critico della struttura della 1. n. 382 del 1975,
oltre a quello in precedenza esaminato, relativo alla man-
cata previsione del riordinamento dei Ministeri centrali,
è quello della forma legislativa scelta all'uopo, la legge
delegata. Non è un tentativo di escamotare il problema
con vecchie osservazioni democraticistiche, il dire che
queste cose, il riordinamento delle funzioni regionali,
quello conseguente — anche se appena accennato — degli
altre enti locali. il riordinamento dei Ministeri centrali,
cioè la riforma dello Stato, devono essere fatti dal Parla-
mento con legge. Il sistema della «sostanziale» delegifica-
zione, attraverso i decreti-legge e i decreti legislativi, o
leggi delegate, è piuttosto vecchio. Risale almeno al fasci-
smo, quando affidava a Rocco la riforma dei Codici. Ma
allora esso era conforme all’ispirazione antidemocratica
dello Stato. Grave è che questo sistema sia continuato
inalterato negli anni dello Stato repubblicano, e che con-
tinui ancora oggi.
Da questo punto di vista non posso che totalmente dissen-
tire dalle conclusioni della parte finale delle considera-
zioni generali della relazione Giannini, aggiunte nell’ulti-
ma stesura, secondo cui «si ritiene che la legge delegata
sia fondamentale e necessaria. Fondamentale per avviare
il riassetto dei pubblici poteri globalmente considerati,
necessaria perchè non esiste altro strumento che sia tec-
nicamente più rispondente a questa finalità». Dove, gli
esperti della Commissione Giannini, individuano la «ri-
spondenza tecnica?». Forse nella circostanza che con la
legge delegata è lasciato alla Commissione uno spazio
maggiore? O forse — ma non voglio crederlo — nella con-
vinzione che il Parlamento non sia capace di fare leggi
impegnative di riforma dello Stato, meglio affidabili agli
addetti ai lavori quando poi sappiamo che il parere e il la-
voro spesso viene disconosciuto da parte del governo.
Avviandomi alle conclusioni, mi sia lecito ricordare alcu-
ne frasi dell'intervento del prof. Berti al Convegno bolo-
gnese di maggio sulla 1. n. 382.
«Quale è il peso che la legislazione statale, conservata
pressochè intatta nei presupposti, nei principi informato-
ri, nei riferimenti organizzativi, ha esercitato ed esercita
sulla riforma regionale? È da credere che non ci possa es-
29
sere riforma se le leggi permangono quali erano, se da es-
se continuano a dedursi le funzioni e tali funzioni debbo-
no esercitarsi secondo principi che promanano da quelle
leggi. Di fronte a ciò è chiaro che gli apparati statali si-
gnoreggiano negativamente la situazione complessiva e
riescono sempre a riprendersi ciò che hanno momenta-
neamente perduto. In altri termini, la sede del potere non
cambia. Infatti, i trasferimenti di funzioni allargati con le
deleghe divengono poco alla volta un mezzo di conservi
zione, una rivincita della burocrazia statale o di quella
nea di conservazione alla quale aderiscono insieme, nella
continuità di un antico patto, le forze politiche conserva-
trici ed i registi degli apparati».
«In nome dell'interesse nazionale sarà sempre agevole,
come lo è stato nel passato, ripristinare per materie, o
per determinati gruppi di materie, i punti di forza
dell'amministrazione statale, i rapporti tradizionali e
fondamentali su cui questa si è sin dall'inizio rialzata giu
stificando continuamente la sua necessità. Il punto di vi-
sta dell'interesse è ambiguo e si risolve in decisioni arbi-
trarie: senza togliere nulla alla sua legittimazione e al
suo utilizzo, può dirsi bene che esso è divenuto l’espres-
sione aggiornata della supremazia statale».
E, ancora: «la strada dei trasferimenti, proprio nel mo-
mento in cui sembra essere percorsa fino in fondo ed
esaurire tutte le sue utilità, mostra chiaro il limite della
riforma regionale che non ha saputo o voluto diventare
riforma dello Stato».
Da tutto quanto detto, e particolarmente in relazione alla
mancata previsione nella legge delegante del riordina-
mento dei Ministeri, alla forma strutturale della legge de-
legata che taglierebbe fuori il Parlamento dalla riforma
regionale si deduce ancora una volta che noi abbiamo
ben poca fiducia nell'attuazione o, comunque, in una vali-
da attuazione della 1. n. 382, nel quadro politico attuale e
con i riferimenti che abbiamo per quanto riguarda altri
aspetti che citavo prima sulla finanza dei comuni e delle
province e sui poteri delle regioni nel campo della ricon-
versione industriale.
Una attuazione che, oltre tutto, difficilmente potrà aver
luogo nei termini della proroga della 1. n. 894 del 1976,
approvata dal Parlamento il 22-1 1-1976 e pubblicata sulla
Gazzetta Ufficiale il 10-1-1977 con uno scandaloso ritar-
do. È
Noi avremo ancora una volta il non rispetto dei termini.
In ogni caso, crediamo che le osservazioni che abbiamo
qui portato riguardino soprattutto un tipo di intervento-e
un tipo di scelta che oggi viene fatto a livello del Governo
che, secondo noi, non porterà ad una effettiva riforma
dello Stato secondo quelle che sono le esigenze e le aspet-
tative delle masse popolari e che quindi sia necessario
anche, come forze di sinistra, riflettere a fondo sui risul-
tati dell’attuale strategia politica.
Sui fatti di Marzo del 1977 a Bologna
(seduta del 14/3/1977)
CONIGLIO: Signor presidente e colleghi, quanto è acca-
duto in questi giorni a Bologna, oltre ai fatti di Roma,
non può non essere oggetto di attenta analisi da parte del-
e forze di sinistra e democratiche, da parte della classe
operaia, non solo per evidenziare responsabilità, ma per
capire il disegno che sta alla base di tali avvenimenti, gli
obiettivi a cui si vuole giungere nel paese, gli errori pro-
‘ondi e i limiti gravi di una strategia politica attuale della
sinistra. Credo che dobbiamo stare ai fatti e non ai polve-
roni generici che tendono, alla fine, ad avallare la tesi di
chi vuole fare credere che nel nostro paese oggi vi sia un
disegno eversivo che è opera di quei gruppi di giovani che
hanno compiuto nelle manifestazioni atti di teppismo o
vandalismi; atti certo da condannare, da evitare, ma che
sono la conseguenza della divisione che si cerca di fare
passare, tra gli operai, gli studenti, i disoccupati, gli stra-
ti più emarginati, da parte del padronato e del potere de-
ano e che sono anche la conseguenza di un vuoto
di direzione politica della sinistra. Sarebbe infatti come
dire — c'è qualcuno che l’ha fatto in questo periodo —
che nel '19 e nel '20 il fascismo passò per intemperanze
dei dimostranti, per lo sfascio di qualche vetrina o per-
chè, come mi dicevano quando ero ragazzo, c'erano dimo-
stranti che strappavano i gradi ad ufficiali reduci dalla
guerra '15-'18. Queste sono spiegazioni «ad usum Delphi-
ni» che autorevoli storici ed uomini politici, da Gramsci,
Togliatti ed altri, ci hanno chiarito a fondo; questi sono
fatti secondari e non primari: il fascismo fu opera di un
disegno padronale, con il concorso dello Stato e altre co-
responsabilità e altri elementi di provocazione vi furono
nel vuoto della strategia della sinistra, ma sono aspetti
secondari di un disegno padronale e reazionario che co-
nosciamo molto bene.
Innanzitutto, per stare ai fatti di Bologna, va detto che un
giovane studente, Francesco Lorusso, militante di Lotta
continua, è stato ucciso dalle forze dell'ordine; da alcuni
delle forze dell'ordine, perchè io non accumuno tutte le
forze dell'ordine; hanno sparato e si sa per certo che han-
no sparato da distante e ad altezza d'uomo, colpendo sen-
za uno stato di necessità, senza pericolo per di chi ha spa-
rato. È la prima volta che questo succede a Bologna dalla
33
Liberazione ad oggi. La p'
versità, oltre che dal
te, soprattutto da Cor
gli autonomi «massacravano”
berazione. Quando poi di tali mass
lutamente traccia. Si
cazione di Comunione
dere tale fatto, denunci
dato da valutare attentamente. Dopo la no-
ma certo è un
tizia della morte del giovane,
in piazza Verdi, dopo avere f
della mensa; il raggr
di tomba, di cordoglio
pagno. Montava anche
risposta di massa a quanto er:
tato lì in quei moment
sposta doveva venire s'
la sinistra, dal sindacato,
gni: «è urgente che |
dannare dal sindaco,
della polizia». Solo così, dice
gli operai il movim
del proletariato e occorre fare
è uno strato del proleta
dell'avversario di classe che
alla politica
e produttiva e dim
vano, si può contri
possono isolare col
e di danneggiamen
sposta p
visto tutti, 8/10 mi
In tale quadro ha
protesta di gruppi,
che si sono abband
si concentra tutta
dannabili, non fossero conseguenza pro.
tacco che viene po
ri politici gravi de
gno di tale divisione lo si è verifi
dente ha parlato a
no f
saldatura andava
rinvia in politica dopo le
ficili. Era più fac
34
olitica non vi è stata e gli t
atti cordoni per non farli entrare
olizia era stata chiamata all’Uni-
rettore che ha sbagliato gravemen-
munione e liberazione, dicendo che
aderenti di Comunione € li
acri non si è vista asso-
è parlato, in questi giorni, di provo-
e liberazione. Io non voglio ripren-
ato anche dai compagni socialisti,
gli studenti si sono radunati
atto una barricata con tavoli
uppamento avveniva con un silenzio
e sgomento per la morte del com-
la rabbia e l'esigenza di dare una
a accaduto. Per essere capi-
i, i compagni dicevano che una ri-
subito, dalla città democratica, dal-
dagli operai. Dicevano i compa-
e masse vengano in piazza a fare con-
dai partiti ‘democratici questo atto
vano, è possibile saldare con
ento degli studenti (che è uno strato
e un'analisi precisa, perchè
riato senza prospettiva, di fronte
restringe la ba-
inuisce l'occupazione). Solo così, dice-
ollare la situazione politicamente, si
oro che pensano a gesti di distruzione
to. Ma questo non è avvenuto. Tale ri-
i studenti che abbiamo
a, sono stati la jati soli.
trovato spazio nella disperazione la
forse anche con provocatori in mezzo,
nati a distruzioni, ad atti su cui oggi
l’attenzione, come Se questi fatti, con-
prio di questo at-
rtato, un attacco gOVeI nativo e di erro-
la sinistra. In più sabato mattina il se-
cato quando nessun Stu-
la manifestazione dei sindacati, e si so-
in piazza. Certo la
fatta la sera prima, perchè quando si
cose si ritrovano sempre più dif-
nche il sabato si
ile la sera prima, ma 4
doveva fare ogni sfor. î
stiamo - = per cercare di fare questo. Ma
oi riteniamo che l’uccisio
Regioni DIRE one del compagno Loruss i
parte di un a del Govern e
proletàriato — in ai azioa > idere î
passio sto sono d'accordo anche S
CE cai compagni socialisti -. Si cerca di “a
I Sense = movimento degli studenti, ogg Do
Eisaza si gno nel Mezzogiorno, a eso
prole ne che si ribellano alla loro condi:
DE ne Izza a Bologna sono state alnienate
Sea aanesta posizione si tenta di Coimvolscioi
Pie sn storica. Qual è il nodo ver "E su
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SERE e riflettiamo. Il nodo vero è che 1
ina np onesso storico e il quadro politi La
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Ran dobiicalla contrattazione articolata tO
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zzazione e la
35
_<
sindacalizzazione delle forze dell'ordine. Non a caso il go-
verno ha disposto nei giorni scorsi aumenti senza però
parlare del sindacato e del riordinamento interno delle
forze di polizia. La divisione degli strati sociali colpiti
manda allo sbaraglio gruppi sempre più consistenti di
giovani e mette in primo piano la risposta violenta e le
teorie della lotta armata. Questi sono anche i vuoti che si
lasciano come sinistra. Se questo disegno non viene fer-
mato, noi pensiamo che un ben triste avvenire ci aspetta,
in una società dove la violenza, prima di tutto quella del
potere, sarà destinata ad aumentare a tutti i ivelli, se-
tondo modelli della società americana, del consumismo
americano, dei ghetti americani, ma anche secondo mo-
delli sud-americani, per la subalternità del nostro paese e
gli squilibri tragici che abbiamo, aprendo il varco alla
sconfitta della sinistra e a prospettive autoritarie.
Questo, cari colleghi, a nostro parere, emerge d rammati-
camente dai fatti che accadono in questi giorni nelle Uni-
versità e nel paese. Non quindi la contrapposizione al mo-
vimento degli studenti, ma solo una nuova unità tra clas-
se operaia occupata e strati sociali privi di prospettiva ed
emarginati come sono gli studenti, può portare il paese
fuori dalla crisi, facendo pagare chi più ha, costruendo
una società sui valori della giustizia sociale, dell’eguali-
tarismo, della dignità umana, fuori da lo sfruttamento,
dal consumismo e dallo spreco. Una società a costruire la
quale partecipino le grandi masse popolari laiche e catto-
liche, che è cosa ben diversa dal compromesso con la De-
mocrazia cristiana, partito del potere padronale e dello
spreco di Stato. Solo l'unità tra classe operaia, studenti e
disoccupati può aprire una strada nuova, impedire in ta-
le situazione la disperazione e fatti di violenza che vanno
condannati ed isolati, ma che sono il frutto di un vuoto
profondo di direzione e di strategia della sinitra storica.
Ecco perchè noi non partecipiamo alla manifestazione,
perchè noi riteniamo che occorra fare chiarezza, occorra
lavorare per saldare questa unità tra le forze della sini-
stra, il movimento operaio e il movimento degli studenti.
Io credo che negli slogans che sentivamo in piazza sabato
mattina vi sia la possibilità di trovare questa unità. Dice-
vano gli operai del sindacato, agli studenti: «la lotta di
classe si fa con gli operai». Ebbene, gli studenti risponde-
vano: «con gli operai sì, ma contro la DC», perchè la lotta
di classe bisogna farla contro il padronato e le forze che
lo rappresentano, se no finisce che la lotta avviene fra gli
operai e gli studenti e altri strati sociali colpiti nell’inte-
resse così della Democrazia cristiana e del padronato Su
questo come sinistra occorre riflettere, prima che passi il
disegno di provocazione dell'avversario di classe.
Sul bilancio 1977
Diamo, qui di seguito, un sunto delle motivazioni del voto
di astensione del PDUP sul bilancio 1977, espresse dal
consigliere Carlo Coniglio nel suo intervento.
«La situazione della finanza locale e delle autonomie, nel
quadro della crisi, appare di una gravità senza preceden-
ti, per la mancanza di entrate, per il fatto che si delegano
alle regioni nuove funzioni (es. ospedali, ONMI) senza le
coperture finanziarie adeguate.
L'attacco alle autonomie — da parte del governo — va di
pari passo con la tendenza a scaricare sulle masse popo-
lari il costo della crisi con il prelievo indiretto, l'aumento
delle tariffe e l'attacco al potere dei lavoratori (scala mo-
bile) e del sindacato. Le masse popolari non capiscono ta-
le situazione (di appoggio del PSI e del PCI al monocolore
DC che fa tale politica) mentre non riusciamo a cogliere
dove stia il progetto in positivo del PCI; non di certo, cre-
diamo, in una linea che mentre, ad esempio, riduce o
blocca a livello locale spese sociali valide e aumenta le ta-
riffe dei servizi, lascia poi il governo centrale alla DC che
opera con la sua struttura clientelare e di potere (di sper-
pero di risorse). È
Il dato di tale contraddizione comincia a notarsi a livello
di massa in un duplice modo, con la sempre più ferma vo-
lontà di lotta e di alternativa, ma anche con scoramento,
senso di delusione e rabbia, su cui occorre riflettere, per
recuperare tutto ciò sul piano di obiettivi validi di uscita
dalla crisi, con la giustizia del prelievo fiscale l'elimina-
zione degli sprechi, il controllo popolare sull’uso delle ri-
sorse a fini produttivi e occupazionali con una alternati-
va sociale e di governo che le sinistre devono costruire
partendo da un progetto complessivo da definire in tempi
brevi (programma comune) spostando forze laiche inter-
medie e aprendo una crisi dentro la DC.
Non è infatti arretrando da scelte giuste (es. ser socia-
li in Emilia-Romagna) che si assume come sinistra una
funzione di governo, ma aprendo sui bisogni che a tali
scelte hanno portato una lotta nazionale che oggi diventa
immediatamente alternativa di governo e di potere, cre-
dibile per le masse, che si assumono la crisi nella sua gra-
vità, ma che vogliono avere e vedere modifiche reali.
Sul preventivo ordinario 1977 che si riferisce prevalente-
mente alle spese correnti e a stanziamenti su leggi in atto
38
mi pare si possa dire che il contenimento per il funzion
mento è stato drastico con punti di esagerazione in STR
casi. Mentre non viene avanti un discorso sulla organi ;
zazione degli uffici, con disagi dei dipendenti, non fu dio:
a della regione, crisi della professionalità. al
Sano ad una situazione preoccupante per gli istituti re-
gionali (studi giuridici, pedagogia dell’apprendiment
beni culturali, l'istituto Ramazzini per i problemi d Ia
sanità), e per le attività culturali. Tu
Gli istituti regionali non danno sino ad ora i risultati s
rati, per cui gli stanziamenti sono ridotti al puro ap "a
rpeocratico o poco più; il che per quello dei beni cale
se cui crediamo, sa fatto grave in rapporto ad
SSA ‘genti in tale settore, con possibile impiego di
Mentre va ripensato tutto un intervento della regione per
promuovere Iiiage di base, rispondere E
genti nel campo della cultura, d i izion
Per battere una disgregazione in atto Fn alni
Altro che bloccare si ri i i
saro che ra spesa culturale come diceva il demo-
Così per quanto si riferisce sempre al bilancio «ordina
rio» riteniamo che vada potenziato l'intervento a coste
gno degli enti locali nel campo della gestione e cortuzio!
ne degli asili-nido, della prevenzione attraverso i cons =
E oenitari. Per gli asili-nido occorre la nuova legge
SEO cala con una contribuzione maggiore a carico dei
ri di lavoro rispetto a quella precedente, mentre, pur
valutando aspetti relativi alla gestione, deve essere -
pre prevalente il dato del servizio sociale e del ne
litico, come struttura valida ai fini produttivi, a Tee
la donna, ad occupare forze giovanili. Lo stesso per i co;
sorzi socio-sanitari che devono favorire un controllo Si
polare sulla gestione sanitaria con riferimento “e
pericalla prevenzione, divenendo un filtro rispetto agli
E edera dai consorzi, perchè
, non a g i di sanitari, attraversi
paoro Ragporto con ] università, andando a EPTERORTE
; incidendo sugli sprechi, sui privilegi, non con razio-
Eoizzazioni che non toccano i nodi veri. La simazionee
ESE:
O 5 ue).
lotta nazionale, coinvolgendo le SS oa
39
ratori, si può andare a una situazione che rappresenti 3a
passo avanti, (controllo sui farmaci, adeguamento A
fondo ospedaliero, controllo dal basso dei consorzi sulla
spedalizzazione ecc.). È ; ;
Sui trasporti pubblici occorre un maggiore On
a pubblicizzazione delle aziende, sull'acquisto x Do Sa
andando ad una politica integrata che, attraverso a chiu
sura dei centri storici, il potenziamento del ao
extra-urbano, il prezzo politico, faciliti non solo la mo i-
ità, ma sia tale da incidere sul deficit petrolifero crean-
do le condizioni per una nuova produzione. 2a
Sull’agricoltura occorre un bilancio al più presto di e
cosa si è fatto, dalla zootecnia, il cui stanziamento cala
"77, alla forestazione. ; Si
ae è, anche per i vincoli CEE, quello dell RR
un discorso sulle terre incolte e la cooperazione, in tal e
— direzione prevale la logica selettiva LESS Che
passa anche a livel ie nostra regione, con esodi e di-
sgregazi di parti del territorio. , :
BOriLIOrTI ion politici da sciogliere restano gli see
senza tempi lunghi davanti. Per questo importante sarà il
piano poliennale che verrà in discussione nei pi ca
che, a nostro parere, dovrà dare un giudizio sug RO
venti settoriali di questi arini, sulla crisi in regione, > i-
nendo i programmi che, specie nei settori dell agrico tu:
ra, artigianato, trasporti pubblici, casa, sanità, serv izi so
ciali, dovranno avere un rilievo ed una organicità adegua-
ta.
Certo, se il condizionamento della DC e del governo ui
nueranno nei termini attuali, non ci facciamo molte illu-
sioni sulla validità e novità di tali scelte. "Re :
Noi per parte nostra ci batteremo perchè SI A
spondenti ai bisogni popolari, ad una uscita dalla È c
pace di incidere sui nodi di fondo, costruendo una aliene
tiva sociale e politica di governo delle sinistre nel Paese.
(da Alternativa Socialista)
Sugli accordi di governo del luglio 1977
(seduta 13 luglio 1977)
CONIGLIO: Signor presidente e colleghi, un brevissimo
intervento in quanto sui problemi posti dalla «382», in
connessione alla situazione politica generale e alla crisi
della riforma dello Stato, abbiamo già più volte parlato
in questa sede. Si tratta, nella sostanza, di intervenire nel
merito del processo in atto a livello parlamentare e go-
vernativo che vede le proposte della commissione inter-
parlamentare largamente stravolte dalla proposta di de-
creto del Governo che, a quanto si dice, ma data anche la
lunghezza delle discussioni in quella sede gli elementi
che trapelano sembrano essere veritieri, si dice che il te-
sto è stato ampiamente stravolto, soprattutto in quei
punti che tendono a salvaguardare un sistema di potere e
clientelare del partito dominante, del partito che ha go-
vernato e governa da solo il paese, cioè la democrazia cri-
stiana. È la questione relativa agli enti inutili, ai proble-
mi del credito, ai problemi posti da vari enti che, ad
esempio, sono collegati a strumenti di potere che doveva-
no addirittura essere smantellati ai tempi del primo
centro-sinistra (mi riferisco alla Federconsorzi). Io credo
che quindi qui appaia chiaro (del resto è stato già detto
dal consigliere Bartolini), che, come socialista, dei rap-
porti di collaborazione e di accordo con la democrazia
cristiana se ne intende, siamo di fronte al solito gioco che
ho più volte denunciato in quest’aula, che vede la demo-
crazia cristiana mantenere una egemonia nei compro-
messi, negli accordi che svolge con le forze di sinistra, ti-
pi di accordo che vengono gestiti dal gruppo dirigente de-
mocristiano sulla testa del paese contro gli interessi dei
lavoratori e della collettività.
In questo senso credo che il nodo di fondo che mi porta a
respingere il testo di mozione che ci viene sottoposto è
proprio nel giudizio che si dà sull’accordo di governo e
sul fatto che questo accordo, come dicono i compagni co-
munisti, sarebbe in grado di portare il paese fuori dalla
crisi economica e di portare a risultati positivi il proble-
ma della riforma dello stato. Non ci pare assolutamente
(i fatti parlano chiaro); l'accordo di governo viene attuato
nelle parti, ad esempio, che rafforzano il potere autorita-
rio di questo Stato (lo dimostra tutta la parte sull’ordine
pubblico, sul fermo di P.S., sul peggioramento della legge
41
Reale) e ho già detto qui che non a caso vi è questo poten-
ziamento del sistema in senso autoritario, proprio perchè
la democrazia cristiana e il padronato non hanno nessun
interesse e non ce la fanno a portare il paese fuori dalla
crisi, allargando la base produttiva e sviluppando l’occu-
pazione, ma il disegno (e la crisi che sta venendo avanti,
lo vedremo in autunno, ce lo renderà molto chiaro) il di-
segno è quello della riduzione della base produttiva, è
quello dell'attacco ulteriore ai livelli di occupazione nel
nostro paese. In questo.senso, quindi, anche la sorte che
sta avendo l'accordo è molto chiara: attuazione delle par-
ti che vanno bene al blocco dominante, stravolgimento
delle parti che dovrebbero giovare agli interessi dei lavo-
ratori e degli strati meno abbienti.
Il consigliere Bartolini ha già parlato della legge
sull'equo canone; questa legge è tipica al riguardo: era
già brutto il testo del governo che legava la rendita al 3%
sulla base del valor dell'immobile e che avrebbe aumen-
tato di parecchio per i lavoratori il costo dell'affitto, con
incidenza sull'aumento della contingenza; la democrazia
cristiana, votando con i fascisti in Parlamento, l’ha porta-
to al 5%, è un livello altissimo e di speculazione che ag-
grava profondamente le condizioni dei lavoratori; noi
sappiamo già che l'accordo più o meno arriverà al 4% (è
il solito gioco e lo stesso gioco si sta facendo sulla «382»).
Si andrà a livelli di mediazione che, secondo noi, non ri-
formano affatto lo Stato, non fanno decollare le Regioni a
livello anche dello stesso dettato costituzionale, di cui
viene data non una interpretazione evolutiva ma una in-
terpretazione vecchia; in questo senso quindi anche l’ela-
borato della comimissione Fanti non faceva dei grossi
passi avanti nell’interpretazione evolutiva ed aggiornata
dell'art. 117, come veniva posto, anche se non risolto del
tutto, nell’elaborato della commissione Giannini. E del
resto noi abbiamo già detto chiaramente che il vizio della
«382» è un vizio di partenza, sta nella legge delega,
nell'avere dato la possibilità al governo di definire questa
legge e quindi di non portare avanti questo dibattito sulla
riforma dello Stato facendo capire alle larghe masse i no-
di veri che erano in discussione e gli scontri veri, perchè
le larghe masse hanno appreso dello scontro sulla 382,
condotto avanti in maniera verticistica, solamente negli
ultimi giorni, dove anche gli organi di stampa si sono sve-
gliati per informazione, spesso anche dicendo delle solen-
42
ni castronate, perchè erano carenti di informazioni anche
loro. Quindi c’è tutta una logica, a nostro parere, che ha
inchiodato e sta inchiodando le forze della sinistra stori-
ca in una edizione peggiorata del vecchio centro-sinistra;
una edizione peggiorata che vede condurre una operazio-
ne di questo genere in una situazione di crisi e quindi in
una situazione profondamente deteriorata dal punto di
vista economico, con rischi enormi per il paese, per i la-
voratori dal punto di vista del’aumento del costo della vi-
ta, dell'occupazione, degli stessi diritti di libertà sanciti
nella Costituzione.
In questo senso quindi non possiamo accettare l’imposta-
zione in atto; per noi questo accordo è un accordo negati-
vo; i fatti parlano chiaro: la democrazia cristiana stravol-
ge questi accordi a proprio favore. Assistiamo in questo
senso a palleggiamenti come quello che vi è stato questa
mattina sulla vicenda della SAOM-OMSA dove addirittu-
ra vediamo la democrazia cristiana ergersi a paladina de-
gli interessi dei lavoratori e lamentarsi che da parte del
partito comunista vengano stravolti gli accordi che si
fanno con operazioni firianziarie non corrette; bene, noi
crediamo che questo gioco delle parti, questa realtà che
viene fuori sia il segno tipico di quanto oggi pesi in senso
negativo un tipo di situazione politica qual'è quella se-
gnata dagli accordi.
Noi riteniamo che la strada non debba essere quella
dell'accordo, di un nuovo centro-sinistra peggiorato, ma
debba essere quella di una alternativa democratica che le
forze della sinistra, sulla base anche dei problemi che og-
gi le masse vivono sulla propria pelle, devono costruire
combattendo e sconfiggendo il sistema di potere della de-
mocrazia cristiana. Perchè noi riteniamo che con l’accor-
do non si aiutino neppure quelle forze che magari, all’in-
terno della D.C., solo su una prospettiva di alternativa po-
sta dalle forze di sinistra in modo chiaro e democratico
possono liberarsi da quello che è un sistema di potere e
possono recuperare un tipo di credibilità democratica. In
questo senso quindi noi riteniamo che la vicenda della
«382» finirà come la vicenda dell’equo canone: nessuna
vera riforma democratica dello Stato, ...ma un compro-
messo deteriore che salvaguarda nella sostanza il centra-
lismo del potere democristiano e colpisce gli interessi
delle autonomie. Del resto, sta a parlar chiaro in questo
senso la vicenda anche del decreto Stammati dove la de-
43
mocrazia cristiana sparò fortissimo, del quale si è riusci-
to a modificare alcune parti che nella sostanza rinviano
di un anno tutto il problema dei poteri e delle finanze de-
gli enti locali, e quindi i compromessi nella sostanza sal-
vaguardano il potere centrale e una manovra di entrata e
di spesa pubblica che oggi viene gestita dallo Stato a li-
vello centrale. Per assistere poi a vicende come quelle
che accadono nella nostra Regione dove addirittura, si
mena come un fiore all'occhiello il fatto che, ad esempio,
nei bilanci di previsione del 1977 del comune di Bologna
l'aumento delle entrate si dice sia stato del 19,7% e si me-
na come fiore all'occhiello il fatto che solo il 9% è stato
dato dallo Stato, il 10,7% sarebbe aumento delle tariffe
recuperato dal comune, e noi sappiamo come, gravando
sulle spalle dei lavoratori, cioè delle masse popolari, co-
me se oggi a livello di servizi sociali si dovesse andare ad
una logica di costi e ricavi e i fondi per gli enti locali e le
autonomie dovessero essere reperiti soprattutto attra-
verso la manovra tariffaria.
Questo, è quanto, secondo noi, di deteriore sta venendo
avanti nel nostro paese, che è legato a una strategia poli-
tica che per noi è destinata a un'fallimento di cui eviden-
temente non godiamo, perchè noi vorremmo far fallire
questa strategia facendo andare avanti una strategia ca-
pace di risolvere veramente i problemi del paese e della
collettività. Ma questa strategia è destinata a fallire pro-
prio per l'impostazione che lascia ancora al centro del
nostro sistema economico, sociale, e istituzionale la de-
mocrazia cristiana. E pensare allora di risolvere con essa
i problemi della crisi, i problemi della riforma democra-
tica dello Stato, è quanto di più grave vi possa essere.
Per questo noi non voteremo l'ordine del giorno, perchè
abbiamo — come ho cercato sia pur brevemente, di espri-
mere — rilievi di fondo e strategici rispetto alla linea che
qui la maggioranza tiene, (il partito comunista con con-
vinzione, il partito socialista riottoso, come ha dimostra-
to anche il consigliere Bartolini) ma nella sostanza tragi-
camente subalterno a questa posizione.
Convegno sui problemi della repressione
e della democrazia - Settembre 1977
CONIGLIO: Signor presidente, colleghi, ritenevo ieri e ri-
tengo tuttora che non si può scindere alcuna parte della
relazione del presidente Cavina in quanto c'è uno stretto
nesso tra tutti i punti che sono stati trattati nella relazio-
ne, cioè dal giudizio che si dà sul Caso Kappler alla 382,
al problema della crisi economica e sociale e alle propo-
ste per uscirne fino al giudizio sul convegno del 23, 24 e
25/9 a Bologna. Capisco il voler separare l’ultimo punto,
come voleva fare ieri Gualtieri, per considerarlo solo un
problema di ordine pubblico, ma io credo che si tratti di
capire che chi vuole fare questo, cioè chi vuole isolare il
convegno da tutti i problemi che stanno di fronte a noi
cerca in definitiva di consolidare e lavora per accentuare
la divisione tra i giovani, gli studenti, certo emarginati,
sbandati e in piccole frange seguaci di teorie che noi com-
battiamo perchè in questo momento fanno il gioco della
destra e della reazione, dicevo che vuole accentuare que-
sta divisione fra i giovani e la classe operaia. I primi, in-
fatti, oggi sono molto più colpiti dalla crisi e dalle pro-
spettive che vengono avanzate dal sistema e dal governo
ma che vede anche i secondi colpiti da questo attacco che
viene portato sul piano economico e sociale e su quello
dell’ordine pubblico. Del resto la «Voce Repubblicana»
parla chiaro: leggevo ieri che in sostanza si dice questo
«teniamoli divisi, impediamo a priori il dialogo tra i gio-
vani e la classe operaia, il governo intervenga anche pre-
ventivamente al limite contro costoro, perchè c'è il ri-
schio che si dia il là da questo convegno all'«autunno so-
ciale», e questo certamente per Gualtieri, per La Malfa e
per altri ancora più a destra di lui non può assolutamente
avvenire, per non disturbare il governo nell'attacco che
continua a portare all'occupazione, per mettere ancora
in primo piano il costo del lavoro nonostante dalla nostra
CEE sia venuto il dato preciso che è il penultimo in Euro-
pa e per mantenere anche PCI e PSI nell'attuale quadro
di subalternità al governo monocolore Andreotti.
Credo che il caso di Kappler sia un emblema della situa-
zione attuale. Secondo noi è un’offesa alla coscienza anti-
fascista del popolo italiano e soprattutto alle vittime del-
le barbarie nazifascista. Secondo noi, Kappler, lo si è la-
sciato fuggire con responsabilità precise dentro allo
45
Stato. Non mi interessa che tutti i ministri e lo stesso pre-
sidente del Consiglio ne fossero al corrente; dentro allo
Stato ci sono forze che hanno operato perchè Kappler
fuggisse. E oggi il dato ancora più grave è che nessuno
vuole pagare. Quindi nel nuovo quadro politico possiamo
assistere anche a questa nefandezza e ci dispiace che il
presidente nella sua relazione non abbia neppure accen-
nato alla richiesta di dimissioni del ministro Lattanzio in
quanto ministro responsabile del settore.
Io credo che questo di Kappler sia l’ultimo dei colpi pe-
santi dati dalle forze che reggono il governo e, quindi,
dalla Democrazia cristiana agli alleati di governo. Si può
aggiungere all’affossamento della legge sull'aborto, al
voto sull’equo canone, tutte cose che sono avvenute con
la collaborazione dei voti del Movimento sociale, per an-
dare avanti nelle vicende dell’EGAM, dei grossi gruppi di
Stato o a partecipazione statale, che continuano lo spreco
e lo sperpero delle risorse e che aggravano la condizione
della nostra economia. Io credo che questi siano tutti
aspetti decisivi sui quali non si può sorvolare, perchè far
finta che non accada niente significa portare la situazio-
ne ad un livello sempre più grave. E, quindi, se c'è una si-
tuazione economica che vede il rallentamento dell’infla-
zione, e neanche di molto, tutto questo però — va detto —
avviene a spese gravissime dell'occupazione che continua
a vedere l'aumento dei disoccupati, la riduzione della ba-
se produttiva, lo spostamento di grossi gruppi con inve-
stimenti all’estero e tutto questo avviene nel quadro delle
compatibilità poste dal fondo monetario e dalla subalter-
nità che ancora si vuole riservare al nostro paese a livello
internazionale, cioè nella divisione capitalistica interna-
zionale.
Quindi, secondo noi, è in atto una politica di attacco gra-
ve all'occupazione ed ai consumi delle masse popolari
mentre assistiamo, ad esempio, alla riprivatizzazione di
settori pubblici, alla mancanza di piani settoriali nei set-
tori di fondo, per cui quella che viene avanti è proprio
una linea senza prospettive per un riequilibrio dei grossi
aspetti gravi che esistono nel nostro paese e per la solu-
zione dei gravi problemi sociali. Abbiamo un blocco della
spesa pubblica che riduce i servizi, porta all'aumento del-
le tariffe che sono più che triplicate mentre, per esempio,
il discorso della politica fiscale, del reperimento demo-
cratico di nuove risorse non viene avanti. Abbiamo avuto
46
un attacco su tutti i vari terreni, ma su questo problema
del reperimento di nuove risorse, da coloro che più pos-
sono non si è spostato nulla e noi ci troviamo di fronte ad
una situazione che non può non essere vista da forze re-
sponsabili, e ci riferiamo in questo momento a forze che
sono state responsabili secondo noi del nostro paese an-
che con grosse contraddizioni alle forze di sinistra, in
particolare al Partito comunista, ci riferiamo al grosso
problema della disoccupazione giovanile e, quindi, a
quello che si può innescare se non si dà una risposta a
problemi posti a questo livello mentre vediamo a livello
regionale che gli industriali che affermavano esistere sei-
mila posti qualche mese fa, oggi tirano la mano indietro
e, quindi, la politica e il ricatto che viene fatto nei con-
fronti di questo grosso problema è quello di avere assi-
stenza, di avere fondi dallo Stato, di avere la possibilità
di assumere individualmente ad libitum da parte delle
aziende e di poter licenziare quando se ne presenta l’oc-
casione.
To credo allora che su queste questioni occorra riflettere,
perchè non possiamo vedere la situazione con ottimismo
sul piano economico, che sarebbe poi l'ottimismo che va
a favore della politica di chi vuol ristrutturare e guada-
gnarci sopra senza affrontare i problemi sociali e i pro-
blemi occupazionali e non vedere anche la gravità dei
problemi sociali che abbiamo di fronte. Ieri, per esempio,
parlavo del problema della casa, dell’equo canone, di che
cosa succede se passa questa legge sull’equo canone, si-
gnifica migliaia di persone sfrattate oltre che un grosso
regalo alla rendita; per cui mettiamo assieme disoccupa-
zione, sfratto, riduzione dei servizi, aumento delle tariffe
che addirittura a Milano, e poi tra poco arriveremo anche
qui, si arriverà a portare le tariffe degli autobus a più di
duecento lire, e ci rendiamo conto che non saranno sola-
mente colpiti i giovani, gli strati marginali ma si darà un
grosso colpo alla maggioranza delle masse popolari. Ec-
co perchè noi oggi sosteniamo che è possibile un'unità
fra i giovani, gli studenti e le masse popolari per imposta-
re una politica alternativa contro le scelte che stanno ve-
nendo avanti.
Per quanto riguarda anche la 382 noi non pensiamò che si
possa cantare vittoria su questo piano. Secondo noi non è
passato un discorso di riforma democratica dello Stato e
non si può certamente definire una svolta storica. Secon-
47
do noi non c'è stato e non c’è nel trasferimento delle fun-
zioni e dei poteri alle Regioni un riordino dell'apparato
centrale e non si può dire, come dice il presidente, che ne
esce un potere centrale che coordina a livello di governo.
Mi sembra che questo non possa assolutamente essere
detto. Non solo sono stati mantenuti centri di potere su
cui si regge la Democrazia cristiana (dagli enti di assi-
stenza alla cassa per la piccola proprietà contadina e ad
altri enti) ma mi pare anche che ci troviamo di fronte a
pericoli e a rischi gravissimi, cioè al fatto, per esempio,
che non c'è stato questo contemporaneo riordino a livello
centrale, che è aperto il problema gravissimo che rischia
poi di rimbalzare, come è rimbalzato in parte, per la fi-
nanza locale a livello degli enti locali con il problema del-
le finanze e dei mezzi e del personale, per potere affronta-
re i problemi che vengono posti da questa 382 con la
drammaticità che tutti noi possiamo evidentemente im-
maginare.
Ebbene io credo allora, per non fare un lunghissimo di-
scorso, che è in questo quadro di crisi, di non prospettiva
di soluzione dei problemi, ma anzi di aggravamento delle
condizioni delle masse popolari, dei giovani e degli strati
emarginati in primo luogo, che si spiega il perchè, al pri-
mo posto dell’accordo di governo cè il problema dell’or-
dine pubblico, con la reintroduzione del fermo di polizia,
con il problema di un aumento della repressione a tutti i
livelli; perchè noi abbiamo detto già anche in altra sede
che non essendoci prospettive di soluzione a livello eco-
nomico e sociale il potere, cioè il Governo, lo Stato dovrà
reprimere ed emarginare prima i più deboli, che sono og-
gi i giovani e gli strati sociali non protetti, ma poi anche
gli altri, gli operai e anche gli operai occupati. E non è un
caso che oggi noi vediamo grosse situazioni aziendali in
crisi e non è un caso, per esempio, che vediamo lotte an-
che operaie che criticano la politica del Sindacato che si
muove in questo quadro e vediamo appunto il Sindacato
investito da grosse polemiche (basta pensare ai ferrovie-
ri, basta pensare ad alcuni settori, per esempio, a Napoli
che addirittura hanno occupato anche la sede della stes-
sa FLM che è stata un Sindacato avanzato e consapevole
in questi anni nel nostro paese). Quindi noi vediamo chia-
ramente le difficoltà anche del Sindacato, a muoversi in
questo quadro politico che attacca nella sostanza le mas-
se popolari, i giovani e i lavoratori. È allora in questo
48
= —
uadro che, secondo noi, bisogna anche vedere il conve-
no del 23, 24 e 25, convegno promosso dal Movimento
legli studenti, da quel movimento di cui faceva parte lo
studente Lo Russo, ucciso dalle forze di polizia nel mar-
zo, movimento che allora non trovò nessuno in piazza ad
attenderlo quando iniziò la protesta e che reagì in alcune
sue frange con espressioni di protesta violenta e che da
allora però è stato criminalizzato nella sua totalità, verso
il quale si è teso un cordone sanitario con incarcerazione
di suoi esponenti per reati di opinione e con gente in car-
cere (permettetemi, perchè alcuni li conosco anch'io, so-
no dipendenti comunali, eccetera), che io non riesco asso-
lutamente a spiegarmi perchè stiano in carcere. Poi non
condividiamo diverse delle cose dette nell'analisi fatta
dagli intellettuali francesi sull'Italia e su Bologna.
In rapporto anche ad altre realtà nazionali e sul fatto che
in tali analisi si considera già concluso un processo di
nuovo autoritarismo in Italia come frutto della politica
del compromesso storico. E non crediamo neppure quin-
di che il problema oggi possa porsi solo in termini di dis-
senso nel nostro paese, magari solo per gli intellettuali e
per i giovani, oppure, tesi ancora più aberrante e che va
combattuta, essendo già questo autoritarismo consolida-
to non esiste altro che la lotta armata contro lo Stato, tes
aberrante che oggi fa il favore ai gruppi più reazionari e
danneggia un'alternativa possibile di operai e di strati
colpiti dalla crisi proprio per il carattere della crisi e
dell’attacco che viene portato non solo ai giovani ma an-
che alla classe operaia e anche a ceti intermedi. Però è ve-
ro, secondo noi, pur rifiutando queste tesi, che c'è un mu-
tamento nel carattere della democrazia, nel carattere del-
lo Stato che tende verso nuovi livelli autoritari. Questo è
dimostrato non solo dalle leggi sull'ordine pubblico, cioè
da quel fermo di polizia che — ad esempio — il PCI ha ac-
cettato nell’accordo'di governo mentre nell'altro governo
Andreotti aveva rifiutato, ma lo vediamo proprio nella
tendenza a non porre i problemi in termini di corretta
dialettica democratica e con un aumento di compenetra:
zione sugli accordi, per esempio, che vengono raggiunti a
livello di forze politiche, appunto di compenetrazione tra
tali accordi e i livelli della società civile, gli stessi livelli
di rappresentanza delle masse popolari e delle classi la-
voratrici.
Noi notiamo questa tendenza di mutamento nel carattere
gi
5
d
49
della democrazia e dello Stato. Ecco quindi perchè biso-
gna discutere e creare le condizioni per battere questo di-
segno e recuperare spazi di lotta per riproporre nel no-
stro paese un nuovo disegno alternativo democratico con
prospettive di trasformazione vera della nostra società
che risolvano i problemi che oggi non si risolvono ma si
aggravano, che appunto non c'è in tale quadro politico.
Poi riteniamo, ad esempio, che l'improvviso passaggio
del PCI dall’opposizione all'area di governo e l’unificazio-
ne del quadro politico che ne è conseguita intorno ai temi
della difesa oltranzista dello Stato e delle istituzioni,
mentre ha avuto l’effetto di riaggregare il fronte borghe-
se e di rinsaldare l'egemonia ha operato accentuando gli
effetti della crisi economica come fattore di divisione
all’interno del fronte anticapitalistico, cioè tra proleta-
riato, sottoproletariato, tra classe operaia forte e classe
operaia debole, tra occupati e disoccupati, tra movimen-
to operaio e nuovi soggetti antagonisti tra nord e sud. Ed
è proprio nell’abbandono senza rappresentanza di
un’area crescente di proletariato marginalizzato e di nuo-
vi soggetti sociali portatori di nuovi bisogni insoddisfatti,
che trovano alimento fenomeni di ribellismo disperato,
di violenza politica e comune, di terrorismo.
L'aumento della criminalità e del terrorismo registrato
quest'anno e denunciato dal Partito comunista con mora-
lismo, va imputato, secondo noi, al quadro politico che si
è creato, cioè all'abbandono improvviso che vi è stato, da
parte del PCI, della sua collocazione e della sua funzione
di opposizione. Io credo che su queste cose bisogna riflet-
tere e ritengo che, proprio perchè esistono questi proble-
mi, vi siano le valide ragioni perchè questo convegno ven-
ga fatto, e soprattutto, per discutere, per rompere la divi-
sione che si è costruita tra giovani, studenti e movimento
operaio e per rilanciare una lotta di massa contro queste
tendenze repressive che non può essere una lotta solo in
termini di dissenso ma una lotta di alternativa sociale,
economica e politica.
Per questo noi, i nostri compagni che sono nel movimen-
to degli studenti, ci batteremo perchè in questo convegno
si discutano a fondo questi temi, proprio per andare a un
chiarimento con chi crede che opposizione nel nostro
paese significhi organizzare solo questa seconda società,
cioè gli strati emarginati e i giovani contro la prima, di-
menticando il ruolo centrale della classe operaia nel no-
50
stro paese e soprattutto per noi sarà un momento di chia-
SEE decisivo rispetto agli autonomi. Il convegno di
po ogna per noi vuol dire anche la sconfitta della linea
egli autonomi dentro al movimento.
TURCI: Potrebbe essere la sconfitta della linea del PDUP.
CONIGLIO: Sarebbe però grave se fosse sconfitta la linea
nostra, perchè sarebbe una sconfitta di tutti, sarebbe il
far prevalere la tesi di chi vuole lo scontro tra lo Stato, il
Governo, la classe operaia e questi strati e sarebbe una
sconfitta per il paese e per la democrazia.
Quindi noi vogliamo andare proprio ad un chiarimento
politico, assumendoci le responsabilità, perchè vi siano
condizioni precise di confronto, che evidentemente è
compito del movimento che organizza il convegno mante-
nere, ma è anche compito della città e delle forze politi
che cercare di assicurare impedendo provocazioni che
non sono solo provocazioni di chi sostiene che oggi in Ita-
lia non ci sarebbe altra strada che la lotta armata, ma so-
no anche le provocazioni che possono venire dall'interno
del lo Stato. Quindi quando, presidente Cavina, si prende
posizione contro la violenza non bisogna dimenticare che
la violenza c'è stata e a Bologna, nei giorni di marzo, la
violenza grave è venuta da parte di esponenti di forze
del ordine (io non dico da tutte perchè quello fu un silu-
ro lanciato anche contro la democratizzazione del sinda-
cato di polizia e vediamo oggi come vanno avanti le SLC
In questo settore, come ci è testimoniato anche da ade-
renti stessi alle forze dell'ordine che si battono per la de-
mocratizzazione delle forze dell'ordine stesso); la violen-
za venne da lì, venne proprio dall’uccisione di un giovane
dall'uso delle armi da parte della polizia. Credo quindi,
che queste cose bisogna chiarirle e vederle nella loro di.
mensione e nella loro complessità. Per cui credo che sia
stato giusto da parte del comune concedere gli spazi che
sono stati richiesti, avere risposto positivamente alle ri-
chieste logistiche e uno sforzo deve essere fatto, a nostro
parere, per quanto riguarda i servizi alimentari conside-
rando le condizioni economiche e sociali di questi giovani
e le possibilità di trasporto. Non crediamo che lerichie
ste fatte dal movimento fossero prevaricanti e sopraffat-
trici; avevano chiesto tutta ùns serie di spazi, era una
trattativa, avevano individuato gii spazi e sono stati con
S1
cessi quelli che potevano essere dati e mi pare che la ri-
sposta che per ora sembra venire sia una risposta di ac-
cettazione che tende a impostare il convegno sulla strada
del dibattito e del confronto.
Quindi noi siamo perchè questo confronto si apra e se si
perderà all’interno di questo confronto noi riteniamo che
perderà la democrazia, prevarrà la logica dello scontro
come vorrebbero da una parte e dall'altra, come ho detto
in precedenza. Ecco perchè credo che per assicurare que-
sto dibattito e questo confronto sia opportuno anche una
maggiore dialettica delle forze politiche e anche delle
istituzioni. Non capisco perchè, ad esempio, si voglia con-
tinuare nel mantenere questo fronte unito delle istituzio-
ni, delle forze politiche delegando tutto al Prefetto rap-
presentante del Governo. Credo che anche il concetto
dell’articolazione della nostra Costituzione preveda una
dialettica democratica tra le varie istanze dello Stato e
tra le varie forze politiche per cui ogni forza, ogni istitu-
zione faccia la propria parte perchè io credo che ognuna
sia rappresentante di istanze e di interessi diversi. In
questo senso, quindi, credo che sia negativo e nocivo pre-
sentare di fronte ai giovani, soprattutto a coloro che vo-
gliono aprire un dibattito e un confronto con la classe
operaia e con la città, un quadro monolitico che, pratica-
mente, tenderebbe (a marzo si contrappose monolitica-
mente) a contrapporsi in maniera monolitica a coloro che
rappresentano e organizzano questa possibilità di con-
fronto e di dibattito, e credo che non aiuti le stesse forze
che all’interno del movimento vogliono che il dibattito si
avvii su una strada giusta, democratica e di confronto.
Ecco quindi qual è la nostra posizione. In questo senso io
non mi sento di aderire, proprio perchè ne considero l’inu-
tilità, a un ordine del giorno che venisse proposto in cui si
presentasse unitariamente questa posizione di tutte le for-
ze politiche, di tutte le istituzioni nei confronti di questo
movimento; io credo che si debba salvaguardare una dia-
lettica e anche si debba andare ad un giudizio preciso su
questo convegno, sui temi che propone, su cosa ne pensano
le forze politiche, cosa che non c'è in un ordine del giorno
asettico che richiama semplicemente il rispetto delle rego-
le democratiche, rispetto che a nostro parere deve valere
non solo per i giovani del movimento ma anche per quelle
forze che da marzo a venire avanti anche in altre occasioni
dall'interno dello Stato hanno provocato il movimento.
Seduta del 16 Settembre 1977
52
Dicembre 1977
Riflessioni su bologna che cambia
I bilanci locali nel quadro dell’attacco governativo
alle masse popolari
Vengono presentati in questi giorni in consiglio comuna-
le e nei quartieri e pubblicati sulle pagine locali dei gior-
nali, i bilanci preventivi delle aziende municipalizzate del
comune di Bologna.
I dati che ne risultano sono rappresentativi di un muta-
mento di fondo in corso nell’amministrazione comunale
bolognese (e nelle altre emiliane) dal dopo 20 Giugno
1976 e, con più accentuazione, dal momento dell'accordo
a sei del Luglio di quest'anno.
La linea che va avanti è quella del pesante arretramento
sul terreno dei servizi sociali, con una tendenza alla logi-
ca del costi-ricavi nelle aziende municipalizzate.
Ciò significa il peggioramento del servizio, il blocco delle
assunzioni, con la non effettuazione dello stesso tourno-
ver, l'aumento delle tariffe (dal gas, alla nettezza urbana,
ai trasporti ec
Si riflette nei freddi dati dei bilanci di tali aziende anche
il mutamento della qualità della vita nella città: è in au-
mento la disoccupazione giovanile e intellettuale, che pri-
ma trovava sbocco in certi settori, finiscono esperienze
avanzate nel campo dei servizi sociali (asili, consorzi
socio-sanitari), con un attacco alla condizione della don-
na, cresce la frammentazione individuale con il ritorno a
logiche di chiusura familiare e la diminuzione di momen-
ti associativi tipici della realtà bolognese.
Qualche giorno fa la pagina bolognese dell'Unità presen-
tava il bilancio dell'azienda trasporti vantando la riduzio-
ne di 11 miliardi nel deficit per il '78. Nei sottotitoli si
elencava il dato del blocco delle assunzioni e del tourno-
ver, la «razionalizzazione del servizio» con diminuzione
dello stesso la sera e la notte, con l'aumento avvenuto del-
le tariffe e la fine delle fasce orarie gratuite.
Già da alcuni mesi compagni e cittadini che si servivano
del mezzo pubblico parlavano del peggioramento del ser-
vizio (fermate più distanti, attese più lunghe, grosse diffi-
53
coltà ad utilizzarlo alla sera) con riflessi sul modo di vita
della gente.
Proprio giorni fa accanto al bilancio dell'azienda traspor-
ti municipali, apparivano i dati sull'aumento del 10% del-
le vendite delle auto private in Italia, sul notevole aumen-
to delle vendite dei televisori in bianco e nero e a colori.
È venuto spontaneo collegare tali dati e verificare come
la politica attuale dell'ente locale bolognese, capovolgen-
linee passate, contribuisca alle scelte di < espansione
vecchio e fallimentare modello di sviluppo, incidendo
modo di vivere attraverso il recupero di un nuovo in-
ridualismo e di chiusure nella logica familiare.
i sera non si esce se non si ha l’auto privata, meglio sta-
in casa, in famiglia con un buon televisore!
altro esempio è quello dell'azienda municipalizzata
gas; è di quesi giorni l'aumento di 40 lire al mc del
gas-metano richiesto dalla SNAM-ENI e accettato dalle
aziende erogatrici.
i la SNAM ha prodotto i conti relativi al costo di pro-
uzione del gas-metano; il presidente dell'’ENI Girotti an-
ni fa si rifiutò di darli al ministro che li richiedeva.
Ma a tale livello nessuna battaglia si fa da parte della
nistra storica, si scarica l'aumento sull'utente, mentre
come azienda municipalizzata, vi sarà un ulteriore au-
mento per pareggiare i conti.
In alcune zone il consumo del gas-metano è diminuito per
gli aumenti intervenuti.
In un centro Peep si sceglie il gasolio per il riscaldamen-
o: in quanto più conveniente, anche se più inquinante.
A chi solleva il problema di quanto può accadere i re-
sponsabili dell'azienda rispondono che tanto prima o poi
anche il petrolio aumenterà nel pr
Le infrastrutture sociali e civili, vere ua esterne
per lo sviluppo della realtà bolognese, vengono progres
vamente colpite con riflessi sull'occupazione, il caro-vita,
la vita associativa e culturale.
L'unico errore di quando si impostò quella linea (e lo de-
nunciammo) fu quello di non battersi a fondo, come sini-
stra, perchè agli enti locali fossero dati i mezzi necessari,
scegliendo invece di espandere il disavanzo (con carico
enorme di interessi passivi).
Ma dopo il 20 Giugno ed oggi, la linea da seguire non è
certo quella di fare marcia ca su tali servizi, accet-
tando l’attacco che il governo porta,, sul terreno della
spesa pubblica, alle entrate degli enti locali, con lo spre-
co di spesa pubblica che continua in settori economici
dello Stato o, fiscalizzando gli oneri sociali, fuori da ogni
logica di riconversione fondata sulle produzioni necessa-
rie al paese e sulla occupazione.
La lotta per avere i mezzi finanziari, per far pagare servi-
zi di base principalmente con la imposizione diretta e la
lotta alle evasioni, oggi viene abbandonata dalla sinistra
storica; la logica dei sacrifici sulle masse, senza contro-
partite di alcuna natura, va avanti e rivela una carenza di
strategia e di programma di una gravità incredibile.
Sull’assassinio dell'on. Moro e sulla situazione
dell'ordine pubblico in Italia e nella regione
(18/5/1978)
CONIGLIO: Signor presidente e colleghi consiglieri, non
credo di dovere fare un lungo discorso sulla comunica-
zione del presidente Turci; credo solo di potermi limitare
ad alcune valutazioni, tenendo presente che sulle questio-
ni che sono oggetto oggi di dibattito abbiamo già avuto
modo di esprimere le nostre posizioni politiche. Io credo
che non si possa non prendere atto, soprattutto dopo i ri-
sultati elettorali che vi sono stati, della gravità della si-
tuazione esistente nel paese e di quale sia, in definitiva, il
disegno del terrorismo. Io credo che il disegno che oggi le
Brigate rosse stanno portando avanti sia un disegno che
tende a spostare a destra l’asse politico nel paese e aiuta
la costruzione di un blocco d'ordine; un blocco d'ordine
che sposta anche il modo di pensare, il senso comune del-
le masse popolari, con il risultato di arrecare prima di
tutto un pesante attacco alle masse popolari, alla classe
operaia, a quelle forze che vogliono condurre una lotta al-
ternativa democratica contro questa società e questo si-
stema capitalistico, che è incapace di dare lavoro, di dare
giustizia sociale ed una vita decente, in speciale modo al-
le giovani generazioni.
Le Brigate rosse con i loro attentati rafforzano le tenden-
ze autoritarie dentro lo Stato; tendenze autoritarie che
noi vediamo esplicarsi non solo nel tipo di legislazione
che comincia ad andare avanti; legislazione, noi sottoli-
neiamo, grave, perchè non serve a colpire i terroristi, ma
serve, e lo abbiamo visto anche in questi giorni, nei giorni
della vicenda dell'attentato di via Fani e del rapimento
dell'onorevole Moro, a indirizzarsi verso il settore
dell'opposizione sociale all'attuale quadro politico e a si-
nistra; basta pensare quanti arresti sono stati fatti, poi ri-
lasciati, mentre invece in direzione del terrorismo non si
è tirato ancora fuori un ragno dal buco.
L'assassinio di Moro — va detto, questo è il quadro che
emerge nella situazione attuale — ha contribuito anche
alla grande avanzata elettorale della Demcrazia cristiana
e questa strategia di terrorismo, di assassinio, sta ridan-
do enorme spazio al padronato e a quelle forze che voglio-
no ristrutturare il sistema con i sacrifici dei lavoratori,
dei giovani, delle donne, attaccando il costo del lavoro, i
servizi sociali, per continuare ad usare la spesa pubblica
a fini di profitto. Noi riteniamo, quindi, che queste cose
vadano sottolineate. Lo dicemmo ai tempi di piazza Fon-
tana a chi giovava una certa strategia del terrore. Non
possiamo assolutamente non porci il problema - oggi
quando vediamo, poi, come si è svolta tutta la vicenda
dell’onorevole Moro. Abbiamo visto come i messaggi e le
lettere venissero scambiati quotidianamente nel centro
della capitale. Il cadavere dell'onorevole Moro lasciato in
pieno centro di Roma, senza che si riuscisse a scoprire al-
cunchè. Quindi un'efficienza da parte di queste Brigate
rosse che — lo ripetiamo, lo dicemmo il giorno dell’atten-
tato di via Fani — se possono evidentemente vedere forze
come quelle che sono nella gabbia di Torino non si limita-
no, a nostro parere, a quelle sole forze. Chi tira le fila le
tira a livelli di efficienza, di organizzazione, di collega-
menti interni e internazionali molto più vasti.
Del resto, anche quello che sta venendo fuori al processo
di Torino nella deposizione di questo frate Girotto, che
parla di collegamenti e di ramificazioni delle Brigare ros-
se con gli affari riservati del Ministero degli Interni, di-
mostra appunto che il disegno è molto più generale, è un
disegno estremamente pericoloso, certamente facilitato
dal fatto che a livello politico non c'è più un punto di rife-
rimento di una certe forza, come c’era in passato, ed era
costituito dal Partito comunista per l’area di opposizione
sociale, ma è aumentata la crisi a livello economico e so-
ciale, specialmente nelle aree marginali e nelle aree gio-
vanili e, viceversa, abbiamo una situazione di Governo
appoggiata dalle forze storiche della sinistra, un Governo
che non affronta e non risolve i problemi gravi della crisi
che vive il paese, ma in cui, si dà il caso, abbiamo spesso
forze come il Partito comunista che difendono questo si-
stema e questo Stato più della stessa Democrazia cristia-
na, abbiamo episodi, che evidentemente si riflettono an-
che nel dibattito operaio, di dirigenti confederali che
spesso hanno anticipato i desideri del padronato, prima
addirittura delle stesse dichiarazioni confindustriali.
Ecco, quindi, che noi riteniamo che a questa situazione
difficile, in cui avanza questa strategia del terrorismo,
non si opponga una risposta politica adeguata. Noi rite-
niamo, anzi, che la strategia dell'appoggio e della condivi-
sione da parte della sinistra storica, soprattutto del Par-
tito comunista, di questa politica governativa che dà ri-
57
sposte sbagliate sul terreno dell'ordine pubblico, accen-
tuando l'intervento repressivo dello Stato, ma che elude
completamente gli interventi sociali in direzione dell’oc-
cupazione, in direzione della soluzione dei gravi squilibri
del nostro paese, questo sia un modo per non affrontare
alle radici quei problemi che pure il terrorismo ci pone di
fronte, perchè noi crediamo che prima di tutto bisogna
sapere dare delle risposte a livello economico e sociale
per affrontare alle radici quelle che sono strategie terro-
ristiche, sia pseudo-politiche, sia di criminalità anche co-
mune. Quindi noi
sia da sottolinea
crediamo che la prima carenza di fondo
u questo terreno.
Noi inoltre non riteniamo che da parte del Governo e del-
la maggioranza ci
di fronte anche a
gate rosse, sulla v
niera molto più e
si sia mossi come ci si doveva muovere,
la provocazione terroristica delle Bri-
icenda dell'onorevole Moro. Noi, in ma-
splicita dei compagni socialisti, ci sia-
mo dichiarati per la trattativa che non significa assoluta-
mente riconoscere come interlocutori le Brigate rosse, si
gnifica partire da una condizione di stato di necessità,
previsto anche dal diritto penale e a livello giuridico, del-
la situazione che investiva appunto l'onorevole Moro, e
quindi, anche soprattutto per andare in certo qual modo
a cercare di snidare chi è che si nasconde veramente, fino
in fondo, dietro queste Brigate rosse, non fare il muro
chiuso sin dall'inizio, ma poter anche vedere su quale ter-
reno una certa trattativa era possibile, proprio per la
condizione di stato di necessità, per il fatto che lo Stato è
interprete delle esigenze della comunità e dei suoi diritti,
e soprattutto il diritto della vita umana.
Quindi noi ritenevamo e riteniamo che tentativi andasse-
ro fatti, non per accettare il patto iugulatorio proposto
dalle Brigate rosse dello scambio dei tredici con uno, ma
una trattativa che potesse porsi su un terreno che poteva
essere riconosciuto dalla grande maggioranza della po-
polazione come un tentativo fatto su un terreno umanita-
rio e su un terreno che rispettava anche alcune condizio-
ni giuridiche poste proprio dalla situazione che si era
creata con la cattura e l'imprigionamento dell'onorevole
Moro. Noi riteniamo che non avere fatto questo sia stato
un errore; l’essersi chiusi dentro la difesa della ragione
di Stato, in cui abbiamo visto certe forze porre addirittu-
ra lo Stato come fine, mentre, secondo noi, lo Stato deve
essere sempre uno strumento al servizio della comunità.
E noi ci meravigliamo perchè non ci pare nemmeno ri-
spondente a una concezione cristiana il tipo di Stato e di
discorso di Stato che è venuto fuori, mentre lo ricono-
sciamo più tipico di altre concezioni, che pure sono con-
cezioni distorte, appartenenti a un’area cosiddetta laica o
anche a un'area delle stesse forze che pure derivano dal
marxismo. o
Ebbene, noi riteniamo che in questo caso si sia sbagliato,
noi siamo convinti che il tentativo di liberare un ostaggio
di fronte a una situazione di stato di necessità andasse
fatto. Per esempio, liberare uno di questi carcerati, che
non si fosse però macchiato in maniera palese di un delit-
to o di un assassinio, noi ritenevamo che potesse essere
una proposta da farsi, anche se è nostra opinione che il
disegno delle Brigate rosse e di chi ci sta dietro è tale che
probabilmente questo non avrebbe sortito nessun risul-
tato, perchè siamo convinti che il processo che si vuole
introdurre e innescare, passando anche attraverso l’as-
sassinio dell'onorevole Moro, e anche proprio dell’onore-
vole Moro, per quello che poteva rappresentare anche
nella prospettiva di sviluppo politico del nostro paese,
probabilmente — dicevo — questo non sarebbe servito,
ma noi avremmo visto un ruolo diverso, un tentativo di-
verso, una figura diversa dello Stato e delle forze che ope-
rano a livello di Governo. Non solamente, per la salva-
guardia di una vita umana, fare tutto il possibile su un
terreno di razionalità e nelle condizioni poste anche a li-
vello giuridico e politico, ma anche per le conseguenze
politiche, perchè noi riteniamo che l'assassinio dell’ono-
revole Moro si instauri proprio in un tentativo che si ac-
centua, di imprimere un indirizzo autoritario verso an-
che legislazioni speciali nel nostro paese. Questo non è
stato fatto e noi riteniamo che sia stato un errore. Oggi
questa strategia delle Brigate rosse, che passa anchè at-
traverso questo assassinio, che passa attraverso questo
stillicidio continuo di attentati, si sposa molto bene con i
fautori di una svolta autoritaria nel paese; si sposa molto
bene con i fautori di una svolta che, non avendo proposte
e soluzioni da dare sul terreno economico e sociale ai la-
voratori e ai giovani, punta a un rafforzamento in senso
autoritario, cioè di politica repressiva dell'ordine pubbli-
co a livello dello Stato. E quando si parla qui, da alcune
parti di non presenza e di non funzionamento dei servizi
segreti, di inefficienza della polizia, di settori della Ma-
59
EC EE RMMMMHuEe: =. Fr
gistratura,-dobbiamo dire innanzitutto che i servizi segreti
in passato hanno dimostrato connivenze con il terrorismo
e con la strategia di stampo fascista, e molti esponenti li
abbiamo poi visti finire nelle file del Movimento sociale
italiano.
Quando da parte di certe forze — vedi stamattina Fiorini
— si parla dei servizi segreti, eccetera, bisogna rispondere
che questi servizi segreti c'erano, funzionavano e funziona-
vano in connivenza con il terrorismo di destra. Questi sono
fatti che conosciamo e sappiamo molto bene. Del resto noi
non pensiamo ad un ruolo anche positivo e democratico
dei corpi cosiddetti separati dello Stato se non si va in di-
rezione di una loro effettiva democratizzazione. Mentre
oggi la tendenza è contraria: è la tendenza a negare il sin-
dacato di polizia ai poliziotti; è la tendenza, appunto, a non
collegare processi di trasformazione democratica in que-
sti settori a un disegno di trasformazione più generale che
deve essere condotto avanti con la partecipazione delle
masse popolari e difendendo le conquiste che sono state il
patrimonio delle lotte di questi ultimi sette, otto anni, che
sono conquiste vere e che se oggi non si sono tradotte, non
si sono tradotte proprio perchè a livello politico non si è
saputo dare risposta alla domanda che veniva dalle lotte
operaie e studentesche, alla domanda di una scolarità che
richiedeva anche una trasformazione del sistema produtti-
vo. Una domanda di uguaglianza, una domanda di non de-
lega, una domanda di partecipazione alla vita pubblica, al-
le scelte sugli investimenti pubblici; una domanda che
rompesse coi corporativismi, con le baronie, con la spesa
pubblica indirizzata a fini di profitto e non indirizzata per
la soluzione dei problemi collettivi. Questa è la domanda
che viene dagli anni '68/70 delle lotte operaie e studente-
sche. Se non si capisce questo, se si ritiene oggi di confon-
dere quella stagione, che è stata una grande stagione de-
mocratica di contestazione, perchè c'era la necessità di
contestare un sistema che imputridiva, con fatti di violen-
za o con il 27 o il 7 0 1’8 garantito, non si capisce allora tut-
to quello che è stato il portato di quella stagione. E oggi
questo non viene inteso, a nostro parere, dalle forze stori-
che della sinistra: si sposano concetti che sono di nuovo
quelli della centralità dell'impresa, della centralità
dell'iniziativa privata, della libertà da darsi agli imprendi-
tori, della spesa pubblica indirizzata a fini produttivi e
quindi data soprattutto agli imprenditori.
Cioè quando noi notiamo l'abbandono di certe n
che sono le categorie su cui si è mossa, pur tra contraddi-
zioni, la sinistra nel nostro paese e si va verso la difesa di
questo Stato e di questo sistema, che pure non riesce a
dare risposte sul terreno economico e sociale nell inte-
resse collettivo, noi riteniamo che ci si ponga su una sia
da pericolosissima, una strada che del resto anche gli ul
timi risultati elettorali cominciano, a nostro parere, a
mettere con forza di fronte agli occhi di tutti. >
Quindi io non credo che si debba aggiungere molto altro.
Noi riteniamo e speriamo che anche il risultato elettora e
possa portare a una riflessione nell’ambito della e
possa portare a una riflessione soprattutto nel ambito
del Partito comunista italiano. Noi riteniamo che questa
linea sia perdente; è una linea che non risolve i problemi
economici e sociali del paese, ma che aggrava gli squili;
bri, aggrava la disgregazione e rende possibile anche, DO
di prima, una strategia del terrorismo. Una strategia e
terrorismo che può portarci, anche entro breve tempo, a
proposte e a svolte molto pesanti e difficili nel Dosoe
paese. Noi riteniamo che si debba ricolmare con forza
questo distacco che vi è tra le esigenze degli operai, dei
lavoratori, dei giovani e delle donne ed una PISA,
za politica più consistente, che se non può CIRERGOrSI al i-
vello di governo senza essere subalterna, e profond lamen-
te subalterna (perchè oggi è il dato che ne esce e Sita
portando le espressioni dirigenti di questo partito, il PO) j
ad essere più realista del re, a dimostrare e a fare capire
quasi che c'è un monocolore di governo PCI appoggiato
dalla Democrazia cristiana e non viceversa) se non si He,
sce ad esprimersi, a livello di governo, con una Sia c n
non permette la soluzione di questi problemi e c eno e
mantenere la propria centralità e il proprio regime di po-
tere, come la Democrazia cristiana, noi riteniamo, pro-
prio per la salvaguardia democratica nel ROSORNE,
anche se costituisce la smentita di una linea politica, c ne
sia molto più positivo un ruolo di alternativa, di opposi-
zione, che l’intera sinistra deve sapere esprimere da un
collegamento con le masse popolari, saldando der ope-
raia e nuovi strati sociali emergenti, i giovani ele eno
oggi in una COOONE di particolare subalternità e di
rticolare difficoltà. È ;
rocco che su queste cose bisogna aprire un dibat-
61
tito, perchè anche i fatti che sono sotto i nostri occhi tutti
i giorni, oltre che il risultato elettorale, dimostrano que-
sto, cioè dimostrano la vera natura della Democrazia cri-
stiana e l'impossibilità, con questa forza, di portare avan-
ti una politica di trasformazione sociale nel nostro paese
secondo quelle che sono le necessità ed i bisogni delle
masse popolari. Allora, per salvaguardare la democrazia,
invece di una posizione subalterna, che porterebbe ulte-
riori guai nel blocco sociale anticapitalistico, noi ritenia-
mo che sia più utile, proprio per il paese, al di là di quello
che oggi dice il Partito comunista, ritrovare una strada di
opposizione, una strada di alternativa, una strada che ri-
parta su nuove strategie anche, perchè c’è bisogno di una
revisione. Cioè oggi bisogna porsi il problema, nell’Euro-
pa occidentale e in Italia, di cosa significa costruire
un'alternativa ad un partito e ad un sistema che evidente-
mente ha fatto acqua e che continua ancora ad accentua-
re gli squilibri storici nel nostro paese. Cosa significa,
per esempio, sapere costruire un'alternativa che sia più
credibile da parte delle masse popolari, che non compri-
ma, intanto, quei diritti di libertà e quei livelli di parteci-
pazione che si sono conquistati anche all’interno di que-
sti sistemi e che ne presuppongono appunto un supera-
mento in avanti.
Come movimento operaio, quindi, cercare anche di usci-
re da quelle che sono situazioni perdenti di subalternità
ad una Democrazia cristiana sia nella versione della col-
laborazione socialdemocratica, che è stata tipica del Par-
tito socialista italiano, ma anche in quella del compro-
messo storico attuale, che non incide sul piano struttura-
le e rischia anche di chiudere spazi democratici a livello
di massa. Su questo noi siamo già intervenuti: noi non ac-
cettiamo la concezione (che fra l’altro, poi, è favorevole
alla Democrazia cristiana e al mantenimento dell’attuale
assetto di potere) dello Stato, di rapporto tra istituzioni,
movimento, società civile, che viene portato avanti, ad
esempio oggi, dal Partito comunista. Noi riteniamo che
non bisogna comprimere la dialettica democratica, che
non bisogna creare nuovi livelli istituzionali superando,
per esempio, gli attuali, come avviene, ad esempio, con
questo continuo richiamo ai Comitati per l'ordine demo-
cratico, questa continua creazione di nuovi livelli, che
non sono i livelli delle istituzioni elettive.
Non bisogna comprimere l’apporto che la società civile
può continuamente portare, nella propria autonomia,
nella dialettica che deve esprimersi anche a livello delle
Istituzioni e delle articolazioni dello Stato, tra le Regioni,
gli Enti locali e gli stessi livelli centrali di governo.
Noi riteniamo che questi siano momenti che vanno sotto-
lineati, perchè la strategia del compromesso storico non
solo si rivela subalterna, non'incide sul piano strutturale,
ma chiude anche spazi democratici a livello di massa. E
noi su questo riteniamo, quando parliamo anche di ap-
piattimento, che i compagni comunisti debbano riflettere
prattutto sui rapporti tra partito, istituzioni, società ci-
ile, tra partito e sindacato, tra livelli delle autonomie lo-
i e livelli di governo.
Per quanto ci riguarda, riteniamo, come forza di sinistra,
di portare un contributo a questa lo!ta per ritrovare un
ruolo della sinistra che sia capace «i: costruire un’alter-
nativa democratica al sistema e alia Democrazia cristia-
na nel nostro paese. Non riteniamo che la strada di coali-
zione intrapresa, la strada di quesio accordo di governo
sia produttiva: riteniamo che non solo accentui rischi ul-
teriori per la strategia terroristica, ima che rischi di ag-
gravare ancora di più i problemi economici e sociali del
nostro paese
Per quanto riguarda alcune questioni che sollevava il
presidente Turci sul problema di come dare una risposta
al terrorismo anche a livello di base, noi riteniamo che
ogni forza, ogni istituzione, ogni organizzazione debba fa-
re la propria parte; noi riteniamo innanzitutto che la pri
ma cosa da farsi è fare. Si chiedeva Turci che cosa fare?
La prima cosa da fare è fare e non stare fermi; è svolgere
il proprio ruolo e cercare di dare risposte sui terreni che
ci competono e che riguardano prima di tutto la soluzio-
ne dei gravi problemi sociali, economici, culturali che og-
gi stanno di fronte al paese, alle masse popolari e in parti-
colare modo alle giovani generazioni. Noi non possiamo
evidentemente, senza intervenire e dare risposte su que-
sti terreni, pensare di fermare un’area di disgregazione
che può essere e che è in un certo qual modo, anche ma-
novalanza per il terrorismo, solamente a livello preventi-
vo sul terreno dell'ordine pubblico, oppure a livello re
pressivo. Sono convinto che la prima risposta da darsi sia
quella sul terreno sociale ed economico e quindi di un
ruolo delle istituzioni che non stiano nell’immobilismo,
che seguano la vecchia logica oppure che si contrap-
63
pongano come muro nei confronti soprattutto delle gio-
vani generazioni, ma siano capaci intanto di cominciare a
dare risposte a livello dei bisogni e delle necessità che
queste forze sociali hanno. Secondo: in questo momento,
più che andare a inventare forme di solidarietà e di unità
nella risposta al terrorismo, che certe volte perseguono,
come terroristi o fiancheggiatori, anche coloro che dis-
sentono dall'attuale politica e quindi vogliono condurre
avanti un dibattito e una dialettica democratica, io credo
che sia opportuno garantire lo sviluppo di questa dialetti-
ca democratica; garantire quindi che il sindacato faccia
la sua parte, che i lavoratori e i consigli di fabbrica fac
ciano la loro parte, che le istituzioni e i partiti facciano
loro parte. Noi riteniamo che proprio in questi momenti
difficili il massimo di dialettica democratica, e non
compressione di essa, sia la maggiore garanzia che i te
roristi non trovano spazio, non trovano solidarietà e non
trovano fiancheggiatori.
Questa noi crediamo sia la risposta che deve essere date
così come riteniamo che non occorrano leggi speciali
non occora un’accentuazione in senso repressivo del
Stato, se non si hanno evidentemente altre mire ed altri
fini. Bastano le leggi che ci sono già; basta una volontà
politica che purtroppo noi non vediamo, perchè la stessa
vicenda dell'onorevole Moro, le cose che stanno accade
do e le dichiarazioni anche che vengono rese sulle compli
cità e sull’omertà ci dimostrano che oggi è all’interno an-
che di questo Stato che bisogna sradicare certe conniven-
ze, bisogna sradicare anche certe omertà che hanno favo-
rito e favoriscono la strategia del terrorismo.
A Viareggio, la 382 un anno dopo
Il Convegno dell'ANCI di Viareggio dell’1, 2, 3 Ottobre ha
preso in esame, fra i suoi temi principali, l'argomento del
bilancio (un anno dopo) della legge 382 e del d.p.r. 616, ol-
tre alla questione dei progetti di legge per la riforma del-
la finanza locale e del sistema delle autonomie.
Le considerazioni con cui un anno fa accogliemmo criti-
camente l'emanazione del decreto 616, attuativo della
382, appaiono più che mai valide oggi, in occasione di un
primo bilancio, quando le cosiddette riforme del 616 ap-
paiono sempre più chiaramente ispirate alla logica gatto-
pardesca del mutare qualcosa affinchè nulla cambi.
Siamo di fronte ad una restaurazione neo-centralistica,
tipica di una società a capitalismo maturo e fatiscente,
giustificata a sinistra con concezioni di insano centrali.
smo democratico.
Era del resto, come avevamo sempre detto, assurdo pen-
sare che con il decreto attuativo della 382, con un decreto
delegato si potesse «riformare lo Stato», mentre è certo
che l’unico processo realmente democratico che si può
innescare passa attraverso la messa in discussione del
carattere «separato» delle istituzioni, attraverso la criti-
ca radicale alle varie forme di statalismo e di autoritari-
smo, con la crescita dela democrazia diretta e del con-
trollo popolare, in altre parole con la formulazione da
parte del movimento operaio di uma genuina linea antica-
pitalistica, che deve passare anche per le autonomie ed i
poteri locali aprendo spazi democratici alla iniziativa di
massa.
Solo vizi idealistici e giustificazionistici potevano far
considerare come decisivi passi in avanti le conclusioni
cui si era giunti con il 616; e a distanza di un anno un bi-
lancio in proposito conferma le nostre precedenti posi-
zioni, Infatti:
— nulla o ben poco è mutato nei rapporti fra Regioni, Mi-
nistero dell'Agricoltura e Ministero degli Esteri per l’at-
tuazione delle Direttive e dei regolamenti CEE, malgrado
il pieno ed assoluto trasferimento alle regioni delle rela-
tive funzioni nelle materie di competenza regionale (art.
6).
— le funzioni attribuite direttamente ai comuni in tema
di polizia amministrativa (art. 19) hanno creato alla prova
65
dei fatti soltanto un grosso ingolfamento delle ammini-
strazioni comunali, soprattutto delle più piccole, sprovvi-
ste come esse sono di adeguati finanziamenti, sottoposte
alle pesantissime ingerenze del Ministero dell'Interno e
dei Prefetti (previste da quella norma), e che si trovano
così ridotte ad essere sostanzialmente organi periferici
ed esecutivi di quel Ministero;
— le nuove funzioni in materia di assistenza sociale (artt.
22 e 23), non si sono ancora viste, specie per quanto con-
cerne i compiti specificamente indicati dell'assistenza
post-penitenziaria e para-penitenziaria e degli interventi
per i minorenni. La territorializzazione intercomunale
dei servizi assistenziali e sanitari dell’art. 25 è stata, in
quasi tutte le Regioni, pressochè completamente inesi-
sténte: si è proceduto con i vecchi strumenti consorziali
ideati dal movimento autonomista all’inizio degli anni '70
e su quella falsa-riga, si sono evitate le innovazioni che il
616 rende possibile;
— il trasferimento ai Comuni delle Istituzioni Pubbliche
di Assistenza e Beneficenza rappresenta un esempio em-
blematico del cosiddetto «slittamento» del 616. Le Regio-
ni interessate, i Comuni, e le IPAB stesse hanno eluso l’at-
tività di necessaria predisposizione di questo passaggio,
mentre la Commissione ministeriale per la determinazio-
ne delle IPAB con caratteristiche educativo-religiose da
escludere dal trasferimento, ha mostrato una capacità di
inattività insieme a una attitudine al baratto degne del
miglior sottogoverno; 7
— le funzioni regionali e comunali in materia di diritto al
lo studio stanno continuando sostanzialmente come pri-
ma, malgrado il potenziamento reso possibile dal 616,
mentre si avvicina poco avvertita la data dell'1/11/1979
che vede il trasferimento alle Regioni delle Opere Univer-
sitarie, mentre i Patronati scolastici sono sì passati ai Co-
muni ma senza la loro sostanziale soppressione e con il
gattopardesco mantenimento in vita delle precedenti
strutture. Mentre — come cornice alla situazione studen-
tesca e giovanile e come risposta alla pienezza delle fun-
zioni regionali in tema di formazione professionale — la
legge 285 del 1977 sull'occupazione giovanile sta fornen-
do risultati che per i giovani stessi sono a dir poco fru-
stranti, nel contesto di una politica industriale nazionale
che privilegia i consumi privati e scoraggia gli investi-
menti.
Si ricordi, poi, che nessuna facoltà di intervento è conces-
sa alle Regioni in tema di industria, e che la legge 675 del
1977. sulla riconversione industriale peggiora, anzichè
migliorare, questa situazione;
— addirittura umoristica è la vicenda applicativa del 616
a proposito del personale statale da trasferire alle Regio-
ni: per esso infatti, che doveva essere messo a disposizio-
ne entro il 31.12.1977, il passaggio effettivo è stato pres-
sochè inesistente; ;
— irrisorio, e la considerazione è determinante, è il com-
plesso dei trasferimenti finanziari alle Regioni già previ
sti dal 616, paragonandolo alla mole dei compiti che veni-
vano trasferiti sulla carta;
— deludente è, poi, la vicenda dei 62 enti pubblici inutili
da radiografare e sopprimere; la Commissione ministe-
riale preposta all'esperimento radiologico è sì in stato
avanzato dei suoi lavori, ma attraverso un piuttosto vol-
gare baratto, che ha come obiettivo il salvataggio di enti e
carrozzoni inutili (l’ENAOLI, spende assai più di quanto
bbe necessario per varare l’urgente legge sull’edito-
ria; vedremo cosa succederà dell’ENPI e dell’ENAL, ecc.).
Le condizioni dell’inapplicazione delle pur scarse rifor-
me del 616 vanno, come si vede, ripartite fra Stato centra-
e e Regioni, in misura quasi equa, comunque senza con-
trapposizioni poichè la vera corresponsabilità è fra le
forze politiche del cosiddetto arco costituzionale, che a
Roma come negli enti locali sono pronte ad affossare le
proprie stesse riforme pur di trovare convergenze como-
de alla DC.
La assurda insufficienza di finanziamenti statali delle
funzioni comunali previste dal 616, la mancanza di tra-
sferimento ai Comuni medesimi di personale statale per
‘esercizio di tali attribuzioni hanno determinato la piena
reviviscenza degli organi dello Stato centrale; o (come nei
casi della gestione comunale dei servizi di assistenza so-
ciale, di diritto allo studio, dei compiti comunali in tema
di commercio, delle attribuzioni comunali in materia di
turismo, artigianato, agricoltura, urbanistica, edilizia re-
sidenziale) hanno determinato una situazione di sempre
maggior scollamento fra i Comuni, abituati purtroppo a
non essere o ad essere scarsamente delegati dalle Regio-
ni, e le Regioni medesime, abituate purtroppo a non dele-
gare e a confondere l'autonomia con l’abbondono.
Tutto questo induce a rilevare la estrema difficoltà di
67
e 2
raddrizzare le gambe ai compiti che il 616 ha affidato ai
Comuni, i quali vengono a trovarsi con lo Stammati-bis
dell’inizio di quest'anno nel vicolo cieco del divieto di ini-
ziative autonome, ciò che è logicamente dipendente da un
sistema di finanza locale derivata. Si bloccano, con lo
Stammati-bis, le assunzioni a livello del 1976, si fissano
condizionamenti rigidi, mentre ci si guarda dall’affronta-
re con decisione il motivo dello spreco presente nella
pubblica amministrazione centrale e negli enti pubblici
inutili; la mancanza della legge di riforma della finanza
locale priva i Comuni di entrate certe costringendoli a di-
pendere dalla redistribuzione del governo, e l'aumento
della spesa corrente comunale è a meno della metà del li-
vello di inflazione.
Non si risolvono così i nodi di fondo, non si va alle cause
vere della crisi comunale odierna, si continua ad evitare
una legge che assicuri entrate certe, autonome e dirette
ai Comuni, coinvolgendo seriamente gli enti locali terri-
toriali nella lotta alle evasioni fiscali, tutto ciò col prete-
sto di un’urgenza che si ripropone ogni anno a dicembre.
D'altra parte ben sappiamo che su tale terreno non può
essere un Governo democristiano a attuare questo, men-
tre occorre una lotta di massa consapevole, un ruolo nuo-
vo svolto anche dalle autonomie e dai livelli elettivi loca-
li.
Quale impegno di Dp nelle istituzioni
elettive?
(dal Quotidiano dei Lavoratori
di Giovedì 21 Settembre 1978)
Appare sempre più urgente e necessario impostare, come
partito, un lavoro politico a livello delle sezioni e delle fe-
derazioni sui problemi delle istituzioni elettive (Comuni,
Regioni, Stato), con forme di coordinamento nazionale
che potranno uscire dalla riunione di sabato 23 e domeni-
ca 24 a Roma.
L'importanza di un intervento nelle istituzioni
È un'esigenza che molti compagni sentono, non solo chi
ricopre cariche pubbliche, ma anche tutti coloro che nel
movimento e sul territorio hanno oggi, in modo pressan-
te, il problema di avere punti precisi, di fronte all'attacco
capitalista, sul ruolo che tali istituzioni svolgono in ter-
mini di poteri, di entrata e spesa pubblica, sulle scelte
che fanno o non fanno sul terreno dell'occupazione, dei
servizi sociali ecc. 7
Gli obiettivi del padronato oggi sono chiari agli occhi di
tutti; attaccare il costo del lavoro e il potere operaio in
fabbrica, avere a disposizione ampie quote di spesa pub-
blica (es. fiscaliz ione oneri sociali), sottratta in parti-
colare agli enti locali nei settori sociali, nel settore previ-
denziale (attacco alle pensioni) e della salute (ultimo es. il
ticket). Il quadro politico delle maggioranze a cinque
sce prevalentemente per condizionare, attraverso il sin-
cato, i lavoratori nelle lotte per i contratti e per un ade-
guamento, nelle istituzioni elettive (Stato, Regioni, Co-
muni), alle compatibilità poste, sul terreno della spesa
pubblica, dal governo e dal Fondo Monetario Internazio-
nale.
Quadro politico e accordi locali
La tendenza ad armonizzare, in forme varie, il quadro po-
litico locale a quello nazionale (ad es. con la politica delle
larghe intese) ha accentuato il verticismo e lo svuotamen-
69
to delle assemblee elettive ridotte in molti casi a casse di
risonanza degli accordi lungamente mediate tra i partiti
della maggioranza di governo.
Non solo viene colpita la parte
cipazione ed ogni controllo
popolare dal basso, ma si cerca di ridurre ogni spazio
persino a chi è presente ne
dell'accordo a cinque, come è
regione con la costruzione di
le istituzioni, ma è fuori
accaduto ad es. in qualche
comitati di coordinamento
per la spesa pubblica composti solo di rappresentanti dei
partiti di maggioranza nazion
La teoria «dell'autonomia del
ale.
politico», degli accordi rea-
lizzati nelle istituzioni e poi trasferiti nella società civile,
agendo sulle organizzazioni di
smissione
massa come cinghia di tra-
i tali linee, ha fatto sì che ogni discorso di de-
centramento si stia risolvendo in pura ricerca del consen-
so al quadro politico, ai suoi contenuti, con un processo
di «democrazia autoritaria» c
he, in diversi casi, giunge a
criminalizzare chi si pone fuori dal quadro e porta avanti
proposte alternative e iniziat
settori delle lotte sociali.
Su questo terreno si incontra
indubbio che la Dc e La Malfa
zare il ruolo che il Pci oggi sv
ive di movimento nei vari
no diversi centralismi ed è
facciano di tutto per utiliz-
olge di controllore del con-
flitto sociale sia a livello operaio e di fabbrica, sia dentro
lo Stato sul terreno della spesa pubblica. Il piano Pandol-
fi è oggi l’espressione più chiara dei disegni del padrona-
to e della Dc con il suo attacco aperto al salario, con i ta-
gli previsti alla spesa sociale
al ruolo delle Regioni e delle a
(pensioni, salute, servizi) e
utonomie locali che devono
sempre più subordinarsi al disegno centralistico e fun-
zionale alla ristrutturazione c
di contropartite capaci di sv
apitalistica, senza garanzie
iluppare occupazione e af-
frontare squilibri e nodi di fondo del paese (si pensi alla
realtà dei cosiddetti piani di
settore). In questo quadro
occorre cogliere quale ruolo oggi lo Stato e le istituzioni
elettive svolgono per capire, come partito, i disegni
dell'avversario, le contraddizi
oni che avanzano nelle scel-
te sulla finanza pubblica in rapporto ai bisogni di massa.
E ciò è necessario farlo unita
riamente come partito, con
compagni che operano nel movimento e nelle istituzioni,
per raccordare un'azione che sia valida sul terreno dei
contenuti alternativi e delle forme di lotta (non esiste il
problema dei rivoluzionari nel movimento e i riformisti
nelle istituzioni; senza una valida unità non si è niente).
70
Nella fase attuale, ad esempio, le autonomie (Regioni e
Comuni) vivono una crisi profonda che le rende sempre
più elementi del meccanismo capitalistico, nelle scelte
che fanno, nelle logiche di produttività che attuano, nei
rapporti che, per le scelte centralistiche, sono costretti
ad avere con il sistema creditizio.
Legge Preti e finanze comunali
Il grosso colpo il centralismo lo fece, quando si faceva
passare nel Paese la grande vittoria autonomistica
dell’attuazione delle Regioni, con la legge tributaria Pre-
ti, che toglieva ogni autonomia impositiva ai Comuni in
campo fiscale e riduceva tutta la finanza locale a finanza
derivata (lo Stato incassa e versa ai Comuni, sempre in ri-
tardo).
Gli enti locali compressi tra la pochezza delle entrate, i
compiti crescenti, e lo strozzinaggio del sistema crediti-
zio unitamente a forme di governo in moltissimi casi ana-
loghi a quello nazionale, hanno accumulato deficit enor-
mi che Stammati e il Governo oggi cercano di ammortiz-
zare nella linea dei sacrifici, col blocco delle assunzioni e
della spesa corrente, di spese di investimento, con la in-
troduzione della logica costi-ricavi nei setvizi pubblici,
con l'aumento delle tariffe e il peggioramento dei servizi
sociali, lasciando ancora libero campo alle banche e sen-
za interventi concreti dal lato delle entrate (lotta alle eva-
sioni fiscali ecc.).
Nei servizi gas e acqua, trasporti ecc... si tende ad una lo-
gica costi-ricavi e una forte dipendenza dal settore priva-
to, mentre nei servizi sociali il ruolo del «pubblico» all’in-
terno del quale deve svilupparsi il confronto pluralistico,
si va riducendo e si assiste a spartizioni di contributi a
«tutte le componenti sociali» cioè a strutture private di
vario genere, industriale, democristiano, religioso, sinda-
cale, (es. nello sport tempo libero, assistenza, consultori,
educazione e infanzia, formazione professionale).
Il fallimento della legge 382
La riforma della legge 382 sul trasferimento di poteri e di
funzioni alle Regioni e agli enti locali si sta rivelando un
71
fallimento in questo quadro politico di scelte di potere e
finanziarie a livello di Stato e di enti locali. In realtà oggi
appare chiaro come era mistificante parlare della legge
382 e dei suoi decreti attuativi (616) come di leggi che sov-
vertivano il rapporto delle masse con le istituzioni o «che
colpivano a fondo il vecchio stato» (Unità).
Oggi, dopo un anno, nulla o ben poco è mutato per quanto
attiene i rapporti Stato e Regioni in una serie di settori
(agricoltura, polizia amministrativa, sanità ecc.) 0 nei
rapporti Stato Regioni e Comuni dove questi ultimi espli-
cano nuove funzioni (polizia amministrativa, assistenza
sociale, diritto allo studio, case popolari) senza avere i
mezzi finanziari, cosa non decisa tutt'oggi neppure per le
Regioni, del resto largamente piene di residui passivi,
per incapacità proprie ad operare e per responsabilità
anche centrali (vedi ritardo legge contabilità dello Stato
ecc.), costrette ad esempio a coprire la spesa ospedaliera
senza i mezzi necessari, facendo con ciò da parafulmine
alle responsabilità governative.
Nel chiuso delle commissioni ministeriali per lo sciogli-
mento di enti di cui alla 382, è in atto una manovra demo-
cristiana, non contrastata per far sopravvivere enti inuti-
li che sprecano mezzi finanziari (vedi Enaoli) e per far re-
stare in mano religiosa enti di assistenza (Ipab) che do-
vrebbero essere trasferiti ai Comuni entro il gennaio
1979.
Tutto ciò avviene nella logica del verticismo e in assenza
di un confronto di massa e democratico su tutte queste
realtà che comprendono, a volte, grossi patrimoni in
campo urbano e agrario.
Quale tipo di ente intermedio?
La logica centralistica è avvalorata anche dal fatto che
non si è data sistemazione, contemporaneamente alla leg-
ge 382, alla riforma della finanza locale e al problema del
cosiddetto ente intermedio (di fronte al non senso delle
attuali Province). Oggi in molte Regioni, insieme alle Pro-
vince, sono presenti i comprensori quali enti intermedi
con compiti prevalentemente di programmazione ed elet-
ti in maniera indiretta. (Secondo grado).
I ritardi nella sistemazione legislativa di tale problema
unitamente agli accordi di vertice dei cinque partiti han-:
no fatto di questi enti delle strutture non funzionanti, tec-
nocratiche nel migliore dei casi, svuotate di ogni parteci-
pazione non solo dal basso, ma anche di forze re
tate in istituzioni locali comunali. Diversi parti
verno hanno presentato progetti che oggi sono in discus-
sione sull’ente intermedio da collocare tra Regioni e Co-
muni.
Senza elencarli tutti mi pare che noi dovremmo sostene-
re la tesi di un unico ente intermedio tra regioni e comu-
ni, eletto direttamente dalla popolazione e non con nomi-
ne di secondo grado, che abbia compiti di programmazio-
ne e di coordinamento nei settori quali l'agricoltura, la
sanità, attività produttive, ecc., lasciando la gestione di-
retta ai comuni o loro consorzi.
Deve essere compito nostro di ampliare al massimo gli
spazi di intervento e di controllo dal basso delle masse
popolari, sostenendo le forme di elezione diretta ai vari
livelli delle istituzioni, dai quartieri ai comprensori, lot-
tando per ribaltare le logiche centralistiche del capitale,
della collaborazione interclassista, che fa delle strutture
decentrate organi di ricerca del consenso agli accordi di
vertice. Le ultime elezioni, i referendum, hanno dimo-
strato che vi è nel paese una reazione al modo in cui si «fa
politica» e alle scelte istituzionali dei partiti dell'accordo
a cinque; deve essere soprattutto nostra la responsabilità
di impedire che tale reazione scivoli sul terreno a volte
del qualunquismo o del democraticismo generico.
E ciò è possibile fare unendo la lotta operaia e la costru-
zione del nuovo blocco sociale anticapitalistico con la lot-
ta nelle istituzioni contro i contenuti funzionali al padro-
nato, contro la chiusura degli spazi democratici, per
l'ampliamento del controllo di massa sulle scelte, perchè
non passino le logiche del piano Pandolfi riuscendo ad in-
cidere nelle contraddizioni della sinistra storica e dello
avversario di classe.
Difficoltà di intervento e proposte di lavoro
In questo senso per il movimento e per Dp che è oggi for-
za di opposizione di sinistra, le difficoltà sono maggiori
rispetto a qualche anno fa. Oggi il centralismo e la nor-
malizzazione delle strutture di base istituzionali e non,
(si pensi ai Consigli di Zona) si sviluppano con l'impegno,
73
in prima persona, del Pci, che pur tenuto fuori dal gover-
no nazionale ha, dai livelli governatii locali e con le lar-
ghe intese, operato con forza per adeguare tali livelli alle
compatibilità governative e del Fondo Monetario. ;
In tali difficoltà senza livelli adeguati di movimento e di
otta operaia anche sul territorio, in presenza di fenome-
ni di emarginazione di strati proletari che spesso scelgo-
no forme di risposta e di lotta frammentaria e non unifi-
cante, il nostro ruolo deve tendere innanzitutto, partendo
dai bisogni delle masse, a demistificare a tutti i livelli
‘operazione politica in atto oggi sul piano dell'attacco
antioperaio e sul ruolo delle istituzioni e della spesa pub-
blica. : ;
La ristrutturazione capitalistica oggi colpisce a fondo an-
che i lavoratori occupati, i pensionati, chiede pesanti sa-
crifici per rilanciare la rendita edilizia, introduce costi
gravi sul terreno della salute, dei servizi sociali, aprendo
largo spazio alle iniziative private. Ebbene come Dp dob-
iamo caratterizzarci a livello di fabbrica, nel territorio,
nelle istituzioni con proposte precise, perchè tali disegni
non passino, perchè venga impedita la terziarizzazione
delle grandi città, perchè i servizi sociali siano pubblici
ed erogati a prezzo politico, perchè i consumi pubblici di-
vengano asse di un nuovo sviluppo economico, perchè nei
contratti si riprendano ad esempio i temi della salute con
una attenzione al ruolo primario di strutture pubbliche
nel territorio (consorzi sanitari) rispetto alle strutture
ospedaliere. > CA
Sull'equo canone, sui trasporti pubblici ecc., è possibile
oggi aprire lotte di massa significative con un impegno
unitario di tutto il partito che dovrà saper articolare la
propria iniziativa a tutti i livelli, rapportando le forme di
lotta da adottare alla costruzione del blocco sociale anti-
capitalistico capace di mettere in crisi i disegni dell’av-
versario di classe. Sono temi, questi, che riguardano le
istituzioni e le lotte operaie e sociali in modo unitario e si
è partito se si è in grado di costruire una risposta globale.
Intervento sul piano PANDOLFI
e i piani di settore
(seduta del 26 settembre 1978)
CONIGLIO: Signor presidente e colleghi, i piani di setto-
re, dopo la presentazione del piano Pandolfi, possono og-
gi ricevere un primo giudizio politico più preciso, essen-
© ora inquadrati nel complesso dell'operazione politica
economica del Governo che è racchiusa, a nostro parere,
con molta chiarezza, nel progetto Pandolfi e mi pare che
uno degli emendamenti che ci ha fatto trovare la Giunta
oggi sul tavolo parli proprio del piano triennale Pandolfi
come della cornice nella quale devono collocarsi i piani
i settore.
piano Pandolfi, quindi, che viene ad essere il punto di
iferimento primario, è la conferma di quel giudizio che
‘a parte nostra abbiamo sempre dato sulla politica eco-
omica di questo Governo e sui suoi obiettivi. Giudizio
he oggi è patrimonio di larga parte del movimento dei
lavoratori, di alcuni dei sindacati più avanzati (basta pas-
sare alla Federazione dei lavoratori metalmeccanici) per
le contraddizioni che su questo piano cominciano ad
emergere fra le forze politiche. Si diceva, già prima che
fosse pubblicato il progetto, che questi piani di settore,
che fanno ormai parte organica del progetto Pandolfi,
non rappresentavano nulla di positivo, ai fini di un nuovo
ruolo del nostro paese in questi settori, dal punto di vista
produttivo e dal punto di vista dello sviluppo dell’occupa-
zione e del superamento degli squilibri settoriali e zona ;
con particolare riferimento allo sviluppo di una politica
industriale e occupazionale nel Mezzogiorno. Direi che
oggi, con la pubblicazione del progetto Pandolfi, questi
primi giudizi trovano una conferma netta e precisa e di-
rei che proprio attraverso il progetto Pandolfi e i piani di
settore si estrinseca il vero ruolo di questo Governo, che
secondo noi deve essere combattuto e combattuto dai va-
ri livelli in cui lo si può combattere, tenendo presente che
la politica che si estrinseca attraverso il progetto Pandol-
fi e i piani di settore è una politica che richiede ampi sa-
crifici alle masse popolari, ai lavoratori, ai giovani, ai
pensionati, ai disoccupati, senza contrapartite sul terre-
no dell'occupazione e del superamento degli squilibri.
75
La filosofia del piano è precisa: le colpe della crisi sono
del costo del lavoro nel nostro paese che — come noi sap-
piamo — non è certamente al di sopra dei livelli europei;
è colpa della spesa pubblica che — come sappiamo anche
qui — non è certamente al di sopra dei livelli europei;
quindi secondo il piano Pandolfi bisogna incidere sul sa-
lario in tutti i modi, e lo si è cominciato a fare, vedi anche
ultimamente, con la leggina Scotti per cercare di blocca-
re la scala mobile in alcuni settori. Bisogna incidere sul
salario, bisogna, dice Pandolfi,, ancorare lo sviluppo dei
salari lordi all'aumento del costo della vita. Ma noi sap-
piamo che, essendoci una tassazione pesante, significa fa-
re aumentare i salari molto al di sotto dell'aumento del
costo della vita e quindi ridurre praticamente la quota
che nel nostro paese va al monte salari per i prossimi tre
anni. Questi sono i dati che ci si presentano: tagliare la
spesa pubblica sociale, che significa incidere sulle pen-
sioni; risolvere i problemi della spesa sanitaria, come se
questa fosse la ada giusta, ad esempio, con l’introdu-
zione del «ticket», come è stato fatto di recente, e incide-
re soprattutto sulla spesa sociale degli enti locali, bloc-
candola, come si è fatto, a dei livelli di aumento molto al
di sotto del tasso di inflazione, riducendo le spese di inve-
stimento, incidendo anche sulla stessa finanza delle Re-
gioni con l'operazione di bloccare 1.600 miliardi sulla te-
soreria nazionale, sottraendoli, appunto, alla manovra
regionale. Questa è l'operazione che viene portata avanti
attraverso il progetto Pandolfi, mentre non c'è nulla dal
punto di vista delle imposte, cioè dell'entrata, perchè e lì
o scandalo effettivo nel nostro paese; non è la spesa pub-
blica, che è a livello della media europea, è il problema
che noi non abbiamo le entrate a quel livello, perchè ab-
biamo larghissime fasce di evasione nel settore delle im-
poste indirette e dirette, mentre sopravvive e aumenta
anche la politica dello spreco negli enti inutili nazionali e
in ampi settori delle partecipazioni statali, che non svol-
gono oggi nessun ruolo preciso e specifico, come diremo
oi a proposito anche dei piani di settore, nella politica
economica del nostro paese, in cui operano vecchi gruppi
dirigenti che sono tra l’altro squalificati, esempio che ab-
biamo anche nella nostra Regione, basti pensare alle vi-
cende della vicina Imola e alla situazione della Cognetex
che riguarda il settore meccano-tessile.
Quindi noi giudichiamo il progetto Pandolfi e i piani di
76
settore che si inseriscono dentro questo progetto come
una vera e propria controriforma sociale. È chiaro quin-
di che secondo noi un tale progetto va respinto e combat-
tuto; va combattuto perchè contrasta con gli interessi del
paese, con gli interessi dei lavoratori, dell'occupazione,
del superamento degli squilibri, perchè oggi, in una si-
tuazione di avanzo del deficit della bilancia dei pagamen-
ti occorre, viceversa, un rilancio della domanda che può
avvenire attraverso contratti che vadano in direzione de-
gli interessi dei lavoratori, attraverso un rilancio della
domanda pubblica (anche qui manca questa indicazione
per quanto riguarda i piani di settore), e investimenti spe-
cifici che siano capaci di rompere quei limiti profondi,
che ci sono nel nostro sistema economico, di vincoli
dall'estero, andando a interventi più precisi in alcuni set-
tori che sono stati indicati e che possono avere uno svi-
uppo non solo per la domanda interna, ma anche ai fini
dell’esportazione (pensiamo alla chimica, ai settori delle
macchine agricole, ai settori della meccanica strumenta-
e)
Questa è la strada diversa che va perseguita, mentre noi
ci troviamo di fronte a un processo di ristrutturazione
che non è destinato a potenziare, sul piano produttivo, in
qu settori il nostro paese; è destinato a far diminuire
occupazione e non ad aumentarla, a far accentuare gli
squilibri fra Nord e Sud, in una situazione, quindi, di ri-
strutturazione e di riduzione della base produttiva, senza
rospettive di uscita vera dalla crisi. In fondo, rispetto ai
progetti del piano Pandolfi, in direzione dell'attacco ai
salari e dell'attacco alla spesa pubblica sociale, la contro-
partita poi dovrebbe essere rappresentata dai piani di
settore e dallo sviluppo dell'occupazione, si dice, di 500 o
600 mila persone, senza però indicazioni vere e reali
quando entriamo nel merito dei piani di settore.
In questi piani di settore, infatti non esistono investimen-
ti al sud, ad esempio, e su tale terreno — hanno insistito
anche diversi sindacati dei lavoratori — non ci siamo.
Questo è stato detto in maniera esplicita anche in diverse
conferenze che sui singoli piani di settore sono state fat-
te. Da tutti i piani emerge intanto un dato di orientamen-
to di fondo. Innanzitutto c'è una piena accettazione
dell’attuale situazione del sistema capitalistico e di un
ruolo portante che nell’ambito di questo sistema devono
giocare i grossi gruppi privati, nazionali ed esteri, rispet
77
to allo stesso ruolo delle aziende a partecipazione statale.
C'è un'osservazione che viene fatta anche nel documento
presentato dall'assessore Armaroli e dalla Giunta dove si
dice: « non è ben prefigurato il ruolo delle aziende a par-
tecipazione statale». No, il ruolo delle aziende a parteci-
pazione statale è nettamente prefigurato: è un ruolo che
ormai deve andare ad esaurimento, coprendo settori in
cui può andare avanti una politica di assistenza, senza
però un ruolo portante. Il settore delle partecipazioni sta-
tali dovrebbe invece avere un ruolo portante nei settori
dove noi riteniamo che si debba andare ad una ristruttu-
razione, con forti investimenti, nella ricerca e in nuove
tecnologie e potrebbero, questi settori pubblici, avere un
ruolo trainante appunto nella ricerca.e nella tecnologia
avanzata; invece noi vediamo che c'è un netto ridimensio-
namento e si lascia spazio solamente ai privati e in alcuni
settori ai gruppi privati stranieri perchè sono loro che
hanno il ruolo principale.
Pensiamo a quello che sta succedendo nella nostra Regio-
ne per il settore meccano tessile: c'è stata la conferenza
promossa dai sindacati dei gruppi dell'ex EGAM in que-
sto settore; proprio lì le partecipazioni statali vanno ver-
so questo ruolo, mentre invece gli si dovrebbe assegnare,
anche per l’importanza del settore pubblico in questo
comparto, un ruolo trainante. E questo non c'è. Questo a
cosa corrisponde? Corrisponde alla nuova concezione, al
nuovo disegno che la Democrazia cristiana ha sul ruolo
dello Stato nell'intervento economico. Cioè, mentre le
partecipazioni statali erano state la prima illusione rifor-
mistica del gruppo dei «professorini», di Dossetti e di
Fanfani, cioè avere un potere reale anche nei confronti
del capitale privato e quindi assegnargli un certo ruolo di
intervento a livello economico, oggi la scelta è un'altra.
La scelta è l'abbandono delle partecipazioni statali come
‘ ruolo trainante. 4
Nè lo Stato della DC nè le partecipazioni statali sono mai
riuscite ad esercitare questo ruolo. Ci fu Mattei, in parte,
che era il padre di questa operazione, che a livello politi-
co era legato a Dossetti, Fanfani, La Pira. Oggi, invece,
questo viene abbandonato. Oggi la scelta è quella, piutto-
sto, dello sviluppo della imprenditoria privata e del capi-
tale privato, magari dando fondi a questi con la fiscaliz-
zazione degli oneri sociali e dando fondi direttamente,
negando un ruolo di intervento alle partecipazioni stata
78
li; intervento che è stato un'illusione riformatrice che è
fallita, perchè poi il settore è sempre stato subalterno ai
settori privati, finendo poi negli sprechi e nello sperpero
di denaro pubblico in diversi casi che gridano ancora
vendetta. Però è evidente che oggi viene abbandonato
questo, mentre invece, secondo noi, un ruolo dell’impre-
sa pubblica in settori di questo genere, in un processo di
politica industriale e di ristrutturazione, nel nostro pae-
se dovrebbe essere ripreso e certamente non ripreso con
le illusioni riformistiche finite poi nella DC, ma con un al-
tro respiro e con un altro radicamento. Quindi assistia-
mo a questo. Qui si dice: «non è ben definita». No, è ben
definita. Bisogna prendere atto di questo. E qui la Giun-
ta, i partiti dell'accordo a cinque che sono al Governo,
che sono dentro questa ammucchiata (come la chiama
Pannella, anche se è un'espressione che non mi piace), ef-
fettivamente cercano sempre di smussare, di attenuare i
toni: «è un documento (si dice del progetto Pandolfi) che
non è buono, però è un primo elemento di dibattito, non è
ben definito». Tutte mediazioni che conosciamo benissi-
mo, mentre invece si deve andare a scelte precise che ser-
vono anche a mettere in movimento, dentro la stessa DC e
dentro altre forze, forze che magari sarebbero anche di-
sponibili, se sollecitate, ad un dibattito che andasse in
una certa direzione. Certamente se la sinistra è subalter-
na e pronuba a queste nuove concezioni, è evidente che
anche certi processi all’interno della DC non andranno
mai avanti. Quindi i piani presentati, oltre a non avere
collegamenti intersettoriali — questo è stato notato, ad
esempio il settore tessile con il meccano-tessile, quello
delle macchine agricole con l'agricolo-alimentare — pre-
vedono in generale solo l’autoprogrammazione delle im-
prese più forti, con un ripiegamento sui livelli produttivi
sempre più b. :
Si limitano quindi a una razionalizzazione di quello c
c'è già, senza prospettare delle indicazioni operative an-
che di sviluppo e ponendosi in aperto contrasto, come è
stato detto, con una politica di sviluppo e di difesa anche
della stessa occupazione, perchè in alcuni settori si pre-
vede una riduzione dell'occupazione esistente. Io vi pre-
gherei di andare a guardare alcune prese di posizione dei
sindacati in alcuni settori (nel meccano-tessile, nella chi-
mica, eccetera): vi sono delle riduzioni precise, andando
avanti questi processi e questi disegni che vengono previ
79
sti per questi settori. Per cui non c'è neanche la difesa
dell'occupazione, per non parlare poi dello sviluppo del
Mezzogiorno. Per cui è fondato il discorso che viene fatto
anche dall'interno di forze politiche che pure sono nel’ac-
cordo a cinque e cioè che qui ci troviamo di fronte ad una
operazone che non cambierà nulla della vecchia politica
industriale, perchè il credito verrà ancora gestito in ma-
niera discrezionale, come è stato fatto fino ad oggi; l’uni-
co centro che continuerà a comandare in questo settore
sarà il Ministro dell'Industria, assegnando anche ruoli a
certi strumenti che non sono neanche i ruoli sui quali
questi strumenti sono sorti. Basti pensare al ruolo della
GEPI. Non c’è una correlazione tra la grande e la piccola
che sono contenute nel progetto Pandolfi e nei piani di
settore. Io credo che vadano fatte delle controproposte
precise e nette per quanto ci riguarda come enti locali e
come Regione, rivendicando un nostro ruolo primario
nella politica industriale che non abbiamo, perchè non
possiamo fare dei discorsi sul mercato del lavoro e sulla
formazione professionale, tra l’altro, con i contenuti che
stiamo portando avanti e che noi abbiamo criticato pro-
fondamente nella discussione sulla legge, senza avere dei
poteri più precisi, non consultivi, nel campo della politi-
ca industriale. Cosa che oggi viene completamente nega-
ta ancora alle Regioni.
dimensione; e questo
nella nostra Regione
quanto si riferisce al
ha rilievo per la politica industriale
che, appunto, ha problemi seri per
o sviluppo della piccola e media im-
presa, con problemi di ammodernamenti tecnologici e di
qualificazione.
In breve, perchè non
possiamo evidentemente in questa
In questo senso, quindi, di fronte 2
assumesse un atteggiamento di que
dare già ad una mediazione a basso
to mortifica il ruolo degli enti loca
chè la partita vera Pandolfi la gioca
vo del 1979, è lì che si deve cominc
ad un documento che
sto genere, cioè di an-
ivello, che oggi intan-
i e delle regioni, per-
sul bilancio preventi-
iare a tagliare, e a ta-
sede entrare in maniera approfondita in tutti i settori, e
bisogna cogliere quelle che sono le tendenze prevalenti di
questi piani nell’ambito anche del progetto Pandolfi, mi
pare che non ci siamo assolutamente, perchè secondo noi
è profondamente sbagliato il discorso che viene fatto di
considerare questi piani e questo progetto come terreno
di discussione, quando il disegno di attacco al movimento
operaio, di non superamento degli squilibri, di non svi-
luppo di una politica del Mezzogiorno, di non sviluppo di
un ruolo delle partecipazioni statali è limpido ‘in maniera
netta e precisa. Io credo che ponendosi su questo terreno
si commetta un errore enorme, perchè si scende già in un
terreno di contrattazione e di mediazione che non potrà
che portare a soluzioni arretrate, che farà passare quelle
che sono le scelte relative all'attacco al salario e alla poli-
. tica della spesa pubblica e non darà, viceversa, contro-
partite precise per quanto riguarda lo sviluppo di questa
politica industriale e lo sviluppo dell'occupazione.
In questo senso il giudizio che noi diamo di questi piani
nell’ambito del piano Pandolfi è un giudizio negativo mol-
to netto, molto preciso. Aspettiamo di conoscere anche le
posizioni finali che la minoranza intende sottoporre al
Consiglio per recarsi nell’ambito della commissione in-
terregionale a discutere di questi aspetti. È chiaro co-
munque che noi non siamo disponibili per una posizione
che entra già in una mediazione a basso livello sulle cose
80
gliare pesantemente, in termini di spesa pubblica. Con la
manovra poi dei fondi dati direttamente alle industrie
private, negando un ruolo trainante alle partecipazioni
statali, abbiamo già il quadro del disegno che viene por-
tato avanti oggi dal Governo e dalla nuova dirigenza della
DC, che oggi affronta questi problemi in campo di politi-
ca economica, con questi obiettivi.
Detto questo, se si arrivasse a un documento di questo ge-
nere, il nostro non potrebbe essere che un voto contrario.
Sulle tesi del P.C.I.
Pubblichiamo un contributo di Carlo Coniglio sulle tesi
del PCI per il XV Congresso uscito in questi giorni su «La
Società», mensile della Federazione Bolognese del PCI
(Febbraio 1979)
Nell’esprimere alcune opinioni sul progetto di tesi, su
elementi di novità o meno che da esse emergono nella li-
nea politica del PCI, devo subito dire che non condivido
affatto e considero anzi grave il fatto che il comitato cen-
trale del Partito abbia votato le tesi nella più assoluta se-
gretezza senza che il corpo del Partito e tutta la realtà po-
litica e sociale esterna conoscessero i termini
del voto e del dibattito svoltosi nel massimo organo del
partito. È questo un metodo (che esprime una concezione
del partito) che sequestra il dibattito politico e gli equili
bri al vertice e che, nella
sostanza, non riesce ad instaurare quel rapporto nuovo e
sempre più necessario tra partito — società civile — mo-
vimenti di massa che, insieme ad analisi del capitalismo
inadeguate, È alla
base del ritardo nella costruzione di una linea di transi-
zione al socialismo nei paesi di capitalismo avanzato.
Non è con tali metodi e concezioni che, del resto, si evita-
no pericoli quali, ad esempio, quello introdotto dalle cor-
renti nella vita interna del partito, pericoli che possono
essere superati solo da un'ampia partecipazione, discus-
sione e trasparenza delle opinioni interne e soprattutto
da un giusto rapporto di confronto-autonomia e sintesi
con la società civile e i movimenti di massa.
il non avere ancora posto questo (e le tesi sul problema
del centralismo democratico non fanno sostanziali pas
in avanti) con tutto quello che ciò comporta ai fini
dell'analisi di classe e dell’elaborazione della linea, ha
portato ad esempio il PCI a non intendere i significati ve-
ri e di fondo delle lotte del '68, le domande nuove di movi-
menti di massa (vedi giovani e donne) in questi anni, le
difficoltà attuali della politica di compromesso storico e
di collaborazione con la DC. È infatti una concez sif-
fatta del partito che, portata nelle-istituzioni ai vari livel-
li, contribuisce alla costruzione di quella «autonomia del
politico», della mediazione di vertice che, negli ultimi an-
i è rivelata funzionale alla ripresa della egemonia de-
mocristiana, del suo centralismo, con tendenze di tipo
autoritario a certi livelli, e che ha comportato la fram-
82
mentazione del blocco sociale anticapitalistico, la corpo-
rativizzazione di vari settori, la rottura.con le realtà: gio-
vanili, innestando processi di disgregazione su cui co-
struisce il potere l'avversario di cla e non certo la sini-
stra.
Mentre invece le lotte sociali dal '68 in avanti, nella loro
sostanza, avevano alla base proprio la domanda di un di-
verso rapporto tra movimenti, partiti, istituzioni, capace
di aggredire la crisi del capitalismo e dello stato, am-
pliando il controllo e l’unità dal basso, dal luogo di lavoro
al territorio e alle istituzioni elettive, per imprimere una
svolta che toccava i problemi fondamentali della entrata,
della spesa pubblica, delle scelte produttive, di un nuovo
modo di lavorare e di vivere.
E per toccare problemi attuali (disoccupazione, crisi fi
scale dello stato ecc.) perchè non si è raccolta la domanda
Qi unità, di costruzione degli strumenti intercategoriali
di zona dei lavoratori con i disoccupati i giovani e le don-
ne che avrebbero permesso un superamento dei dati cor-
porativi, un controllo diffuso dal basso di fenomeni da
battere come il lavoro nero, il doppio lavoro, le evasioni
fiscali, gli sprechi e perchè no anche l'aborto clandesti-
no? Rinnovando e dando corpo veramente ad una conce-
zione dello stato capace di trasformarsi sviluppando in
avanti i limiti della democrazia rappresentativa di tipo
borghese. A questo il PCI si è opposto costruendo analisi
del capitalismo, della realtà di classe, dello stato e so-
prattutto della DC, che oggi, mi sembra, preannuncino
continuando nella strada intrapresa, più una sconfitta
che una avanzata del movimento operaio e democratico
in Italia.
Questi dati di fondo a mio parere nelle tesi non ci sono e
quindi anche il discorso delle alleanze (classe operaia,
nuovi movimenti e strati sociali) diventa puramente no-
minalistico nel quadro di una linea che pone al primo po-
sto l’unità con la DC, alla quale in questi anni sì sono su-
bordinate le scelte compiute a livello economico sociale
ed istituzionale
E sulla DC le tesi non svolgono una analisi quale la situa-
zione odierna richiederebbe. Si parla di collaborazione
con essa e di lotta perchè in essa si affermi una volontà di
rinnovamento della situazione italiana, ma anche di una
DC che sfugge sempre a tale sfida perchè muterebbe la
sua fisionomia e la sua funzione. E oggi il PCI parla di
Moro con un progetto di apertura e di coinvolgimento del
83
Sulla ricorrenza del decennale della strage
di piazza Fontana (seduta del 14/12/1979)
PCI più vasto di quello dei suoi attuali eredi dimentico di
che cosa Moro ha significato di conservatore all'epoca
del centro-sinistra, in un quadro economico e sociale ben
/erso. n
Le non dire che quasi mai (forse con Dos setti) nella
DC ci sono state forze capaci di elaborare un vero discor-
so di tipo riformistico? Che oggi la DC è sempre di Do
forza politica che rappresenta il grande capitale in colle-
gamento con le economie capitalistiche più forti (vedi ge-
stione dello SME), con un discorso sulla spesa pubblica
sempre più indirizzata al sostegno della ristruttura TE
capitalistica e con l'abbandono di ogni intervento dello
Stato ai fini del riequilibrio e dell'occupazione? —
E che oggi negli esiti sociali di tale politica, la DC è capa-
ce di utilizzare contro la sinistra disgregazione e corpo
rativismo, e recuperare, con l’aiuto di parte della chiesa,
vecchie egemonie culturali? SR
Mi si dirà che queste sono le mie opinioni; è certo comun-
que che gli attuali esiti non possono non fare riflettere
sulla realtà della DC e sul fatto negativo che ne è derivato
dall'avere identificato, pur dopo le novità degli ultimi an-
ni, mondo cattolico e democrazia cristiana come, con l’at-
tuale linea politica, il PCI ha finito per fare. i
Quindi a mio parere non colgo nelle tesi novità sostanzia-
li. Viene posto qualche problema in più, segno di esigenze
e disagi presenti nel partito e nella realtà (sul centrali-
CONIGLIO: Signor presidente, credo che su Piazza Fonta-
na e su quello che è accaduto dopo non basterebbe una
giornata per approfondirne gli aspetti e per esprimere
tutte le valutazioni che, con l’inizio di quell'evento, noi
dovremmo fare sulla situazione del paese, sui fatti che
sono avvenuti e sulle prospettive che ci stanno di fronte.
Credo quindi che per ricordare le vittime e anche per
riassumere tutti insieme un impegno di lotta per la de-
mocrazia, per il rinnovamento e quindi per tagliare alle
radici processi eversivi, terrorismo e violenza, credo che
alcune cose facciamo bene a dirle, fanno bene a dirle le
diverse parti politiche, perchè la data di Piazza Fontana
segna l’inizio preciso, nella nostra storia ultima, l’inizio e
l'introduzione del terrorismo e della violenza come meto-
do di lotta politica, con un processo che via via si è svilup-
pato nel nostro paese sino a fare divenire il terrorismo e
la violenza una forma endemica de nostro sistema politi-
co.
Piazza Fontana segna l’inizio di questo metodo di lotta
politica e lo segna per cercare di bloccare un processo di
rinnovamento e di trasformazione della nostra società e
del nostro sistema politico, come veniva av anzato da par-
te delle lotte della fine degli anni ’60, con l'esigenza che
queste lotte ponevano. Cioè, innanzitutto, un vasto dise-
smo, sull’URSS), ma il cam
biamento non si vede.
Ed anche il discorso sulla terza via resta a livello pura-
mente ideologico: nè come i
dare al fondo dei dati mate
n URSS, ma senza ancora an-
iali di quel sistema, nè come
le socialdemocrazie. Ma con queste ultime la differenza
non emerge, sia sui dati del discorso economico sia non
raccogliendo sino in fondo ciò che dicevamo all'inizio sul
rapporto con i movimenti di massa, la democrazia diret
ta, una forte spinta alla gestione dal basso delle scelte
economiche ecc. È
Con la linea che emerge dalle tesi il problema di una cre-
dibile lotta per il socialismo in occidente non viene avvia-
to ancora a soluzione.
gno di attuazione della Costituzione, di riforme, di rinno-
vamento sociale e politico del paese. Ebbene, per bloc
re questo rinnovamento, che del resto ha sempre incon-
trato fortissime resistenze all’interno de
i partiti che sem-
pre hanno retto il Governo nel nostro paese, proprio per
bloccare questo processo di rinnovamento si è ricorsi al
terrorismo, si è ricorsi alla violenza e a
hanno dimostrato che al centro di questa
la strage e i fatti
strategia eversi-
va della strage stavano non solo forze f sciste, ma vi era-
no collegamenti stretti con apparati del
o Stato, con ser-
vizi di sicurezza diretti da fascisti, con apparati dello Sta-
to e con collegamenti anche ministeriali.
Quello che abbiamo potuto vedere, pure
non essendo an-
cora concluso l'iter per quanto riguarda
della strage di Pia;
e responsabilità
a Fontana, è che alla base della stra-
tegia eversiva, dell’introduzione del terrorismo e della
violenza nel nostro sistema politico e soc
iale vi è appunto
85
democratica sul terreno democratico, senza legislazioni
speciali, chè già certi elementi di trasformazione autori-
taria del nostro sistema li abbiamo avuti negli ultimi an-
ni, nella legislazione, per esempio, di polizia, nella legi-
slazione a livello del diritto penale, eppure vediamo che
non è a questo livello che si risolvono i problemi; i proble-
mi si risolvono dando una risposta positiva sul terreno
economico e sociale, della funzionalità dell'ordinamento,
della trasformazione e del rinnovamento delle istituzioni
e quindi facendo.contare la gente, saldando il blocco so-
ciale anticapitalistico, non lasciando strati sociali emar-
ginati e difendendone altri che sono evidentemente più
privilegiati e più coperti nel nostro sistema economico.
Questo è un compito soprattutto delle forze della sini-
stra. Oggi le forze della sinistra la migliore risposta che
possono dare alla lotta eversiva, a questa strategia ever-
siva che evidentemente, partita da Piazza Fontana, oggi
anche una responsabilità che esce dall'interno dello Sta-
to, dagli apparati, dai servizi segreti, e quindi è anche a
questo livello che noi abbiamo le prove di una responsa-
bilità precisa.
Ebbene, si è fatto del terrorismo, della strage, un metodo
di lotta politica. Dai primi anni '70, dopo Piazza Fontana,
la strage dell’Italicus, la strage di Brescia, tutte portano
un chiaro segno che certo sono la base anche — e non fac-
ciamo fatica a dirlo, perchè ormai le prove stanno venen-
do fuori — della nascita di gruppi anche della sinistra —
pensiamo al caso di Feltrinelli, di altri —, che sulla base
della svolta autoritaria e dell’introduzione di questo ter-
rorismo, di questa violenza, di questo tentativo autorita-
rio di destra e con ramificazioni dentro lo Stato, comin-
ciarono a discutere e a elaborare strategie di risposta vio-
lenta, di lotta armata, di fronte a questo disegno che ven
va avanti. Noi abbiamo vissuto questi anni in questa si-
tuazione che tende chiaramente ad allontanare le masse
dal partecipare alla vita politica, tende chiaramente alla
delega ai vertici, perchè la strategia del terrorismo è la
strategia antidemocratica per eccellenza, che crea la sfi-
ducia, che porta le masse ad abbandonare la partecipa-
zione, porta anche stessi gruppi dirigenti a farsi da parte,
a non sentirsela più di continuare a lottare in una situa-
zione di questo genere. Quindi noi diciamo chiaramente
che contro questa strategia occorre una risposta che vice-
versa rilanci la partecipazione, l’unità delle masse popo-
lari sui grandi problemi, che porti le istituzioni a fare il
loro dovere, e quindi l’azione che deve venire, per esem-
pio, da enti elettivi, locali, dalle Regioni, è quella innanzi-
tutto di dare risposta ai bisogni delle masse, cioè di dare
risposta ai problemi sociali che sono sempre più gravi, a
un sistema politico che non cambia, a un gruppo dirigen-
te che è sempre quello da trent'anni, a una Democrazia
cristiana che continua imperterrita a governare, a Gover-
ni che fanno le cose che fa oggi il Governo Cossiga sul ter-
reno della politica economica e sociale, della difesa della
pace e dell'autonomia dell’Italia. Cioè questi sono fatti
che evidentemente influenzano anche una situazione di
lotta portata su altri terreni, quale quello del terrorismo
e della violenza.
Allora noi dobbiamo condannare evidentemente questa
strategia del terrore e della risposta terroristica; dobbia-
mo dire che solo l’unità delle lotte di massa, della lotta
86
ha tutte le caratteristiche che pos
ventata ormai endemica nel nostro s
e preoccupanti rischi di involuzione e
autoritaria; ebbene, la preoccupazion
forze di sinistra deve essere quella d
blocco di strati sociali che sono colpi
non abbandonandone nessuno, non las
nessuno, specialmente a livello delle gi
alivello degli strati più emarginati, de
sono più colpite dalla crisi, che sono pi
litica contraria del sistema economico
confronti.
Io credo che questo sia il modo per ris
una condanna, anche perchè i risultat
violenza che si vuole colorare di rosso
iamo vedere, e che è di-
tema, con paurosi
di trasformazione
e principale delle
i tenere unito un
ti da questa crisi,
iandone scoperto
‘ovani generazioni,
le popolazioni che
ù soggette alla po-
e sociale nei loro
pondere; certo con
i ormai di questa
e che lancia la pa-
rola della rivolta e della rivoluzione, quando vediamo be-
nissimo a chi giova questa violenza
faccia fare nel paese all’involuzione, a
quali passi avanti
le prospettive au-
toritarie, ebbene, non c'è solo la paro
a di condanna; la
parola deve essere quella di una risposta politica e la ri-
sposta politica la sinistra deve darla soprattutto rinsal-
dando l’unità di questo blocco sociale,
tersi alla testa di questo blocco nelle lo
per la casa, per i servizi, per la difesa
cercando di met-
tte per le riforme,
dei salari, contro
l'inflazione, contro la speculazione di rapina che oggi vie-
ne portata avanti. Pensate oggi quale livello di offesa pro-
fonda può essere per il piccolo risparmiatore, a parte co-
87
lui che vede mangiare i propri risparmi dall’inflazione, il
fatto che oggi si aumenta il tasso delle banche che presta-
no al 20-21% e remunerano i depositi, che vanno fra l’al-
tro in briciole per questa inflazione galoppante, con au-
menti miserevoli dello 0,50, dello 0,70%. Queste sono
forme che non posso passare sotto silenzio: sono strati
sociali che vengono colpiti, strati sociali che hanno figli
giovani, che non hanno prospettive oggi, che oggi si muo-
vono in una situazione di sempre più ampia disgregazio-
ne sociale, in cui agiscono negativamente il terrorismo e
la strategia eversiva, quali giochi oggi vi siano anche a li-
vello internazionale che passano dentro i paesi in situa-
zione politica difficile, come l’Italia.
Ecco, io credo che su queste cose noi dobbiamo riflettere
e credo che la parola che deve venire è una parola di uni-
tà di questo blocco sociale, degli strati più colpiti dalla
crisi e di unità della sinistra. Io credo che oggi la perico-
losità dell'attacco sia tale che occorre rinsaldare questa
unità a livello sociale e a livello politico della sinistra, sul
terreno della difesa democratica, della lotta per risolvere
i problemi sociali che i lavoratori e le masse hanno, com-
battendo contro le leggi speciali, tenendosi sul terreno
delle garanzie democratiche, perchè questa è la strada,
secondo me, con cui il popolo italiano ha risposto e dimo-
strato di sapere rispondere in questi anni, dopo dieci an-
ni di terrorismo e di violenza che ormai percorrono il
paese.
La legislazione regionale
sulla sanità e l’azione
politica del gruppo
regionale
Uno dei settori di maggior impegno per il compagno Car-
lo Coniglio e per tutti i compagni che hanno sempre fatto
riferimento al gruppo regionale, è stato certamente in
questi anni quello della sanità e dell'assistenza. A partire
dall'impegno per i consultori (1976), alle numerosissime
interpellanze sulla situazione di disagio all’interno di
molti ospedali o su avvenimenti particolarmente gravi
(riportiamo a questo proposito due interpellanze su fatti
accaduti nelle cliniche ostetriche di Ferrara e di
Modena), fino agli interventi sugli ultimi provvedimenti
legislativi della Regione (vedi legge sull'assistenza agli
anziani, istituzione delle U.S.L., piano sanitario regiona-
le, legge sugli handicappati), si può senza dubbio affer-
mare che l'impegno è stato continuativo e coerente.
Come atto più recente di questa legislatura, il compagno
Coniglio ha presentato il 28/2/80 un progetto di legge a fa-
vore degli handicappati per l'eliminazione delle barriere
architettoniche.
Il materiale qui riprodotto è tratto in parte dagli inter-
venti svolti in Consiglio regionale da Coniglio, e in parte
da articoli apparsi sulla nostra agenzia di stampa «Alter-
nativa Socialista».
INTERVENTI SULLA LEGGE
REGIONALE SUI CONSULTORI
{29 aprile 1976)
Signor presidente, colleghi consiglieri, la legge statale 29
luglio 1975, n. 405, istitutiva dei consultori familiari, ha
come punto di riferimento non la donna, ma la famiglia
come coppia e maternità istituzionalizzate, riproponendo
una visione della donna a dir poco tradizionale ed ipocri-
ta e non riconoscendo, fuori da tale quadro, alle donne
una propria individualità ed autonomia come scelta di
sessualità, ma vedendo — ad esempio — la stessa sess
lità solo in funzione della procreazione e non come valore
dotato di una propria autonomia. Si nega, in tal modo, al-
la donna, ogni qualità di soggetto politico, in definitiva.
Tale e statale non istituisce così, secondo quanto è
stato richiesto dal movimento femminista in tutte le sue
articolazioni, i consultori delle donne e per le donne, ma
si muove in una linea contraria, rinchiudendo le stesse in
una riduttiva logica familiare istituzionalizzata. Se, quin-
di è chiaro in questa le nazionale, il disegno che si
vuole perseguire, stupisce che anche una Regione rossa
come l'Emilia-Romagna non riesca a cogliere l'occasione
per dare risposte precise alle istanze avanzate dalle don-
ne, uscendo da tale visione della legge nazionale o supe-
randola in una dimensione non puramente tecnica ma po-
litica del servizio consultoriale che si vuole istituire. Il
progetto di legge presentato dalla Giunta, che stiamo di-
scutendo nel Consiglio regionale, non coglie — a nostro
parere — per nulla la specificità della condizione della
donna nella società. Non prevede, quindi, che vi sia un
consultorio delle donne e per le donne, strumento autoge-
stito prima di tutto da loro stesse, ma si limita a dare at-
tuazione alla legge nazionale 405, istituendo solo i con-
sultori familiari e allargando gli interventi della legge a
tutta una serie di altri settori che r icomprendono i servi-
zi per l'infanzia, i minori, eccetera.
Mentre nella legge nazionale, per esempio, pur con tutti i
limiti che io ho accennato, c'è un punto in cui si parla di
salute della donna oltre che di tutela del prodotto del
concepimento ecc. (per lo meno lì una volta la salute della
90
donna è citata) nella nostra legge non se ne parla neanche
una volta. La volontà, secondo noi, è quindi quella di non
riconoscere alcuna specificità della condizione femmini-
le e che la condizione sia specifica lo dimostra, a vari li-
IS lo stato di oppressione e di sfruttamento in cui og
la donna è tenuta; una specificità hanno i problemi di s
lute psicofisica della donna che sono strettamente legati,
ad esempio, alla questione della contracezione e
dell'aborto; specifici e particolarmente oppressivi ed
emarginanti — abbiamo avuto modo di parlarne anche in
questa sede — sono i rapporti delle donne con il potere
medico e con le strutture sanitarie (basterebbe fare rife-
rimento al caso dell'ospedale S. Anna e alle denunce che
il movimento femminista ha fatto al Tribunale della don-
na di Bruxelles per avere per avere un esempio discusso
anche in questa sede). Ma sappiamo che il problema è
molto più generalizzato. Senza contare tutte le conquiste,
che sono anche conquiste culturali, oltre che politiche,
che il movimento delle donne, raggiungendo oggi anche
livelli unitari a questo riguardo, ha portato avanti come
necessità di superare il dislivello tra il personale e il poli-
tico e quindi cercare in certo qual modo di far superare,
anche intervenendo su questi problemi, quella condizio-
ne in cui la donna molto spesso oggi si trova, cioè di esse-
re elemento di contenimento e di controllo delle tensioni
sociali e dei conflitti in una società in cui vediamo sem-
pre più presente una crisi di sistema e che deve subire
profonde trasformazioni. Quindi noi riteniamo che il non
riconoscere questa specificità della condizione femmini-
le porta, così come avviene, il progetto di legge della
Giunta a non istituire alcuna struttura gestita dalle don-
ne in rapporto ai bisogni delle stesse.
La gestione dei consultori familiari secondo questo pro-
getto di legge deve essere sociale (e in questo «sociale»
ntende la partecipazione un po' di tutto: dei quartieri,
delle strutture associative, dei sindacati) e poi si ricono-
sce un particolare ruolo anche alle associazioni femmini-
li e anche un uso dell'assemblea degli utenti, ma in termi-
ni che sono profondamente limitativi, assicurando — per
esempio — all'assemblea degli utenti un ruolo semplice-
mente consultivo e non decisionale, che in definitiva col-
loca ancora in modo subalterno la donna all’interno della
società e all’interno anche di queste strutture. Quindi, co-
me si vede, secondo noi, si è ben lontani dalle istanze
91
avanzate dal Movimento femminista, e non solo, ma dai
livelli di coscienza acquisiti da un largo numero di masse
femminili.
Come Partito di Unità Proletaria per il comunismo noi
abbiamo deciso, su questo progetto di legge, di presenta-
re alcuni emendamenti (e lo faremo quando si arriverà al-
la discussione degli articoli) di fronte alla volontà della’
Giunta di non accogliere tali istanze. Gli emendamenti
che presentiamo tendono a far si che la Regione istituisca
con tale legge, attraverso i consorzi socio-sanitari, anche
dei consultori per la salute della donna. Cioè la legge na-
zionale prevede l’istituzione dei consultori familiari, ri-
ducendo tutta la problematica che noi affrontiamo
nell’ambito della coppia e della maternità istituzionaliz-
zata; noi diciamo di non limitarsi a vedere il problema so-
lo nell’ambito della coppia e della maternità, ma dare un
valore specifico alla condizione e alla salute della donna,
per le motivazioni che dicevo prima, e quindi andare an-
che alla costituzione di consultori per la salute della don-
na che, secondo le proposte che noi facciamo, devono es-
sere gestiti da comitati nominati per un terzo dai tecnici
che sono addetti a questo servizio e per due terzi dalle
donne utenti della struttura stessa di questo consultorio
per la salute della donna. La Regione, dato che ha compe-
tenza in materia, può fare ciò se ha la volontà di farlo, e io
credo che tutto ciò trovi riscontro nella richiesta di mas-
sa proveniente dalle donne di avere una struttura autoge-
stita, con capacità di intervento e di controllo anche pre-
ventivo sui problemi della salute della donna. Cioè io cre-
do, e ne abbiamo parlato anche giorni fa, quando discute-
vamo delle questioni relative all'ospedale «S. Anna», che
sia necessario, proprio perchè la donna oggi è in condi-
zione sostanziale di subalternità e di debolezza, che le si
riconosca anche un livello giuridico-amministrativo pro-
prio, autogestito da essa.
Cioè il problema, secondo noi, è quello di dare alle donne
un luogo di aggregazione nella società e il consultorio
della donna e per la donna può essere questo luogo di ag-
gregazione nella società da cui le donne, uscendo anche
da quella subalternità che oggi hanno a livello di società
e anche di livello di famiglia, possono aprire, in modo
non corporativo, dei rapporti conflittuali nella società,
dove le donne possono prendere consapevolezza non solo
dei propri bisogni, ma anche della propria forza. E que-
92
sto dato di presa di consapevolezza da parte della donna
della propria forza è un fatto non corporativo, perchè ri-
teniamo che nel momento in cui forze subalterne come
quelle femminili si liberano dalla loro condizione di su-
balternità fanno un’opera di trasformazione collettiva e
non corporativa, nell’interesse di tutta la società. Creare
quindi un luogo da cui si possa intervenire sui problemi
complessivi della salute della donna che riguardano i
problemi della salute specifica sui temi che mettiamo più
propriamente in luce con questa legge: temi della tutela
della maternità, della contraccezione, eccetera, ma anche
sui temi più generali della salute della donna in
‘abbrica,, in tutti i luoghi di lavoro, nel territorio, eccete-
ra.
Con tali strutture autogestite, secondo noi, dovrà essere
possibile per le donne, anche minorenni — come specifi-
chiamo negli emendamenti — essere presenti su tutte le
questioni riguardanti la gestione della sessualità, non so-
lo in funzione della procreazione, intervenire sulla con-
traccezione come possibilità delle stesse donne di svolge-
re un'azione attiva sul territorio, valorizzando quindi
‘azione volontaria e politica che in alcune esperienze di
consultori privati le donne hanno fatto. Noi riteniamo,
per esempio, che oggi l’esperienza dimostri come su tutto
il terreno della contraccezione le donne che vanno al con-
sultorio sono in genere donne culturalmente qualificate,
studentesse, mentre la larga massa delle donne ignora
tutta questa problematica della contraccezione. Noi rite-
niamo, per esempio, che un consultorio gestito dalle don-
ne possa sviluppare una azione politica sul territorio, an-
dando anche nelle case, proprio per spiegare queste que-
stioni e dare tutte le informazioni necessarie.
VOCE: E per gli uomini?
CONIGLIO: Per gli uomini c’è anche il consultorio fami-
liare e altre strutture.
Questa è una istanza avanzata dal movimento delle donne
di avere anche una loro struttura di questo tipo e negan-
dogliela negate qualcosa a loro; dandogliela, invece, non
si nega niente a nessuno, perchè chi vuole risolvere i pro-
blemi nell'ambito della famiglia e della coppia ha la
struttura aperta.
93
BOIOCCHI: Non è ancora aperta la campagna elettorale!
CONIGLIO: Il fatto che tu, Boiocchi, sostenga che io con
questo faccio dell’elettoralismo mi conferma che tu a
questo livello sei ancora su concezioni profondamente ar-
retrate. Questo è il punto.
BOIOCCHI: Tu fai dell’elettoralismo perchè non hai letto
la legge e non hai ascoltato la relazione. Ci sono venti pa-
gine nella relazione che parlano di tutela della maternità
e della salute della donna.
CONIGLIO: L'abbiamo discussa in commissione ampia-
mente.
Questa è la nostra posizione. Quando si difendono strati
emarginati o subalterni della società non si fa mai del
corporativismo, se si imposta in una certa maniera il di-
scorso.
GAVIOLI: È una proposta corporativa.
CONIGLIO: Se questa è una proposta corporativa, tu ti li-
miti a dare delle strutture che prevedono dei momenti di
consultazione solo per queste forze e basta.
Quindi io credo che sia possibile, da questo livello di con-
sultorio che noi proponiamo, svolgere un'azione più fatti-
va sul territorio per quanto riguarda la contraccezione,
portare avanti la sperimetazione di nuove tecniche, non
solo nella contraccezione, ma anche — per esempio —
quando riusciremo a fare passare questa legge, che ora-
mai è patrimonio della coscienza popolare ed è ostacola-
ta solo da forze reazionarie e retrive sul problema
dell'aborto nel nostro paese, poter praticare, anche a li-
vello dei consultori, l'aborto col metodo dell’aspirazione
nelle prime dieci settimane. E soprattutto, e qui torna
buono il riferimento all'ospedale S. Anna, potere avere
anche con questo strumento giuridico-amministrativo
che si riconosce alle donne, un controllo delle stesse sugli
interventi che vengono realizzati nelle altre strutture sa-
nitarie (ad esempio negli ospedali) cosa che invece oggi
non succede, per cui noi abbiamo fatti gravissimi denun-
ciati in queste strutture e commissioni d'inchiesta che so-
no composte da primari, ufficiali sanitari, cioè con una
delega ai tecnici, e le donne in quanto tali che sono esclu-
94
se. Io credo che questo sia un fatto che deve portarci a ri-
flettere. E noi riteniamo che da questo si debba ampliare
anche il discorso sulla gestione sociale, soprattutto nel
campo dei servizi socio-sanitari, perchè riteniamo che
venga vista in modo limitativo e che si debba andare, an-
che in prospettiva, a proporre modelli diversi di parteci-
pazione e di controllo popolare, anche perchè, diversa-
mente, si rischierebbe veramente di non raccogliere quel-
li che sono stati i contenuti più avanzati delle lotte ope-
raie sui problemi della salute, sul rifiuto della delega ai
tecnici, con la riappropriazione di metodi e di tecniche di
conirollo della nocività, con la riaffermazione della sog-
gettività del lavoratore, quindi anche con i nuovi concetti
che sono stati espressi in questi anni sul problema della
salute e sul concetto di malattia.
E noi riteniamo che proprio anche queste istanze avanza-
te dal Movimento femminista consentano di vedere in ter-
mini nuovi come si possa articolare questa gestione e
questo controllo da parte degli utenti e da parte della po-
polazione. Quindi noi riteniamo che questo consultorio
delle donne e per le donne, che proponiamo, si affianchi
al consultorio che ci impone la legge nazionale (che vede
tutto nell'ottica che dicevo all’inizio del mio intervento);
che questo consultorio sia gestito dalle donne insieme ai
tecnici e che, proprio come luogo di aggregazione delle
donne, per questo ruolo che possono svolgere su tutti i
problemi della salute, ma più ampiamente sociali, possa
avere i locali per riunioni, per assemblee, biblioteche, ec-
cetera. Deve divenire una struttura capace di aggregare
le donne, dando ad esse non solo servizi, ma consapevo-
lezza politica e forza per intervenire su tutte le questioni
delle donne e della società (dai problemi dell'occupazione
ai problemi dell'ambiente) senza più deleghe solo ai tec-
nici di tutta questa problematica.
Noi, come PDUP, siamo decisi non solo a batterci con tali
emendamenti, ma nel caso che questi vengano respinti,
dato che il problema non si chiude, presentando anche
una nostra proposta di legge specifica e discutendola an-
che ampiamente, a livello del territorio regionale, che rie-
sca a portare a risultati concreti, anche a livello istituzio-
nale, tutta questa problematica portata avanti dal movi-
mento delle donne che è patrimonio anche di migliaia di
donne della nostra regione. E in tale senso, se questi
emendamenti ci verranno respinti, se praticamente non
95
si coglierà questa possibilità a livello dei poteri che la Re-
gione ha, il voto sulla legge in oggetto, da parte nostra, sa-
rà negativo, non perchè su alcune questioni tecniche (sul-
la mucoviscidosi, sulla rosolia, su tutte le cose su cui si è
allargato l'intervento di questa legge) non si sia d’accor-
do, ma proprio perchè non si coglie la possibilità di rea-
lizzare questo momento di consultorio delle donne per le
donne.
Credo che le vicende denunciate al tribunale della donna
di Bruxelles sulla gestione della Clinica Ostetrico-
Ginecologica di Ferrara, del resto comune a molti ‘altri
ospedali, ci spingano a batterci perchè alle donne siano
dati anche strumenti giuridico-amministrativi di inter-
vento e di controllo. Dicevo che non facendo questo si to-
glie qualcosa a chi lo chiede, mentre attuandolo resta la
libertà di chi vuole scegliere fra il servizio familiare e
quindi vuole affrontare tali problemi nell’ambito della
coppia, cioè nel quadro familiare, e chi invece vuole uti-
lizzare un altro tipo di servizio. Con questo non si fa nè
della ghettizzazione, a parte che le donne sono più nume-
rose di noi, quindi mettere in un ghetto una maggioranza
tale...
TURCI: Sono gli uomini che vengono chiusi in un
ghetto!!!
CONIGLIO: Quindi non si fa nè ghettizzazione, nè corpo-
rativismo, perchè nel momento in cui si riconosce una
specificità di condizione subalterna ed emarginata si pos-
sono dare anche a livello giuridico quei poteri, in questa
fase, perchè domani il processo che si metterà in moto sa-
rà sempre condizionato dalle trasformazioni sociali e dai
livelli istituzionali e giuridici con cui sempre le forze po-
litiche e sociali devono misurarsi, ma in questa fase si dà
a tale condizione anche uno strumento giuridico e ammi-
nistrativo importante per una lotta che, evidentemente, è
una lotta di liberazione non limitata solamente alla don-
na, ma che può investire tutti gli strati subalterni che og-
gi operano nella nostra società.
Le vicende connesse alla legge sull’aborto dimostrano an:
cora che nel nostro paese c'è la volontà da parte di forze
retrive di non riconoscere alla donna diritti che per noi
sono fondamentali: il diritto di decidere del proprio cor-
po e di avere la possibilità di prendere le decisioni, della
cui gravità ci rendiamo conto, ma proprio per questa gra-
vità riteniamo debba essere la donna a decidere e ad ave-
re la possibilità di poter praticare l'aborto libero, gratui-
to e assistito. Per questo riteniamo debba essere condotta
con forza una battaglia anche dai livelli regionali e dando
alle donne possibilità di intervento maggiore con il rico-
noscimento di strumenti giuridici e amministrativi di
questo tipo, riconoscendo quindi la loro funzione specifi
ca nella società, andando quindi a strumenti veri di par-
tecipazione e di gestione e non relegando il ruolo della
donna ad una partecipazione mistificata che, io credo,
non raccoglierebbe tutte le istanze culturali, di rinnova-
mento, che anche il movimento delle donne ha avanzato
in questi anni.
IL VOTO CONTRARIO SULLA LEGGE
ISTITUTIVA DEI CONSULTORI FAMIGLIARI
Signor presidente e colleghi consiglieri, per una breve di-
chiarazione. Come PDUP noi votiamo contro questa leg-
ge. Avevo preannunciato nella discussione generale che
nel caso gli emendamenti da noi proposti fossero stati re-
spinti noi avremmo votato contro la legge stessa.
Questi emendamenti tendevano appunto ad istituire — e
le competenze che ha la Regione lo permettevano— ac-
canto ai consultori familiari i consultori per la salute del-
la donna, secondo una proposta che è avanzata dai movi-
menti femministi, per avere come donna una gestione di
questa struttura unitamente ai tecnici che dentro vi lavo-
rano, dando così modo, attraverso anche un riconosci-
mento pubblico a livello amministrativo, di potere usare
con capacità di intervento e di controllo anche preventivo
sui problemi della propria salute, una struttura di questo
genere. Quindi una struttura che tenesse conto della spe-
cifica condizione femminile nella società che vale in que-
sta fase, perchè nel momento in cui noi richiediamo un
riconoscimento anche a livello giuridico, amministrativo
e pubblico di questa istanza, noi non riteniamo che debba
valere per sempre questo tipo di gestione; però riteniamo
che oggi, proprio per la condizione subalterna che la don-
na ha nella società, per la sua specifica condizione, le si
debba dare un riconoscimento anche a questo livello,
aprendo quindi possibilità di dialettica, di confronto de-
mocratico, facendo anche di questo strumento un luogo
di aggregazione per le donne nella loro battaglia di libe-
razione, che non è corporativa, che non è riferita solo a
loro stesse, ma è una battaglia di trasformazione più am-
pia della nostra società.
Istituendo, viceversa, solo il consultorio previsto dalla
legge 405 non si dà risposta a queste istanze, non si coglie
questa occasione. L'assessore Turci e l'assessore Bartoli
hanno detto che tutta la tematica non è assorbita in que-
sta legge. Noi speriamo per il futuro che ci si ritorni so-
pra e si rifletta sul valore di queste istanze. Proprio per
questo noi ci faremo portatori di un progetto di legge spe-
cifico sulla tematica che ho illustrato nell'intervento ge-
nerale e sui contenuti degli emendamenti da me stesso
presentati a nome del mio Partito. Io credo che questa
battaglia debba continuare e debba andare avanti pro-
prio per aiutare questo processo di liberazione della don-
na. Noi presenteremo, quindi, un progetto di legge speci-
fico sulla istituzione del consultorio per la salute della
donna.
È vero, noi proponiamo un certo tipo di soluzione della
questione femminile, qui noi divergiamo ancora e io non
credo che anche per il futuro divergeremo sempre. È un
confronto aperto e corretto quello che noi vogliamo por-
tare avanti. Noi crediamo che tutta questa tematica non
debba essere chiusa, com'è nella legge nazionale e anche
in questa legge, nel quadro della coppia e della maternità
istituzionalizzata, quindi non riconoscendo, ad esempio,
un valore autonomo alla sessualità e perciò rinchiudendo
tutto in un ambito restrittivo.
Proprio per questi motivi, il nostro voto è un voto contra
rio; vuole assumere questo significato e continuerà quin-
di la nostra azione tesa appunto, anche in sede ammini-
strativa a far sì che le donne abbiano un proprio stru
mento da cui continuare la loro lotta di liberazione, lotta
che ha un valore molto più generale per la nostra società.
(Intervento del 5-5-1970)
98
INTERPELLANZA SULL’OSPEDALE
S. ANNA DI FERRARA
Signor presidente, colleghi del Consiglio, io ho rivolto in-
terpellanza urgente alla Giunta a seguito delle denunee
che sono apparse su diversi giornali italiani fatte dalla
dottoressa Picchio al Tribunale per la difesa dei diritti
della donna di Bruxelles in riferimento all'ospedale
«Sant'Anna» di Ferrara. a
Le denunce fatte in questa sede sono di una gravità enor-
me. Io credo che investano un problema più generale che
senza dubbio ha carattere di specificità e di gravità al re-
parto ostetrico ginecologico dell'ospedale «Sant'Anna»
dove si denunciano cose molto gravi: alto numero di bam-
bini spastici a causa di un parto male assistito, attrezza-
ture inadeguate per la diagnosi preventiva del taglio ce-
sareo, organici non adeguati e medici che vengono im-
messi in attività di estrema delicatezza pur essendo anco-
ra inesperti, appena usciti dall'Università. Quindi vi è un
peo di attenzione e di intervento sulle partorienti che
emente, è i più incivi e dis i
a uieneni quanto di più incivile e disumano vi
Senz'altro la situazione del reparto ostetrico ginecologi-
co dell'ospedale «Sant'Anna» presenterà delle'situazioni
gravi e specifiche, però io credo che il problema sia più
ampio e in questo senso chiedo alla Giunta che sia fatta
piena luce sui fatti denunciati a Bruxelles dalla dottores-
sa Picchio e, quindi, si proceda a un'inchiesta, del resto
sollecitata anche dal consiglio d’amministrazione
dell ‘ospedale, nei confronti di questo reparto e dell’attivi-
tà più complessiva dell'ospedale stesso in riferimento a
tali tipi di intervento. Ma io credo che non ci si possa ac-
spisntare di una risposta burocratica, della semplice
pedi una commissione di inchiesta. Il problema è
molto più vasto e rientra, a mio parere, in una delle tema-
ee che si stanno affrontando a livello nazionale sul
pe ema dell'aborto e sul problema del ruolo che la don-
eve avere nella gestione di quello che è il proprio cor-
po. quindi, affrontando le tematiche che oggi sono
l'ordine del giorno, ma direi anche i problemi che noi
Stiamo affrontando con la legge sui consultori che pro-
prio torna a proposito in riferimento a quanto è successo
all'ospedale Sant'Anna e a quanto succede di norma nei
CE EEE
reparti ostetrico ginecologici degli ospedali italiani in cui
la donna, veramente, viene considerata spesso come og-
getto e vive una sua condizione specifico di subalternità e
di emarginazione proprio nel momento in cui si trova nel-
la condizione più delicata di partoriente.
Io credo che allora, proprio in questi termini, sorga con
forza l'esigenza che viene posta da larga parte del movi-
mento femminile di avere un momento di controllo diret-
to, di coinvolgimento massimo nella gestione, sino ad ar-
rivare anche a una forma di autogestione con i tecnici
preposti a queste attività, sia a livello consultoriale sia
negli ospedali, perchè senza un intervento diretto della
donna su questi fatti io credo che non si riuscirà mai a ri-
solvere problemi di questo genere. Quindi io credo che
non ci si possa accontentare semplicemente di iniziative
burocratiche quali nomine di commissione d'inchiesta 0
cose di questo genere. Pertanto io chiedo alla Giunta che
cosa ha fatto in riferimento al problema specifico e come
intenda procedere, sapendo appunto che le intenzioni
della Giunta dovranno anche concretarsi a livello legisla-
tivo e sul tipo di risposte che anche la Giunta e la maggio-
ranza della nostra Regione intendono dare alle istanze
portate avanti con forza oggi dal movimento delle donne.
BARTOLI, assessore: Le denunce che sono state fatte al
Tribunale internazionale dei crimini contro la donna a
Bruxelles si riferiscono indubbiamente a fatti e circo-
stanze di estrema gravità come sono stati denunciati che,
se accertati, dovranno dar corso da parte del Dipartimen-
to, come da parte dell’aministrazione ospedaliera, ai più
severi e puntuali provvedimenti ancor prima e indipen-
dentemente dal fatto che su singoli aspetti dei contenuti
della denuncia si pronunci la Magistratura. Non ci pare
qui il caso di procedere all’elencazione dei fatti e delle
circostanze ad essi connesse in quanto la stampa nazio-
nale e locale ha, con abbondanza di particolari, pubblici
zato accuse e smentite, lettere di precisazione e comuni-
cati stampa che, deve essere detto, una prima volta nel
gennaio 1975, con maggiore evidenza dopo la denuncia
fatta a Bruxelles, si sono susseguiti sia sul complesso de-
gli episodi che sui singoli aspetti. Al fine di accertare la
reale consistenza dei fatti addebitati, prescindendo an-
che dall’esplicita richiesta fatta in tal senso dell’ammini-
strazione ospedaliera, con provvedimento del 16 marzo
scorso si è provveduto alla nomina di una commissione
regionale d'indagine che dovrà, entro breve termine, ac-
certare e riferire su tutta la complessa realtà della divi-
sione ostetrica ginecologica dell'ospedale Sant'Anna di
Ferrara.
Tale commissione, che ha già iniziato i propri lavori, è
composta da un primario, da un aiuto ostetrico, da un uf-
ficiale sanitario, da un medico legale, da un medico pro-
vinciale competente ed un collaboratore regionale ammi-
nistrativo. La composizione è stata determinata tenendo
conto della portata dell'indagine da svolgere che, come
appare evidente, non investe solo aspetti di tecnica sani-
taria ma anche specifici aspetti medico-legali e ammini-
strativi. Sarà impegno del Dipartimento riferire sui risul-
tati dei lavori di tale commissione e sui provvedimenti
che eventualmente si dovranno adottare. Questo sia per
stabilire l'esatta portata dei fatti denunciati come anche
per restituire come giustamente affermano i testi dell'in-
terpellanza e dell’interrogazione, la necessaria tranquil-
lità ai cittadini, soprattutto alle donne, al personale di-
pendente dall'ospedale e agli amministratori interessati
alla vicenda che tanto scalpore ha suscitato in Italia e
all’estero.
Noi non crediamo che questa indagine sia un atto buro-
cratico, crediamo invece che voglia dire intervenire con
serietà per conoscere la situazione.
Per quanto poi si riferisce alla situazione più in generale
io credo che il nostro Consiglio sappia che discuteremo
della legge sulla tutela della maternità e dell'infanzia e
sui consultori familiari in un prossimo Consiglio. Perciò
tutta quanta la problematica che è riferita alla tutela del-
la donna e della donna in quanto madre, sarà oggetto di
dibattito in questo Consiglio attraverso la legge regiona-
le. Ma deve essere anche detto che tutta questa problema-
tica è già motivo di impegno delle istituzioni democrati-
che, è già un'azione che viene compiuta. Volevo soltanto
ricordare al consigliere Coniglio che per quanto riguarda
la tutela, per esempio, delle coltivatrici dirette come Re-
gione abbiamo legiferato perchè abbiamo ritenuto che
quella categoria fosse meno tutelata di altre; infatti i par-
ti immaturi hanno una percentuale piuttosto alta fra que-
ste lavoratrici. Per questa ragione siamo intervenuti a li-
vello legislativo. Se poi vogliamo avere dimensioni anco-
ra più ampie sappiamo che la legislazione per quanto ri
101
guarda la tutela della maternità nel nostro paese, pur
avendo aspetti avanzati, non considera ancora le donne
madri tutte allo stesso livello e non per tutte ci sono la
stessa assistenza e intervento.
Riteniamo che la nostra legge regionale sia un momento
che porta a far sì che complessivamente la donna ‘anche
in quanto madre sia maggiormente tutelata.
PRESIDENTE: Il consigliere Coniglio ha facoltà di di-
chiararsi soddisfatto o meno della risposta dell’assesso-
re.
CONIGLIO: Ricollegandomi a quanto esposto in prece-
denza, devo dire di non ritenermi soddisfatto. Capisco
che allo stato attuale difficilmente si poteva uscire da
un'iniziativa tipo quella che la Giunta ha assunto, però
questo conferma i gravi limiti della situazione attuale. In-
fatti è stata nominata una commissione d’inchiesta tutta
composta da tecnici (primari, ufficiali sanitari), però le
done non ci sono; questo è il punto. E non si può dire che
noi qui facciamo del Movimento delle donne o delle don-
ne un fatto corporativo e di ghetto, come da qualche par-
te cî si rinfaccia; le donne, fra l’altro, oggi sono più degli
uomini, hanno una loro condizione femminile specifica a
tutti i livelli, soprattutto su questi terreni e su questi pro-
blemi. Quindi noi riconosciamo un ruolo primario alle
donne in questa fase; poi se la società si trasformerà nel
senso di una liberazione delle donne ulteriormente, ri-
spetto anche ad altri strati che sono emarginati e subal-
terni, allora è evidente che dopo questa differenza e que-
sto riconoscimento di una condizione specifica potrà es-
sere rivisto. Però oggi, allo stato attuale, noi dobbiamo
prendere atto che non diamo nessun strumento di potere
anche a livello giuridico-amministrativo alle donne, che
pure si stanno battendo con forza, proprio per la trasfor-
mazione della società e non in maniera corporativa, per-
chè le istanze che le donne portano avanti vanno al di là
del loro fatto specifico. In questo senso allora io credo
che se noi non ci facciamo carico di questo aspetto venia-
mo meno profondamente al nostro compito. Per questo,
io dico, in una situazione di questo genere, che non è solo
la situazione dell'ospedale Sant'Anna, è una situazione
molto più generale degli ospedali e di questi reparti oste-
trico ginecologici (e lo sappiamo bene come vengono trat
102
ea SSA
tate le donne a questi livelli) io credo che cavarsela con
una semplice commissione di inchiesta fatta di tecnici
rientra proprio nel discorso che oggi si rifiuta da Dea
delle donne (vedi, per esempio, il riferimento a tutta la
problematica dell'aborto) della non delega ai soli tecnici
di una problematica di questo genere. Quindi noi diciamo
che bisogna approfittare...
GUERRA: Tu puoi chiedere i politici, non puoi chiedere
che ci siano le donne.
CONIGLIO: Io dico che devono esserci le donne assieme
ai tecnici: difatti la proposta che io farò, e che ho già fatto
in sede di commissione relativamente...
GUERRA: Questo è razzismo!
CONIGLIO: Che razzismo? Questo è riconoscimento di
una condizione specifica cui bisogna dare degli strumen-
ti perchè sia superata nella trasformazione complessiva
della società.
GUERRA: I problemi dell’ostetricia secondo te li affron-
tano solo le donne. È assurdo!
CONIGLIO: Non ho detto solo le donne, però in questo ca-
so le donne non li affrontano perchè, guarda caso, sono
escluse e la cosa viene delegata a una commissione di tec-
nici. i
Credo di avere espresso le questioni che affronteremo an-
che con maggiori particolari nella discussione che fare
mo sulla legge per la maternità. Io credo che se noi non
riusciamo a dare, ed è qui il senso della proposta che noi
faremo, uno strumento anche a livello amministrativo su
cui le donne possano muoversi, intervenire nel controllo
di tutte le fasi e di tutti gli aspetti che le riguardano, direi
proprio instaurando una dialettica a livello del territorio,
della società, sui problemi, per esempio, dai consultori
agli ospedali, eccetera, io credo che noi commetteremmo
un errore molto grave. E difatti avremo sempre di più si
tuazioni di questo genere delegate ai tecnici senza racco-
gliere quelle che sono le istanze avanzate oggi dal Movi-
», istanze che non sono affatto corpora-
o spice. Ss (21 aprile 1976)
103
INTERPELLANZA SULLA CLINICA
OSTETRICA DEGLI OSPEDALI
DI MODENA DEL SETTEMBRÉ 1976
«Il sottoscritto consigliere regionale interpella la giunta
e per essa l'assessore alla sanità per conoscere se rispon-
de a verità la gravissima situazione esistente a/la clinica
ostetrica degli ospedali di Modena che ha portato negli ul-
timi anni molte donnee residenti a Modena ad utilizzare
per il parto gli ospedali di Carpi, Mirandola e Castelfran-
co Emilia per non servirsi della clinica stessa.
Se è vero che presso la clinica ostetrica di Modena l’assi-
stenza in sala parto è del tutto inadeguata per la carenza
incredibile di apparecchiature tecniche indispensabili
quali ad esempio il cardiotocografo (per la rilevazione
dei battiti cardiaci fetali), il piaccametro (per misurare il
PH del feto, elemento indispensabile per lo studio della
sua vitalità).
Tali deficienze avrebbero determinato, ad esempio, l’in-
tervento con taglio cesareo su donne per protrazione di
gravidanza, mentre in realtà poi i feti erano totalmente
prematuri, a volte, da non sopravvivere.
Risulta inoltre che non esiste quasi per nulla assistenza
psicologica alla gestante con un'ostilità per il parto indo-
lore. Dato che questa situazione ha alle spalle alcune de-
nunce contro sanitari della clinica per il caso di due don-
ne morte in seguito a tagli cesarei demolitori nel 1971,
per un'operazione effettuata erroneamente su una donna
affetta da diabete nel 1974, e nel 1975 per un'applicazio-
ne errata di forcipe che ha portato alla morte fetale e cra-
niotemia; che risulterebbe il fatto che dal 1972 ad oggi
circa cento donne affette da displasia o carcinoma in fase
iniziale sono state sottoposte ad interventi inutilmente
mutilanti, che presso il reparto di urologia diretto dal
prof. Musiani a Reggio Emilia sono state ricoverate nu-
merose donne affette da complicazioni urinarie gravissi-
me, in seguito ad interveni subiti, si dice, presso la clini-
ca ostetrica di Modena;
il sottoscritto consigliere chiede che l'assessore alla sani-
tà risponda con urgenza su tutte queste situazioni di
estrema gravità e propone che venga costituita un’appo-
sita commissione d’inchiesta, che coinvolga anche le or-
ganizzazioni femminili locali, per fare piena luce sulla
gestione della clinica ostetrica dell'ospedale di Modena»
(38).
Devo dire, signor presidente e cede SR
non ho presentato a cuor leggero quest'interpe a
lativamente alla Clinica ostetrica di Modena, RI o i
di una struttura sanitaria, e anche nella forma della lo
manda e della necessità di chiarimenti sollevavo pesi se-
rie di problemi che, divenendo di Spose pu! =
avrebbero anche preoccupato, e non poco, le Nitra
questa struttura, anche le stesse ricoverate in que Eno,
mento. Però, dai dati che mi pervenivano, da una voce or
mai comune sulla gestione di questa clinica SS
per il fatto di avere sondato, prima di presentare pe
pellanza, anche le opinioni degli stessi colleghi resi ca
a Modena, sono stato spinto a presentare questa interpe
lanza, che investe una tematica delicata, importante, e
che viene nella nostra regione subito dopo la CEREA
fatta dal Movimento femminista relativamente a a Clini
ca ostetrica di Ferrara, cosa già affrontata e sana in
questa sede. Quindi non c'era alcuna volontà di 3 ev pia
in modo scandalistico il problema o di affrontarlo su la
base di certe logiche che poi, quando si rene
questo caso, di strutture universitarie, spesso sono e,
tro legittime esigenze di sviluppo e di Sr
ad esempio il venire alla luce di certi disegni, c sà so: Da
all’interno delle università, di sdoppiamenti, di puote
cattedre, di nuove cliniche o di nuovi servizi, cosa che
purtroppo abbiamo potuto vedere in altre orcstoniza
Quindi, accertato questo, un dato che emerge a 3 a
te anche dalla risposta dell'assessore (anche se nella re a
zione dell’Amministrazione ospedali di E coca
di camuffare un po’ la cosa) è la scontentezza de 2 popo
lazione femminile di Modena nei confronti della ( nuca
ostetrica, come appare dal fatto che molte sone n gue
sti anni hanno utilizzato per partorire gli Ospedali dI ar
pi e di Mirandola. Questo è un dato che SERA
mente. Del resto ci sono anche delle statistiche, perc è -
noi vediamo i dati registrati nel 1975, su un e. i
7.046 nati, a Modena ne sono nati 2.619, nella C inica
ostetrica 2.060, a Carpi 1169, a Mirandola 766, = ue
Mirandola e Carpi 1900; anche il rapporto tra popolazio
ne e nati parla da solo in questa direzione.
105
WE __T_ wU©rE==555 RIE
OLE x questione non può neppure essere imputata a
ue fo FA perchè non è vero che il numero dei let-
s i iciente; non sono 85, sono 120 posti-letto e
ce i non sussiste il sovraffollamento.
orti ce la risposta dell'assessore, anche per quan-
g la le strutture tecniche, sia S i
O ; Li s abbastanza superfi-
# da Su ettata. Infatti, per quanto riguarda le Ha
D E e, seppure dalla risposta così veloce data
a er appare chiaramente la loro insufficienza
so po Di gti di personale, per il quale qui
ine del giorno del Consiglio dei i
Coe La ( glio dei delegati della
ca che parla di carenz i
et i ze notevoli non solo
RZ ma anche di personale, oltre che le de-
azzo aaa TS,
Da g azioni femminili in questa direzio-
on cano il piaccametro, lo strumento per misura-
pe o eto cena indispensabile per lo studio
a risulta essere assente e le così
Ì Lr L C siddette strut-
ne desse esistenti da anni sono non solo vecchie
adeguate, ma malfunzionanti
‘adeguate, m 4 i e — cosa che da un'in-
degne meno frettolosa sarebbe stata rilevata — per la
na cre De sono in riparazione. Tra l’altro
sulta che il cardiocografo (uno) è s i
9 ] 1g è stato acquistat
solo nel marzo di quest’ Percali
arz st’anno e questo strument
ela i t . S o per con-
trollare il battito cardiaco fetale è indispensabile anche
segue il parto. Quindi io credo che essersi dotati di
Canc strumento solo nel marzo 1976, dopo che già que-
al ia SERRA da stata oggetto — cosa confermata
— di attenzioni anche della Magistra ni ì
; t O Magistratura, mi semb
cosa di gravità notevole. Tra l'a i ri he che
g . Tra l’altro mi risulta anche c
vità not ( S e che
ae l’interpellanza che io ho fatto sarebbero stati
ecentemente acquistati tre apparecchi
eccnte È ] parecchi che servono a ri-
ae il battito cardiaco fetale il cui nome è «sony-card»
= ciò per quanto riguarda questo aspetto, io credo che
sa necessario, da parte della Regione e della Ammini-
A azione ospedaliera, controllare in maniera più adegua-
] pe problema delle strutture tecniche e anche il
pro ema dell'assistenza e del personale.
Ca sepeni importanti, ma non i principali che
eva di sollevare con l'inter; i
i premeva di solle pellanza in oggetto.
ci Spi principali sono emersi anche dal dibattito che
sea uppato nella città di Modena, che ha investito le
Saga izzazioni femminili (dall’UDI alle Donne socialiste,
vimenti femministi) e che ha visto le prese di posi
106
zione del personale e delle ostetriche in questa direzione.
Cioè non vi è solo la sottolineatura della necessità di una
attenta gestione di tali strutture sanitarie, quindi il pro-
blema degli aspetti tecnici e del personale, ma si tratta di
colmare un distacco profondo esistente tra l’uomo e la
medicina, in questo caso la donna e la medicina, e trovan-
dosi la donna, in questa società, in una condizione subal-
terna, di maggiore emarginazione e di maggiore difficol-
tà, soprattutto nel delicato momento della gravidanza e
del parto, si tratta di costruire un rapporto diverso. Per
questo io credo che le rivendicazioni espresse dalle Orga-
nizzazioni femminili in questo periodo relativamente al
problema della Clinica Ostetrica di Modena, ma che van-
no al di là, in una dimensione più generale, mi sembra
debbano essere prese in considerazione con attenzione
non solo dall’Amministrazione regionale e dalle Ammini-
strazioi ospedaliere. Vi deve essere la po bilità di una
partecipazione continua e di un controllo di queste Orga-
nizzazioni femminili su strutture di questo genere che
abbiamo visto per vari fatti, non solo quello di Ferrara,
denunciati anche in questa occasione, quale tipo di rap-
porto instaurino tra la medicina e la donna in questa deli-
cata fase della sua vita rappresentata dalla gravidanza e
dal parto.
È su questi problemi che bisogna scendere e affrontarli
da vicino, verificando ancora una volta (e qui io credo che
possiamo richiamare anche il dibattito che abbiamo fatto
in occasione delle istituzioni del Consultorio) come le
donne non abbiano assolutamente potere a questo livello,
sono completamente emarginat Oggi si considera già
un passo enorme che le Organizzazioni femminili abbia-
no potuto incontrarsi con il Consiglio di amministrazione
e affrontare questi problemi. Io credo che questo sia limi-
tativo e che vadano invece accolte le loro richieste, in
questo senso dando alle stesse donne strumenti di potere
edi controllo più continuativo rispetto a quelli che hanno
oggi. Il non avere fatto l'inchiesta coinvolgendole è estre-
mamente negativo.
Concludo dicendo che, a mio parere, anche su questo pro-
blema, torna la validità della proposta che in sede di di-
battito sul consultorio la mia parte politica ha fatto, cioè
jo credo che se noi avessimo, accanto al consultorio fami-
liare, un momento consultoriale gestito dalle donne con
capacità di intervento dal livello di base al livello di con
107
polo delle strutture ospedal
che ostetri e de S
ceo Se SE sanitarie ostetriche, io
e mo alle str ii
en e donne uno strumento di po-
ona si è voluto fare. Si
ai considcrazione in cui le do
ve lo di amministrazioni
vrebbero essere le nostre
insoddisfatto. ;
dimostra ancora una volta
donne sono tenute anche a li-
cosiddette avanzate quali do-
Per questi motivi mi dichiaro
lere, soprattutto delle clini-
Il voto contrario sul progetto di legge regionale che
disciplina l'apertura e l'esercizio di case di cura e
di altri presidi di diagnosi e cura. (Luglio 1978)
Le motivazioni del voto contrario a questo progetto di
legge, presentato dalla Giunta regionale, sono partite in-
nanzitutto dalla nostra impostazione di fondo nel campo
della difesa della salute e dell'assistenza sanitaria che de-
ve assolutamente privilegiare come primario l'intervento
pubblico rispetto a una situazione come è quella attuale
(di forte caratterizzazione privatistica) che non viene sa-
nata dal progetto di riforma sanitaria e che quindi anche
nel progetto della Giunta regionale non tiene conto di
questa impostazione politica di fondo che non è soltanto
nostra, ma è patrimonio di anni di lotta del movimento
operaio nel campo della difesa della salute.
E ciò appunto perchè continua a confondere pubblico e
privato su un terreno che non solo aggrava i costi ma non
tutela quello che è il principale diritto dei cittadini, in
quanto crea situazioni gravi tipo quella della doppia atti-
vità dei medici nelle case di cura private e negli ospedali
pubblici e ciò nonostante le varie sentenze che vi sono in
materia; situazioni gravi che nessuno denuncia, anche
per questa commistione di pubblico e privato che la legge
continua a mantenere in vigore e che rende anche di diffi-
cile accertamento la verifica di situazioni abnormi.
Va quindi rilevato come la legislazione regionale si muo-
va nell’ambito di una legislazione nazionale che non scio-
glie questi nodi e che anzi fa registrare da parte delle for-
ze della sinistra storica un arretramento anche su questi
temi, con una continua concessione alle concezioni priva-
tistiche in campo sanitario che parte dalla produzione
farmaceutica per arrivare alla libertà del medico inter-
pretata come tutti sappiamo.
Il che ci causa poi vicende tipo quello che riguarda l’ulti-
ma legge sull'aborto e l'obiezione di coscienza e che ci
porta appunto alla libertà delle case di cura di occupare
spazi che sono lasciati loro anche da una carenza profon-
da di intervento pubblico a questo riguardo.
Riteniamo che ciò sia fondamentalmente sbagliato ed è
per questo che la nostra posizione è contraria al tipo di
legislazione che sta venendo avanti a cui si uniforma an-
che questo progetto di legge sull’apertura e l'esercizio
delle case di cura.
109
Il nostro diss
o dissenso ver i
S S erte proprio sul d:
PSA ro sul dato che non riteni
se esa a utilizzare le case di cura a
RAI a Saper, se infatti vi è esigenza
>graz ‘esto deve essere sv i “0
Car riquesto; sere svolto con l’interv
I < ci una volta che avremo il piano cpr
ou a la ritardi da parte del
eg se in un determi itori
e and ninato territorio le esi-
Sal na e raccolte in un Bess a
SIRO fon amentale deve essere tutta abbia
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e sa i nettamente subalterno a quella
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PSICO. Conti za a contenere ed elimi
E nel campo della ale pn”
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e n ALA iodo nel corso del quale le case di volu:
oi a i fissati dalla regione
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Sn ) I ‘o appunto un peri 2
Sgr pe pmlunento che VA DI CHEREDDa Six e,
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i : ne la legge introduci
ento in cui però le iore Teglio
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a Losa : : Ù 88: anza regi ale vare
RO di legge per integrare con le c as. ra E
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Sar Sie sanitaria pubblica, ci si RS ic
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de rt on acente, ma si accetta già il prin sino
a son pubblica, non si deve andare al di la
Il'esis , perchè poi ci si avvale InIegzIonSd
SETA po! ci si avvale dell’integrazione dei
A parte poi i
a poi la considerazi i
ì s azione che già vi è un’
Sine ol gia vie una È
cereale alle case di cura Sars "E
“<a A Per SdeR lane, ai requisiti minimi
o a data di deliberazione d ;
n voto ci rari indi i
ia cai io quindi che si giustifica con il rifi i
co ce rispetto a lotte fatte negli anni Sa di
Do a ne nel campo della sanità er:
\ ario che ha anche il signifi OSE
ono cncha significato di voler mettere
ca Sisve e incamento che anche nella SE n
avanti rispetto alle scelte nazionali. edi
conces-
quando gli si
ben 24 mesi
1 questa legge.
LA POSIZIONE SULLA LEGGE
REGIONALE SUGLI ANZIANI
(Ottobre 1979)
Tale progetto discusso praticamente solo a livello della
commissione regionale sanità, ha concluso il suo iter nel-
le scorse settimane, dopo che anche il gruppo della D.C.
aveva presentato sul medesimo argomento un suo pro-
getto di legge, di cui alcuni dei suoi punti sono stati rece-
piti nel progetto di legge della Giunta e quindi ne hanno
peggiorato ulteriormente il testo; anche se ciò non è valso
alla Giunta ad ottenere il voto favorevole della D.C., la
quale anzi chiedeva ulteriori concessioni e ha quindi vo-
tato contro. In realtà e per riassumere la nostra pos
ne, ci pare di dover rilevare che la legge sugli anziani af-
fronta uno dei più grossi problemi sociali della nostra
epoca e viene a cadere in una situazione generale caratte-
rizzata da una struttura delle nostre città edificate per ri-
spondere ad altre esigenze ed indifferenti ai bisogni di
chi non è più immediatamente produttivo.
In assenza di una impostazione nazionale che si traduca
in operatività concreta sinora si è proceduto con impo-
stazioni di tipo tradizionale che hanno sempre riprodotto
una forma di ghettizzazione per la popolazione anziana.
Per far fronte a questa situazione si era in realtà, negli
anni passati, a livello degli enti locali della nostra regio-
ne, iniziato a portare avanti un discorso teso a valorizza-
re l'intervento preventivo per intervenire 2 monte della
malattia, di una battaglia per una giusta riforma del si-
stema pensionistico e di affrontare il problema dell’abi-
tazione e degli affitti, interessando i comuni, enti autono-
mi, cooperative in modo da impegnarli a discutere e a de-
cidere l'assegnazione di appartamenti agli anziani, nel
caso del risanamento del centro storico e nei programmi
per l'edificazione di nuove unità residenziali.
A questo proposito ci pare di dover rilevare che quanto
affermato nella relazione in merito alla scelta di destina-
re all’interno del piano-casa regionale una percentuale di
nuovi alloggi dell'edilizia residenziale pubblica, non tro-
nferma non solo nell’articolato della legge, ma
non ci consta che nessun sforzo in questo senso sia stato
fatto negli ultimi tempi. Perciò di talune impostazioni
originarie non pare sia rimasto molto, tanto è vero che vi
va poi co
111
sue nella presente legge (ciò vale a maggior ragione
e Ss Sg g
Po si dpi ogetto presentato dalla D.C. dove ad esempio non
eppure menzione dell sti
i 7. a questione casa) unz
zione che concede anci spazi i acco
i ora spazio alla logica dell’acc
z che , c a ig ell’accetta-
SS ia del Che della spesa pubblica, del blocco
assunzioni anche in servizi di î
I zi di carattere pubblic
d 'nzioni anche in ic
con tutto ciò che inev itabilmente ne consegue. s 3
i enene difficile ipotizzare che alcuni obiettivi pos-
= E 3 Csa non modificando le concezioni so
a cate; prendiamo ad esempi ione x
pr pi a S io la questione dell’
sistenza domiciliare che è lubbi ) iti più
$ che è senza dubbio uno dei i più
5 DIDIG el punti più
importanti e che veng recisati nei ti 2.
gono precisa el tre primi articoli
dello iene g precisati nei tre primi articoli
ai neo si vuole che la giusta esigenza di mantenere
anziano nel proprio nucleo familiare i
zi amiliare non sia un r
petizione di principio e che per di più jo veli
I ione e per di più molte volte si rivi
zior 0 ec] si rivela
Di da in alano l'anziano molto spesso anche nel pro
nucleo familiare vive una ci izi i ;
( ‘a condizione di emarginazi
i nili i arginazio-
poni sorga nessuno ha «tempo» di occuparsi di lui e so-
Di Suutto al punto di vista dei rapporti umani e non solo
era assistenza; occorre in pri "
; rimo luogo superare la
tendenza a scaricare s joli “Hicienze delli
a a scaricare sulla famiglia le i ici
adenza/a: a famiglia le inefficienze della
a: aaaio pon pensando che quando si è detto che
anziano deve rimanere nel propri famili
rio nucleo familiare ci si
possa con questo sentire ra i SS
ossa sto rassicurati e proprio per le ra
pos on questo ir [ i prio per le ra-
pente 1 rapporti umani che vi sono in migliaia di
s iglie e in secondo luogo perchè nel caso in cui ci tro
assimo di fronte ad anziani bisognosi anche di particola.
g D a a
ri cure si a rre Sr 9
cure si verrebbero a scaricare sulla famiglia e quindi
pala SoS, pesi ulteriori, verso i quali viceversa, la so
cietà ha il dovere di portare avanti i VOS
ce p‘ are avanti un intervento concre-
ae ad esempio capire come l’art. 2 nel quale si par-
a È potenziamento dei servizi di assistenza possa esseri
= izzato in una situazione nella quale abbiamo una as
pazione di un numero adeguato di perso
ale atto alla assistenza domiciliari el ne
l a za domiciliare (tenendo ci
pasti as: a endo conto che
atore polivalente non si costruisce i
$ struisce in un mese) e c
col LOLGIO N ten ese) e co-
ne possa essere possibile realizzare ciò con le a for-
SE nel consorzi socio-sanitari. L'esigenza di un
a adeguato in questo senso era s TR
guatc s so era stata da n rospe
tata nelle riunioni del comi i a
i del comitato di esperti per gli iani
tata n sperti per gli anz
che si era formato a li i i si
a livello regionale; la risposta è
e si era [ g ; la risposta è stat
£ ormato a livello È stata
he il comitato aveva solo il compito di formulare propo
ste sull'assistenza agli anziani e poi i problemi tecnici
erano compito di altri. Ci pare che questo modo di proce-
dere non solo sia politicamente errato, ma sia oltretutto
controproducente sul piano dei risultati pratici. È suffi-
ciente analizzare la situazione attuale nella quale opera-
no i consorzi per quel che riguarda l'assistenza domicilia-
re per accorgersi di ciò. Se si prende l'esempio di Bolo-
gna dove a livello dei vari quartieri operano 45 assistenti
domiciliari che assistono esclusivamente anziani auto-
sufficienti, per i quali si limitano a fare le pulizie e la spe-
sa qualche volta la settimana si ha già un'idea della situa-
zione. Gravissima è infatti la situazione degli anziani che
hanno difficoltà di deambulazione o disturbi che richie-
dono terapie di riabilitazione. In questi casi l'unica solu-
zione che viene prospettata è il ricovero in ospedale o in
alcune case di riposo (il più delle volte private, non esì-
stendone a sufficienza di quelle pubbliche), dove poi la si-
tuazione dell'anziano diventa ancora più precaria, per la
tendenza anche in ospedale a emarginare l'anziano e sia
anche perchè in un ambiente chiuso, fuori dal proprio ha-
bitat naturale, la situazione dell'anziano si cronicizza
inevitabilmente. Troppo spesso abbiamo visto anziani
spostati da un luogo all’altro e costretti a mendicare sus-
sidi o aiuti che progressivamente lo trascinano nella cate-
goria dell'anziano cronicamente ammalato. Ciò che vo-
gliamo dire è che troppo spesso un’azione ritardata oppu-
re un'azione di mera «collocazione» dell'anziano trasfor-
ma l'individuo recuperabile, in uno irrecuperabile e cro-
nicizzato. -
L'assistenza domiciliare quindi, con tutte le precisazioni
sopra fatte, rimane uno dei punti fondamentali per af-
frontare correttamente il problema e l'assunzione di per-
sonale e la dilatazione di spesa pubblica in un servizio so-
cialmente utile si configura in questo caso come un pun-
to importante se effettivamente si v uole dare seguito alle
affermazioni di principio.
Prendendo poi in esame la questione delle case protette,
ci pare che questa questione debba essere esaminata te-
nendo conto anche del ruolo-che svolgono i privati in que-
sto campo e quindi di quale ruolo l'ente regione vuole
avere nei riguardi delle attività dei privati nel campo
dell'assistenza agli anziani.
A parte alcuni lodevoli tenta
pubblica (vedi l'apertura della nuova ala protetta
tivi di potenziare la struttura
del Gio
vanni XXIII a Bologna) vi è da dire che il ricorso alle case
di riposo private è sempre più massiccio e c ulta e:
sere ancora più triste non già e non solo per concezioni
(da noi più volte esposte in Consiglio regionale) che abbia-
mo del ruolo del tutto marginale e aggiuntivo che dovreb-
be avere l’iniziativa privata nel campo dell'assistenza; ma
anche perchè molto o questi istituti non danno alcu-
na valida garanzia di assistenza, pur a bendo rette al-
me, molte delle quali paga poi l'ente locale. Ciò detto
e facendo un invito alla Giunta a essere particolarmente
attenta nella rilevazione degli standards assistenziali nel-
le case di riposo private, vogliamo rilevare la nece sità a
far sì che l’ala protetta non sia una valvola di sicurezz a
per gli ospedali quando non sanno più dove scaricare un
malato e che quindi le decisioni di spostare questo o quel
malato da un posto all’altro non sia più il frutto di con-
trattazione tra i vari primari, con l’ausilie di qua
sistente sociale, ma risponda a reali esigenze che a livello
dei consorzi e dei quartieri devono essere attentamente
verificate.
Pur valutando positivamente i criteri che vengono fi
per le case di riposo protette, dobbiamo però far 1
come gli articoli 13 e 14 della presente legge in mer
le ciazioni che perseguono finalità essi
sentino elementi che necessitano di
quanto i finanziamenti che vengono previsti ci pare deb-
bano essere attentamente valutati.
In conclusione vogliamo dire che il progetto di legge pur
affrontando alcune questioni in termini corretti,
ce ad alcune impostazioni nazior
biamo visto hanno tarpato le ali a qualsiasi iniziativa ir
novativa a livello regionale, permane un certo rapporto
poco chiaro con l'intervento privato, non si sono ancora
date risposte che sono a monte di questo ed altri progetti
di legge nel campo dell'assistenza e cioè l'effettiva apa-
dei consorzi socio-sanitari a far fronte a questi impe-
gni, il ruolo degli enti ospedalieri è ancora preminente,
nonostante si vada verso altre realtà istituzionali, la par
tecipazione degli operatori e dei cittadini nelle scelte è
sempre più mediata e filtrata dai partiti e non vi è spazio
per una partecipazione diretta.
Sono tutte questioni che assommate alle valutazioni so-
pra indicate ci hanno indotto a esprimere un voto di
astensione sul progetto di legge.
114
Il piano sanitario regi ò
Tano stiano regionale è stato senza dubbio l'atto le
gis più importante, nell'ambito della sanità o,
to dalla nostra Region toinun e
L egione. Uscitc 2.
g o a fase politica ancora
t SIE
SE usa © dalle maggioranza governativa di unità na-
ra : pià iniziava a scricchiolare, esso risente inevi
te di quel clima politico; ci pare, anche alla luce
RADI FRESE x
det fatti succ ivi, che il commento che facemmo allora
ento che fa Il
sia ancora estremamente valido. S 5
116
PIANO SANITARIO REGIONALE:
SI RAZIONALIZZA MA NON SI CAMBIA
(dicembre:1978) =
E così nell’indifferenza pressochè generale, dopo due an-
ni di rinvii, il consiglio regionale ha approvato la legge di
piano sanitario con i voti favorevoli di PCI - PSI - PRI e la
benevola astensione della DC che ne ha condizionato il
contenuto anche attraverso la presentazione di numerosi
emendamenti.
Ciò che ci appare grave è che questo ritardo nell’approv,
zione della legge e i due anni trascorsi dalla prima pre
sentazione delle linee direttive del piano, non sono serv iti
ad aprire quel vasto dibattito di massa necessario per
coinvolgere in scelte così importanti intanto gli operatori
della sanità e inoltre altre strutture di base quale i quar-
tieri, i consigli di fabbrica, ecc. Il dibattito è rimasto
chiuso all’interno delle mura del consiglio regionale, tut-
talpiù con qualche incontro con le segreterie regionali
delle confederazioni sindacali o con «esperti» della medi-
cina, professori universitari e così via. E così (anche gra-
zie alla sostanziale passività del sindacato) pochi, anche
nel settore sanitario, hanno avuto la possibilità di cono-
scere, discutere e contare qualcosa nella definizione di
questo'piano..Il frutto di queste lavoro di vertice, di que-
sto dosaggio per non colpire le notevoli suscettibilità pre-
senti nel mondo sanitario, ha determinato la formazione
di un piano di mera razionalizzazione {attraverso le fusio-
ni e le incorporazioni degli enti ospedalieri) che non sc
glie affatto alcuni nodi principali quali il ruolo dei con-
sorzi, il loro rapporto con le amministraizoni ospedalie-
l’organizzazione del lavoro, il ruolo della medicina
privata, la questione della spesa sanitaria e questo solo
per citare alcune delle questioni più grosse che rimango-
no insolute.
Un rigido contenimento della spesa sanitaria,
ma non la lotta agli sprechi
Ad esempio il piano ha tra i primi articoli (art. 2) l’obietti-
vo di un rigido contenimento della spesa sanitaria che,
dal momento in cui non si parla nè di diver
dell'acquisto delle attrezzature sanitarie nè di una produ-
zione diversa dei farmaci, nè di un uso diverso delle Afm
per quello che riguarda l’uso dei farmaci ecc ignifica in
realtà un collegamento con la linea che da tempo la Re-
gione ha del blocco delle assunzioni nelle strutture socia-
li, di una concezione della mobilità (art. 27 e 34) che la-
scia largo spazio di interpretazione alle amministrazioni
ospedaliere con grossi pericoli per gli interessi dei lavo-
ratori e significa anche un rendere del tutto vuota l’affer-
mazione del piano secondo cui il piano stesso poggia le
proprie basi nell'azione dei consorzi socio-sanitari.
sa gestione
La realtà dei consorzi socio-sanitari
e dei comprensori
Tra l’altro questi ultimi dopo una brev stagione di vitali-
tà, svuotati di ogni potere, soffocata la partecipazione dei
cittadini attraverso la delega ai vari esperti politici, con
un rapporto subordinato e spesso inesistente con le am-
ministrazioni ospedaliere, sono divenuti di fatto grossi
carrozzoni burocratici, che svolgono tuttalpiù una nor-
male routine ambulatoriale. Vi è poi l'affidamento in sè
giusto ai comprensori della formazione dei piani sanitari
dei comprensori medesimi, ma con una situazione di
comprensori stessi che oltre ad essere asfittici dal punto
di vista di organici, attrezzature ecc. lo sono molto di più
dal punto di vista politico proprio per la loro natura ibri-
da, in mancanza di un non scioglimento del nodo dell’en-
te intermedio e della funzione ormai anacronistica degli
enti provinciali.
Ma la cosa più sconcertante è il pensare, come hanno pro-
pagandato PCI e PSI, di avere realizzato una legge che in-
nova grandemente il settore sanitario nella nostra regio-
ne; sconcertante soprattutto perchè senza cambiare pro-
fondamente certe concezioni dell’organizzazione del la-
voro e lasciando spazio alle case di cura private (che ven-
sono considerate nel piano integrative al IR pebbI
c i iuntive Cc empo -
3 3 e aggiuntive come da tempo n
co e non semplicemente agg come d Di
chiediamo) non si può davvero pensare di cambiare ì
o di fare sanità. : da e
ra i consorzi sono imbelli di fronte ai I a
(es. inquinamento e degrado ambientale) che si ve a
(o) quando ad es. nel contempo cena per) SOG
i zoli un futuro di SpA (cosa pol. nu
ortopediche Rizzoli ur o aa
aio '80 c stra astensione) con ssio
nel febbraio ’80 con la nos ono Con BIT
i privati si può certo sbandierare cor
ne di privati, non si può o ad I
i che affronta tali temi in questo 5
vo un piano che affron i pre È
rà es na istanza debole co i
Come potrà ad esempio ur letale
i sinora avulsa dai problemi ospedalie
sorzio, o sinora avulsa oblemi ospedali AS
comprensorio, dirimere questioni che si ver Roo
re tra grossi enti ospedalieri all'atto della oca Di .
Basterebbe fare alcuni esempi, tipo il Sant'Orsola
Malpighi a Bologna.
Il rapporto con l’Università
K Lt Sea
Era necessario allora dire di più e meglio nel pi RA
prattutto definire con maggiore precisione i
dell'università in questo ambito. So PRERSTE
Ma se ciò non è stato fatto è perchè a = dibe 2A
pesi ESTE cera aan rap
i esse i dire teressati si è preferito 1 P
coinvolgesse i diretti in $ SIRAZI
: cattedratici e con le singole amministrazioni os
con i cattedratici e con le singole nn DL
iere, taglie COSÌ ri per l'ennesima a
daliere, tagliando così fuor nni
ì -esto è significativo che ad esempio la legge s
tori. Del resto è significa i ; ; sn)
ichiatria regionale, fu discussa in un conveg
la psichiatria regionale, fu dis NI UnICOnNeEno nos
blico a Bologna, alcuni giorni dopo che era già stata ap
in consiglio regionale.
rovata in consiglio reg [ I ì TALI
Menca quindi un discorso chiaro 2% apporto pepedal e
È i he TZ svolgere
itorio e S rerso ruolo che dovranno svolge e
territorio e sul diverso r che rann CE
amministrazioni o Sep: sur es
è sì come Ss stione della tutela della materi ,
tà; così come sulla ques È i es
l'i ic ’età evolutiva (art. 16) non si S
dell'infanzia e dell'età evo t SA
E ande poste in questi mesì | o
sta adeguata alle dom ( a
vazione della legge sull'aborto) dalle donne, in ter-
l'approvazione della legge s E COnDG ISE
cai potenziamento della rete e e ne co S
aggiornamento per il personale aperti ali SANA LE
Si parla invece di aprire un centro per provincia A oa
fidare i compiti di cui sopra; ma ciò in mancanza € e
qualsiasi discorso sugli organici che non ci sono, sul
119
si di riqualificazione che non si mettono in piedi a una ri-
valutazione e a una ripresa dei gruppi famiglia, di cui
non si dice più nulla.
La questione degli ambiti territoriali
Infine alcune osservazioni sugli ambiti territoriali; è cer-
tamente vero che un discorso necessario nella nostra re-
gione era anche una razionalizzazione della rete assisten-
ziale e ciò è in parte previsto con le fusioni degli enti
ospedalieri e la definizione di nuovi ambiti territoriali;
su di ciò si è aperta una polemica tra le forze politiche,
che appare il più delle volte slegata da quelli che sono i
bisogni delle masse; cioè ci si è limitati a sentire i pareri
dei comuni interessati (es. Calderara di Reno, Anzola
Emilia, Granarolo) senza sentire gli operatori di quei con-
sorzi e la cittadinanza. Ebbene su di ciò noi diciamo sem-
plicemente che questo modo di procedere non ci piace e
che quindi non ci schiereremo per questa o per quella so-
luzione, in assenza di un dibattito reale tra la gente, ma
certamente possiamo dire che saremo contrari a che in
futuro qualcuno pensasse alla creazione di maxi consorzi
socio-sanitari, che snaturerebbero il discorso del decen-
tramento e della territorializzazione e che fatalmente av-
vantaggerebbe le grosse città a scapito dei piccoli centri,
accentuando quegli squilibri tra città, campagna e mon-
tagna, che a parole, tutti dicono di voler superare.
Il nostro orientamento è quindi nel complesso negativo,
in quanto nel piano si punta ad una razionalizzazione at-
tuata con un verticismo notevole (anche la creazione di
un comitato tecnico consultivo art. 12 crea in noi nume-
rose perplessità) e per le mediazioni con la DC, tesa a sal-
vaguardare gli interessi privati, e con un rapporto tutto
diplomatico e subalterno con l'università.
Per questo continuiamo a criticare il modo col quale nel
consiglio regionale si è giunti a questa discussione; di qui
il nostro impegno, a una lotta che modifichi questi orien-
tamenti negativi, che mutuati dalle scelte nazionali, si ca-
lano ora anche nella nostra regi
Si tratta di aprire quel dibattito e quella lotta di massa
che purtroppo procede a balzi sui problemi della difesa
della salute, ma che proprio per la sua importanza rima-
ne uno dei terreni fondamentali per battere la specula-
120
e delle società multinazionali e la gerar-
zione dei privati 1 zionali SEGRE
COZZA li interessi dei gruppi di po
chizzazione degli ospedali e g
Nimes di Novembre e Dicembre del IE EE
regionale ha discusso due importanti I gi De o
nitario e assistenziale. Una 1 uardante su e ad e
dini handicappati e l'altra quella sull or a *
Unità Sanitarie Locali così come disposto da a legg
zionale 833 del 1978 sulla riforma Soa
Si è trattato in entrambi i casi di una iscu Si
ha posto in evidenza le concess i
scelte nazionali in
mpegnata, che
Das >
he rispetto a scelte
esempio fatte dalla nostra regione all
questo campo, con arretramenti ance
eccedenti della stessa regione. i, ì 308
PEA mo -so in entrambi i casi a evitare,
Il nostro intervento ha teso in entra nb A
»] caso della legge sugli handicappati, un ta du
For ali per quanto riguarda la leg
mente assistenzialistico e SI
istitutiva delle USL, a tentare di ou ce ni
coinvolgimento dei cittadini per far sì ca o era
i stessi »r contare nella gestione delle ;
ni stessi a poter contare 8g SCRICANSO sei
sto secondo caso abbiamo presentato alcuni nta È
ti, d lc 'artici sce: 9, alcur e
i, di cui parlere nell'articolo successivo, i
ti, di cui parleremo 1 artic succes: a o
uali Sion accolti e di qui, pùr criticando l Spi o,
ne di fondo della legge, le ragioni del nostro voto di aste
sione.
=" — =C‘lIEE..
La posizione sulla legge
regionale che istituisce le USL
(Unità Sanitarie Locali)
RR azio ELE
È ana delle Unità Sanitarie Locali giunge in
ga ca o certamente non elevato della lotta per la sa
stro paese, nonostante esis i i
lufe:nel'no paese, nor esista oggi la necessità
a di intensificare l'impegno in un settore che ser
re di più si rivela inadegu ai iti affi
i adeguato ai compiti che gli s i
DI di pila nica nadesuzioni piti che gli sono affi-
a ue senso proprio riprendendo lo spiritolcol
a spo intese e USL da quel vasto movimento di
gini ani sviluppatosi negli anni scorsi, che ve-
ie a per sfuggire al centralismo, al
sua ai dra egli ospedali e alla loro gerachizzazione
efficace strumento per ris re a livello di
come e solvere a livello di ter.
ritorio numerosi fi i 7 COCA IcTip
si problemi per la s > dei i
p p i per la salute dei lavoratori e
É
lei cittadini in generale i
Sn ci Sere: ale (proprio perchè è a livello del ter-
SR sd sviluppano e si determinano le cause delle
Iena ISS g ati di handicaps), ci pare di poter afferma-
ai ar a con la quale è partita la relazione in-
OI a di questa legge, e cioè una valutazione positiva
a lege STE : ta S ;
c TR Sa conseguenza di una serie di leggi fatte
a ‘egionale, non ci trova consenzi i (See
CR ai ’ ‘a consenzienti pri %
chè lo spir alla 833 e A PIOPLO:PER
Co LEO de a 833 ed anche di varie leggi cegionali è
ESE O) iettivi espressi in questi anni dalle lotte
Si SA le: di cui vi è ben poca traccia nella legge 833.
1976 con E a) ivo neigne di tendenza iniziata nel
e logiche delle larghe intese e dell’ ‘aloni
asta g ese e dell'unità nazio-
D ‘ el campo della sanità ha i
paso no) Melscari a sanità hanno dato i lor
TA RE regione, con un progressivo “prisma
alle ss a ; : SAZESo È et
CIN poss nazionali, un impoverimento della
Soa E e sorta con la formazione dei consorzi
socio-sa ri e un arretramer iz SER
sione ento sul piano della parteci-
Poco 0 asiè fe
one è fatto per contrastare lo strapotere delle
Da 2 CE e prova ne è il ruolo del tutto
arginale delle AFM che in poco si dis
ari € o si discostano dalle far.
macie private e dell’aff DE Ricloe
a ER tale e dell affiancamento della nostra REzioNe
n a per quello che riguarda il ticket
£ d È vedi legge regi e l'assis 7
DR CONICO) gge regionale sull'assistenza far-
iguarda la partecipazione che viene
o regionale, e che viene richia-
mata anche nella relazione illustrativa di questa legge, in
particolare là dove si parla della formazione dei piani
comprensoriali, c'è da rilevare come questi piani venga-
no formati quasi in segreto senza sentire quasi mai l'opi-
nione degli operatori del settore, per poi non parlare di
assemblee pubbliche nelle quali i cittadini possano espri-
mere il loro parere e portare il loro contributo.
La progressiva e continua istituzionalizzazione e partiti
cizzazione del confronto a livello delle strutture consorti
i è del resto dimostrata da molti esempi, basti per tutti
effettiva marginalità nella quale è stato confinato il mo-
vimento delle donne nella gestione dei consultori. E que-
sta idea ristretta della democrazia, secondo la quale tutta
a vita sociale del nostro paese deve essere filtrata e di-
retta dai partiti per avere un qualche peso, viene ricon-
‘ermata in questa legge quando rigidamente si prevede
che i componenti delle assemblee USL debbano essere so-
o consiglieri comunali o circoscriziali, il che è riduttivo
non solo per le ragioni sopra esposte, ma anche dal punto
di vista tecnico; non ci pare
» che siano poi così tanti i con-
siglieri comunali che si interessano e seguono questi pro-
lemi.
A questa esclusione di altri cittadini si è cercato di rime-
diare con l’art. 11 della legge, nel quale per il comitato di
gestione delle USL si prevede la possibilità di nominare
esperti anche al di fuori dei consiglieri comunali, con vo-
to consultivo, ma ciò a noi non solo appare anacronistico,
dal momento che esiste un’ clusione poi nelle assem-
blee, ma anche la riproposizione del solito esperto «neu-
tro» (che poi quasi mai è neutro, ma appartiene a un'area
politica ben precisa) che è ormai consuetudine mettere in
ogni comitato, sottocomitato, ecc. che la Regione forma
per le più svariate materie.
Anche qui ribadiamo che non
zione che noi propugnamo e €
non è la fagocitazione dell'espert
cipazione degli utenti e che, es
blee, è certo che questa non sar
In questo senso avevamo presentato un
che consentisse che nella formazione delle assemblee del-
le USL un quinto almeno dei componenti fosse lasciato a
cittadini non consig ircoscrizionali;
Per quello poi che r
sempre decantata a live
è questo il tipo di partecipa-
he ciò di cui vi è bisogno
o, ma un'effettiva parte-
cludendoli dalle assem-
favorita.
emendamento
lieri comunali, nè cii
emendamento che è stato respinto proprio in ossequio a
quelle concezioni della partecipazione di cui abbiamo
parlato prima.
La legge inoltre registrava un altro arretramento per
quel che riguarda la forma-icne di un'unica USL per il
territorio della città di Bo!cgna e dei comuni di Anzola
Emilia, Granarolo e Calderara di Reno, andando così alla
creazione di una maxi strutti:ra contro la quale ci siamo
sempre battuti e che contribuimmo a non far passare
quando furono definiti gli arabiti territoriali delle USL,
che appunto prevedevano tre ambiti per Bologna e comu-
ni limitrofi; da qui il nostro voto favorevole in quella cir-
costanza e le ragioni, in questo caso, di un nostro emen-
damento che proponeva di aitenersi a quelle decisioni.
Dobbiamo sottolineare come un fatto positivo che, dopo
diverse riunioni fra i vari gruppi consiliari e la Giunta,
tale emendamento sia stato sostanzialmente accolto, evi-
tando così di compiere una scelta che sarebbe stata
senz'altro piena di negative conseguenze. Altro emenda-
mento da noi presentato e che è stato accolto, è quello ri-
guardante la necessità di articolare anche a livello delle
USL l'intervento per l'interruzione della gravidanza, così
come da tempo va richiedendo il movimento delle donne;
ora a noi pare che l’aver inserito tale possibilità in questa
legge non sia di per sè decisivo per far sì che questa pos-
sibilità venga effettivamente realizzata, ma crediamo
possa rappresentare un indubbio aiuto nella lotta in atto
in questo campo.
Altri rilievi ancora abbiamo avanzato e riguardano l’or-
ganizzazione dei servizi, dove si ripropone una gerarchi
piramidale di tipo ospedaliero con nomine di coordinato-
ri fatte in modo che certamente non garantiscono la col-
ialità della direzione dei servizi.
i tratta quindi di una legge importante e che, pur dove-
rosa e giusta in quanto va a definire la costituzione delle
USL, per le quali ci siamo sempre battuti, registra una
impostazione negativa sul piano della partecipazione,
della gestione e dell'effettiva funzionalità del servizio.
Del resto la posizione che in questo settore abbiamo volu-
to sempre tenere, tenendo anche conto del particolare
momento che stiamo attraversando nel campo della sani-
tà, non è certo mai stata di contrapposizione con le scelte
della Giunta, e lo abbiamo dimostrato anche col voto fa-
vorevole sugli ambiti territoriali delle USL; ma coerente-
124
rr F_r&@
empre assunte dal nostro gruppo,
li arretramenti di questa legge,
damenti di migliorarne il testo
dificare alcuni punti, come ab-
biamo cercato di spiegare in questo ao aiar
to con queste considerazioni che SENO che 200 si
astensione espresso dal compagno Coniglio Sal ato p
namente rispondente alla necessità del momento.
mente con le posizioni s
abbiamo sottolineato g
cercando con nostri emen
e in parte riuscendo a mo
Una legge a favore
dei cittadini handicappati
Le ragioni del voto di astensione
Una legge a favore dei cittadini portatori di handicaps è
stata approvata nelle scorse settimane dal consiglio re-
gionale. Si tratta di una legge che affronta un grave pro-
blema sociale sempre trascurato, non solo a livello della
legislazione nazionale, ma soprattutto negli interventi
concreti che ogni giorno le istituzioni compiono.
Anche in questo caso vale il discorso che già altre volte
abbiamo fatto sul ruolo di emarginazione nel quale sono
confinati tutti coloro che non sono più immediatamente
produttivi per la società e per la assoluta mancanza di
iniziative a livello nazionale, ma anche a livello locale, in
tema di barriere architettoniche, che rendono di difficile
attuazione l'inserimento del cittadino handicappato.
La legge approvata può senz'altro essere classificata co-
me una legge di stampo prettamente assistenzialistico,
essa subisce infatti il riflesso negativo delle proposte
contenute in una proposta di legge del gruppo della DC,
dove il ruolo assistenziale della regione veniva ulterior-
mente accentuato, con ampi spazi all'iniziativa privata,
che sappiamo essere assai agguerrita nel campo dell'a
stenza agli anziani e agli handicappati; anche se spe
con fini di lucro e non già di servizio. La legge infatti
stanzia alcuni miliardi per consentire l'inserimento degli
handicappati nei luoghi di lavoro e certo non è cosa di po-
co conto, ma si tratta pur sempre di un aspetto limitativo
della questione.
Ciò di cui vi sarebbe bisogno, è lo-abbiamo sottolineato
nell'intervento svolto in consiglio dal compagno Coniglio,
è un intervento teso a sviluppare i servizi di riabilitazio-
ne e di assistenza domiciliare tanto carenti oggi e che so-
no la premessa necessaria per un ruolo meno ghettizzato
dell’handicappato nella vita di ogni giorno. Del resto que-
ste mancanze sono evidenziate dall'attività di ogni giorno
dei consorzi socio-sanitari, incapaci di far fronte non solo
all'assistenza agli handicappati, ma anche a quella degli
anziani, come abbiamo sottolineato nella discussione che
vi fu in consiglio sulla legge a favore degli anziani. Inter-
venti quindi parziali e permeati di un forte spirito assi-
126
is sizioni espresse
stenzialistico e troppo spostati Sulle posizione SES
dalla DC, ed è proprio per queste Fagioni Cc ca
1 i avorevole su una S
s re un voto favorevole su u
mo potuto esprime ol ea
ri re ro essere le più ampie converg
nella quale vi dovrebber xe RE
e e di sini ; ma pur afferman h
ze tra le forze di sinistra; and: :
SS che questo provvedimento sana una lacuna nella no
stra legislazione region
voto di astensione. i x x DN
Eicrito a questo problema rimandiamo anche al pro
setto di legge sull’eliminazione delle Danticro architetto-
niche presentata dal nostro gruppo il 28/2/80.
ale, e da qui le ragioni del nostro
INTERVENTO SULL’ATTUAZIONE
DELLE DIRETTIVE C.E.E.
IN AGRICOLTURA
25 Maggio 1976
Carlo Coniglio - pdup
Signor presidente, colleg
nell’esprimere il giudizio su
sulla attuazione delle direttive
delle scelte in cui si collocano le direttive GEE:e
statale di attuazione, non si può non fare riferimento
situazione attuale per quello che si riferisce alla c
profonda non solo dell’ag coltura italiana ma alla crisi
più complessiva del paese, caratterizzata dalla diminu-
zione netta della produzione industriale, da alti livelli di
disoccupazione, da una inflazione che si mantiene note-
volissima, da una forte accentuazione degli squilibri zo-
nali e settoriali
È vero quanto ttolinea nella relazione, che le previ-
sioni fatte in passato sull'Europa, come capace di reperi-
re a basso prezzo prodotti agricoli sul mercato mondiale,
puntando allo sviluppo industriale sono state smentite
dai fatti. Oggi c'è penuria di prodotti gricoli alimentari,
notevole in certi settori, e c'è una grave, per quanto
ci riguarda, della bilancia alimentare; mentre vasta è la
crisi in diversi paesi, fra cui il nostro, in campo industria-
le per le scelte di sviluppo che ci sono state, con dati g
vissimi di disoccupazione, e di ritorno degli emigranti. In
tale quadro ritenere, come ha detto per esempio il rap-
presentante della DC Felicori, che le direttive mantengo
no la loro validità, che esse devono essere attuate con I
ferimento alla imprenditorialità, cioè alla selettività e
quindi alla economicità di impresa, con c i di forte
esclusione e marginalizzazione delle aziende più deboli,
| considerando ogni intervento pubblico o di nuove strut-
ture o gestioni in a, oltura come collettivismo deterio-
re e al limite autoritario, mi pare estremamente grave.
Privilegiati i forti a danno dei deboli
Secondo tale linea che critica le scelte, del resto ampia:
mente condizionate dalle direttive CEE dal progetto re-
gionale, il disegno diventerebbe quello di una esclusione
dall’agricoltura di diverse altre migliaia di addetti gettati
in un mercato, del lavoro ricco di disoccupati per la crisi
degli altri settori e per le ristrutturazioni di massa in at-
to, con riflessi sociali ‘e politici gravi per lo stesso potere
sindacale e democratico, con situazioni gestibili in un
quadro certamente pieno di rischi autoritari.
Noi come partito di unità proletaria siamo convinti che,
nel quadro di crisi profonda del processo d’integrazione
capitalistico e delle scelte portate avanti dal capitalismo
europeo, il dato della politica agricola CEE sia un esem-
pio notevole di come la tendenza sia sempre quella di pri-
vilegiare i forti a danno dei deboli, di emarginare per
quanto riguarda l'Italia, la nostra agricoltura e la nostra
realtà. Per cui riteniamo giunto il momento di una lotta a
fondo contro le scelte fatte dalla comunità economica eu-
ropea a livello generale e in particolare in campo agrico-
lo; crediamo giunto il momento di una negoziazione nuo-
va delle scelte e delle politiche a livello europeo nel qua-
dro della avanzata di una alternativa di direzione econo-
mica e politica in vari paesi e nella stessa Europa.
Il nodo dell'agricoltura è per noi italiani fondamentale in
quanto siamo i più colpiti dalla politica agricola comune.
Nel periodo 1964-1972 agli interventi sulle strutture è
stato riservato in nove anni una somma pari alla metà di
quella spesa in un solo anno per il sostegno dei prezzi:
questo ha determinato un allargamento della forbice fra
le regioni ricche e quelle povere, tra agricoltura e indu-
stria.
Accentuato in agricoltura
il processo di capitalizzazione
Il nostro paese ha accentuato il processo di capitalizza-
zione in agricoltura, con espulsione delle aziende deboli,
abbandono e malcoltivazione di un numero altissimo di
ettari. E il dato può riferirsi anche alla agricoltura emi-
liana: infatti dalle tendenze di ristrutturazione che si ri-
130
cavano dal raffronto fra gli ultimi due censimenti si di-
mostra come vi sia questa caratterizzazione anche in
Emilia-Romagna ove si è avuta una diminuzione del nu-
mero delle aziende pari al 17 per cento, della superficie
pari al 6 per cento. Esaminando in dettaglio questi due
dati si ha chiaro il processo di concentrazione della su-
perficie in quelle aziende con oltre 50 ettari; queste sono
aumentate sia nel numero che in superficie.
Questo fenomeno di concentrazione capitalista varia di
intensità a seconda delle zone. La montagna € la collina
sono quelle più colpite; la diminuzione numerica è pari al
23 per cento. Dei 295.800 ettari liberi ben 176.300 sono re-
cuperati da aziende di ampiezza maggiore secondo i se-
guenti criteri zonali, in pianura il 79 per cento della su-
perficie liberata è recuperata dalle aziende con oltre 20
ettari, in collina il 58 per cento delle aziende con oltre 50
ettari, ed in montagna il 21 per cento di quelle con più di
100 ettari.
Da questi dati si vede come la terra liberata dalla crisi
delle piccole aziende in pianura ed in collina dove più si
adatta una «economica gestione aziendale» il terreno
venga recuperato dalle aziende così dette vitali; in monta-
gna il recupero è stato minimo e di fatto si è avuto l’ab-
bandono della terra e il conseguente depauperamento
idrogeologico. Questo ridimensionamento dell'azienda
ha avuto come ripercussione una variazione sulla desti-
nazione a cultura della superficie agraria; in particolare
si sono avute perdite pesanti nei settori foraggeri, ortag-
gi, e prato pascolo che calano di oltre il 30 per cento.
L'anello di congiunzione
tra sfruttamento rurale e urbano
I cereali hanno subito perdite lievi in quanto è possibile
la meccanizzazione integrale. Le colture arboree sono au-
mentate solo nelle aziende comprese fra i 20e 50 ettari.
Per quanto riguarda la zootecnia il dato che maggiormen-
te colpisce, oltre a quelli già noti e di pubblico dominio, è
quello che ci dice la diminuzione dei capi bovini in Emilia
che in termini relativi è di gran lunga superiore ai dati
nazionali: 71 per cento nazionale contro il 92 per cento.
Da questi pochi dati è già possibile trarre alcune conside-
razioni. La prima è che in Emilia, come del resto in tutta
Italia, vi è stato un processo intensivo di concentrazoine
capitalista che può essere riassunto così: ridimensiona-
mento aziendale e crescente intensità dicapitali immessi
per un minore impiego di mano d'opera; questo processo
si è potuto ottenere soprattutto in Emilia ma anche nel
resto d’Italia grazie alla crisi in cui versa l'azienda conta-
dina di tipo precario.
È in una situazione di questo tipo, in cui è presente il fe-
nomeno del part-time, dell’invecchiamento delle forze la-
voro e di fuga dalle campagne che va ricercato l'anello di
- giunzione fra lo sfruttamento rurale e quello urbano.
Questo è un fenomeno estremamente grave che verrà ac-
centuato con l'applicazione delle direttive CEE.
In Emilia-Romagna ci sono 198 mila aziende; di queste,
stando alle cifre ufficiali, 83.000 sono da considerare
marginali e quindi necessitano per il loro sostentamento
di attività extra aziendale. Secondo altre fonti la cifra sa-
rebbe molto superiore e più aderente alla realtà e le
aziende da considerare marginali sarebbero il 40-45 per
cento e possiamo presumere che buona parte di esse sia-
no interessate al part-time. .
Ciò significa che coloro che fanno il part-time per neces-
sità sono doppiamente sfruttati, prima con il lavoro
aziendale, poi con quello extra aziendale.
L'azienda contadina
in gravissime difficoltà
Questo si verifica soprattutto in una struttura produttiva
quale è quella emiliana, caratterizzata da fasce periferi-
‘che di artigianato, piccola e media industria che impiega-
no, sfruttano e necessitano di questo tipo di mano d’ope-
ra. Questo fenomeno porta anche ad una incentivazione
del lavoro precario e di quello a domicilio. Nell'ultimo
decennio, per essere più chiari, lo sviluppo industriale,
artigianale e terziario nella nostra regione è avvenuto in
forma estensiva: le aziende artigiane ed il lavoro a domi-
cilio con la formazione di cinture piccolo-industriali nei
comuni periferici hanno creato e continuano ad aggrava-
re il problema di marginalizzazione e proletarizzazione
dei contadini.
132
L'esodo che a questo processo consegue è di tipo pendola-
re, si ha l’operaia con un piede nell'industria e uno in
campagna, il contadino bracciante e la lavorante a domi-
cilio. Si è creata così quella figura di lavoratore ideale
della pubblicistica corrente, ma che in realtà rappresen-
ta l'anello di congiuzione fra lo sfruttamento rurale e
quello urbano, che viene mascherato dalla cosiddetta «in-
tegrazione città-campagna».
L'acuirsi della crisi cronica agricola ha scatenato la cor-
sa all’associazionismo come ipotesi di soluzione al deficit
della bilancia alimentare. Ma su queste forme di associa-
zionismo sarebbe opportuno diffondersi; io credo che
non sia questa la sede, anche se su tali problemi dovremo
quanto prima arrivare ad un dibattito preciso.
Questo quindi per quanto riguarda l'Emilia. Per quanto
riguarda la situazione più generale, riferendosi al perio-
do 1960-70 abbiamo che la superficie utile è sensibilmen-
te diminuita (— 6 per cento). Il numero degli occupati è
diminuito del 41 per cento e oggi sono circa 3 milioni e
mezzo. Su 3 milioni e 600 mila aziende il 76 per cento
hanno ampiezza non superiore a 5 ettari ed occupanò il
7-18 per cento della superficie agraria, ma in esse lavor-
no i 2/3 dei 3 milioni e mezzo di occupati. Con la linea del-
a forte selettività ed economicità di impresa la margina-
izzazione e la espulsione per moltissime di queste azien-
de è evidente. Abbiamo così un calo della produzione, di-
soccupazione, fatti sociali gravissimi con la necessità di
ripensare ad un processo di trasformazione dell’agricol-
tura, che, secondo noi, non può poggiare esclusivamente
sulla azienda contadina oggi in gravissime difficoltà, nè
su una agricoltura fatto privato di chi ci lavora, dando a
tutto il problema un taglio corporativo consono al tipo di
subalternità, che vi deve essere per certe forze, soprattut-
to per la DC, dell'agricoltura rispetto all'industria e alla
penetrazione finanziaria nel settore.
Occorrono forme nuove
di conduzione e gestione
Noi riteniamo che il problema dell’agricoltura debba es-
sere collocato in un disegno di trasformazione più com-
plessiva dell'economia del paese, e di esse devono farsene
133
— e = ==»
carico lo stato, le regioni, le rappresentanze elettive, le
forze sindacali e di massa, ma non solo quelle dei conta-
dini, anche quelle degli operai, degli altri lavoratori per-
chè l'agricoltura ritrovi un suo ruolo attivo, non subalter-
no rispetto all'industria e che sia foriera anche di nuovi
indirizzi in campo industriale.
E siccome c'è crisi di produzione in molti settori
agricolo-alimentari, crisi della bilancia alimentare che
ormai sta superando anche i dati del deficit petrolifero,
vi è disoccupazione, vanno visti gli opportuni interventi
per rimediare a tali fatti e le direttive CEE per quanto ri-
guarda i primi due aspetti dell’ammodernamento e
dell'esodo non rispondono alla crisi attuale come ho det-
to prima.
La crisi della piccola azienda contadina, le terre abban-
donate ed incolte, le terre pubbliche degli enti morali di-
sponibili dimostrano che è necessaria la ricerca di forme
nuove di conduzione e di gestione superando i vecchi con-
tratti agrari e nel quadro dei piani zonali portati avanti a
livello comprensoriale ed in cui l'intervento pubblico de-
ve muoversi sia sul piano della creazione delle infrastrut-
ture agricole, canalizzazioni, irrigazioni ma anche delle
infrastrutture sociali che sono urgenti per permettere
anche condizioni civili adeguate a chi oggi vuole lavorare
sulla terra.
Quindi è utile, ad esempio, che nelle zone i piani cultura-
li, li presentino tutte le aziende, non solo quelle che vo-
gliono adeguare l'azienda stessa, che vengano fatti pro-
mozonali dal comprensorio e piani di accorporamento di
aziende, con forme associative e cooperative anche a pro-
prietà divisa rispondendo a criteri più validi di gestione e
di conduzione a proprietà indivisa, che ha dato ottimi ri-
sultati proprio qui nella nostra terra. E che vengano af-
frontati quindi con forza facendosene carico sia i conta-
dini che la classe operaia, proprio per il fatto che tuttii
giorni si adoperano i prodotti alimentari, che aumentano
continuamente di prezzo, i nodi oltre che della produzio-
ne e del MEC, anche del costo dei mezzi tecnici, dei ferti-
lizzanti, mettendo quindi in discussione anche le scelte
industriali e il ruolo svolto nelle campagne dalla Feder-
consorzi. A questo riguardo la Federconsorzi era uno dei
nodi che dovevano essere sciolti dal centro sinistra; lo ab-
biamo invece vivo e vegeto sulle nostre spalle.
134
Anche l’agricoltura
ha bisogno dei giovani
I problemi di disoccupazione, i problemi delle scelte che
pure vengono avanti, ad esempio nella facoltà agraria, da
parte di studenti, di giovani diplomati e laureati possono,
a nostro parere, creando le condizioni civili valide, per-
mettere, ad esempio, una prospettiva di occupazione dei
giovani nell’agricoltura attraverso la costruzione di coo-
perative di gestione sulle terre incolte e malcoltivate, non
smobilitando in maniera abnorme e senza regolamenta-
zione il patrimonio agrario pubblico, ma cercando di
coordinarlo, di gestirlo con fini di programmazione e con
risultati economici e sociali che possono essere validi.
Io credo che noi qui rileviamo non solo a livello locale
una delle lacune più grosse; cioè di fronte ad un dato di
fondo di disoccupazione giovanile vi è il fatto che non si
riesce ancora a formulare una proposta adeguata di oc-
cupazione per i giovani nell’agricoltura che pure è un set-
tore che da parte di tutti si riconosce come settore che de-
ve essere rilanciato anche per bloccare quello che è l’alto
deficit alimentare della nostra bilancia.
Solo in tal modo penso si potrà arrivare ad una soluzione,
ad una fuoriuscita in positivo dalla crisi attuale ed è chia-
ro che per uscire in positivo occorre mutare il sistema
con cui si è andati avanti fino ad oggi. Allora l'intervento
regionale limitato in tale caso dalle direttive CEE e da
una legge nazionale che non è certamente solo di princi-
pio, deve tradursi in provvedimenti che affrontano i nodi
detti sopra; non ci si può limitare, l'abbiamo già detto
nella discussione sul bilancio e in altre occasioni, da par-
te della regione a muoversi solo nell’ambito dell’attuazio-
ne delle direttive della CEE, occorre ripensare ad una po-
litica di intervento agricolo che sia capace di dare rispo-
sta ai problemi che oggi abbiamo, delle nuove produzioni
e soprattutto dei problemi dell'occupazione.
Un ruolo dei comprensori
che non sia solo istituzionale
Per quanto si riferisce al progetto regionale, osservato
che si muove strettamente nel quadro di scelte che non
135
condividiamo, si è cercato all’inizio di fare uno sforzo per
fuoriuscire in qualche modo dalle strettoie poste dalle di-
rettive e dalle legge nazionale e quindi per cercare di con-
tenere quelle tragiche conseguenze che ne deriverebbero
applicando le direttive con 7 criteri selettivi richiesi ad
esempio nell'intervento fatto dalla DC. Noi riteniamo pe-
rò che nel dibattito in commissione si sia arretrato da
questo tentativo, si è fatto un passo indietro per quanto
riguarda questi aspetti e soprattutto per l'attacco che è
venuto alla giunta dalla Dc. S
Io credo che nel prosieguo di discussione e nella discus-
sione degli emendamenti sarà opportuno soffermarci con
maggiore attenzione su queste questioni. Alcune questio-
ni noi vorremmo sottolineare che possono essere la base
per un dibattito e una mobilitazione nuova che dal basso
ci permetta anche di superare, di contenere e di battere
le tragiche conseguenze dell’applicazione delle direttive
CEE.
Un discorso è quello relativo al ruolo dei comprensori e
soprattutto alla formulazione dei piani zonali. Io credo
che i comprensori possano essere il momento non solo
istituzionale, ma anche di mobilitazione e di elaborazio-
ne, di piani in agricoltura capaci di far diventare l'ag
coltura, le scelte da farsi in questo settore, patrimonio
non solo di coloro che ci lavorano cioè dei contadini, ma
di tutta la collettività e che possano essere mobilitati sul-
le scelte, sulle decisioni da prendere non solamente le or-
ganizzazioni professionali dei produtori ma di tutti i la-
voratori della terra, di tutti i lavoratori della città e delle
zone su cui il comprensorio opera € insiste.
Il respiro da dare alla
socio-informazione
Quindi io credo che questo sia l'elemento determinante
da tenere presente, senza rinchiudere viceversa tutto nel.
la logica corporativa, nella logica delle organizzazioni di
categoria così come vuole la Dc con i fini precisi che pri
ma sottolineavo. In questo senso quindi tutte le attività
relative alla formazione professionale, relativa alla socio-
informazione devono avere questo respiro; non devono
essere un aspetto corporativo, chiuso, ma devono avere
136
un momento forte di direzione, di organizzazione da par:
te della regione, da parte dei comprensori in ene
che la stessa formazione professionale sia collegata ai
piani di sviluppo e si saldi la scuola a quelli che devon
essere gli sbocchi occupazionali, che bisogna Coe x
costruire appunto con un dibattito e scelte comuni a li
vello della formazione professionale e a livello delle fi È
mazioni dei programmi di sviluppo. SIRO
Così sulla socio-informazione; questo è un compito mol
papontente e noi crediamo che anche su dieta son Ss
Cope andare a forme di autogestione esclusiva come
€ d crazia cristiana attraverso l'organizzazio-
ne di queste attività lasciate ai produttori e alle organi
zazioni professionali. Noi riteniamo, proprio DESES vo-
gliamo che l'agricoltura diventi un fatto di.tutti e non si
limitato in maniera corporativa, che anche questo dis ==
erica socio-informazione abbia un forte EIA
ratterizzazione pubblica regionale e comprensoriale e
ea orsnente rappresentativa degli interessi si
Ecollettiv ha ae en un’interazione che vi deve
‘a scelte che si fanno in agric ra e scelte che
carono essere portate avanti in fia SS,
no edo che in questo senso le linee del progetto
i legge che esce dalla commissione, dopo anche l’attace
che ne è venuto da parte della Dc, seguono del tutto le di
rettive CEE che noi riteniamo negative e che dev ‘ono x 3
re riviste profondamente per lo sviluppo non par
dell'agricoltura ma per lo sviluppo diverso e democrati Si
del nostro paese. In questo senso, quindi, tutto quello ne
prezremo a fare anche nella discussione degli SE
enti per poter creare le condizioni per NI e
mento dei limiti e dei dci i
ve comunitarie, oltre che invitare la giunta a darsi Sad
porre ue poncio che non si I orasIoHer
ettoie di queste direttive, noi cerchere di far
legando anche il nostro voto sul O ea Si Ci
tato che uscirà da tutta la discussione. Pe
Intervento sul progetto di legge
regionale su:
utilizzazione delle terre incolta
Signor presidente e colleghi, alcune brevi notazioni in
merito ad un progetto di legge di attuazione di una legge
nazionale che riveste indubbiamente una notevole impor-
tanza e che nella discussione ci ha posto di fronte alcune
questioni di fondo relativamente a problemi anche costi-
tuzionali in merito alla tutela o meno del diritto di pro-
prietà, problemi sollevati in particolare dal consigliere
Fiorini il quale dimentica sempre come nella nostra Co-
stituzione si parli di funzione sociale della proprietà
quando evidentemente questa funzione sociale non vi è. E
come su altri problemi (mi viene in mente adesso il pro-
blema della case tenute sfitte, sempre più di grossa attua-
lità e che ridiscuteremo a breve anche in questa sede),
così per quanto riguarda la proprietà abbandonata, as-
senteista in agricoltura nel caso si apra la possibilità di
una sua utilizzazione sociale su domande di persone, di
cooperative, di enti, di società, di privati, interessati a da-
re un ruolo ad un recupero della funzione produttiva, oc-
cupazionale, sociale, di equilibrio idrogeologico, ecc. di
queste terre, di fronte a un problema di questo genere rl-
teniamo si debba cercare di dare una risposta che, a livel-
lo nazionale, si è cominciata a dare con questa legge na-
zionale e che credo anche in tempi rapidi appunto si deb-
ba dare con l'attuazione della legge regionale. Io non cr
do si debbano contestare una serie di valutazioni fatte da
altre forze politiche sul perchè queste terre sono abban-
donate.
Il consigliere Fiorini ha detto che sono terre poco produt-
tive, che è inutile andare a fare uno sforzo in questa dire-
zione: qui si è verificato, evidentemente, un abbandono
che ha motivazioni economiche e ogni sforzo teso a que-
sto recupero sarebbe uno sforzo costoso e non favorevole
alla collettività. Io credo che noi qui dovremmo, evidente-
mente, analizzare il tipo di sviluppo che si è avuto nel no-
stro paese, non solo nell'ultimo trentennio, il tipo di eso-
do di massa che vi è stato dalle campagne alla città, l'illu-
sione che abbandonando il settore primario dell’econo-
mia e sviluppando un certo tipo di industrializzazione vi
138
fossero poi altri che pensavano ai nostri problemi ali-
mentari, di produzione agricola, di equilibrio idrogeolo-
gico; abbiamo visto come la lezione che si può trarre nel
paese e in altri è che l'abbandono del settore primario
dell'economia è un abbandono nocivo a tutto lo sviluppo
economico e sociale. Questo sappiamo benissimo in che
termini l'abbiamo pagato: in termini di importazioni e di
deficit della bilancia commerciale, l'abbiamo pagato in
termini di squilibrio, in termini culturali e di scasso cul-
turale. Se pensiamo il perchè questo esodo si è verificato:
abbandono delle campagne da parte delle giovani genera-
zioni contrarie a lavorare la terra per una mancanza di
strutture sociali, civili, le abitazioni, la scuola, tutti quei
servizi che nel nostro paese si è trascurato di sviluppare
nelle zone di campagna e di collina per concentrare, vice-
versa, lo sviluppo attorno alle grandi città e lo sviluppo
squilibrato anche dal punto di vista degli investimenti in-
dustriali. Quindi io credo che se oggi vi è, da parte di set-
tori anche giovanili, un reimpegno, certe volte anche in
termini di ritorno alla campagna che non conosce anche
quali problemi di sofferenza e di impegno richiede la col-
tivazione della terra e il lavoro agricolo, però se c'è que-
sto tipo di impegno che noi vediamo svilupparsi anche
con forza nella creazione di cooperative agricole e di im-
pegni di forze produttive che non hanno mai abbandona-
to l'agricoltura (pensiamo al movimento cooperativo, le
tradizioni che ha nelle nostre zone), che oggi vogliono al-
largare anche la possibilità di lavorare terreni che pre-
sentano prospettive di recupero produttivo, noi ritenia-
niamo che questo sforzo debba essere assecondato e deb-
ba essere assecondato proprio ridando una funzione so-
ciale alla proprietà e quindi senza nulla togliere anche ad
eventuali impegni di proprietari, che viceversa, persino
di potersi reimpegnare essi stessi in una forma organiz-
zata aziendale nel recupero e nella coltivazione di queste
terre.
Quindi, per quanto riguarda il fine sociale e politico que-
sta legge giunge già in ritardo, e direi che oggi va appro-
vata e va affrontata in termini tali da mettere in condizio-
ne al più presto queste forze, queste realtà che attendono
l'approvazione di questa legge di poter presentare le loro
domande di assegnazione, di poter mettere in moto il
meccanismo della legge stessa.
No, ma non solo dell’insieme dei parametri, ma anche del
tipo di gestione con cui deve avvenire questo, perchè lo
dicevo prima, spesse volte certe cooperative di giovani,
che non hanno esperienza e vogliono farsela in questa di-
rezione, sembra quasi che possano muoversi solamente
se incorporati in altre cooperative o se unificate in altri
processi, in altre strutture. E questo assumerebbe un sa-
pore così centralistico che non mi sembra valido e che
smorzerebbe anche il tipo di iniziativa che si muove in
questa direzione.
Vorrei concludere praticamente riferendomi al discorso
e alla critica che da parte di Truffelli è venuta al fatto che
il decentramento si attua sulle province. Qui Truffelli noi
ritorniamo a problemi che abbiamo visto per altri settori
e direi che il discorso più generale dell’articolazione del-
lo Stato e della riforma delle autonomie locali. Noi oggi
ci troviamo alla fine ormai prossima del secondo manda-
to regionale, non solo con la riforma della finanza locale
che non c'è, ma anche col problema ben noto dell'ente in-
termedio non sciolto a livello proprio di legislazione na-
zionale, e quindi con tutto quello che è stato fatto anche
da regioni, che pure su questo terreno si erano impegna-
te, che è messo praticamente in discussione da questo.
Allora io non sono certamente d'accordo sulla provincia
oggi così com'è, perchè sappiamo benissimo che realtà è
però di fronte ad un tipo di attuazione di una legge e del
problema della delega, di fronte ad una non precisazione
ancora della realtà dell'ente intermedio e di questo pro-
cesso di riforma, pur riconoscendo la validità che noi as-
segnamo ai comprensori, alle comunità montane, della
programmazione, dei piani zonali eccetera, non possia-
mò nemmeno non riconoscere che su questo problema e
dell'agricoltura e soprattutto anche delle terre incolte vi
sono province, tipo anche la provincia di Bologna, che so-
no anni che ci lavorano ed è ancora la struttura costitu-
zionale, cioè l'ente costituzionale che noi abbiamo.
Questo è il discorso. Anche me lascia parecchio perple
questa questione, perchè sappiamo benissimo che cos'è
la provincia, però devo dire anche che so cos'è il com-
prensorio oggi, per cui tra i due enti, diciamo, oggi se una
delega va assegnata va ancora assegnata alla provincia,
pur sapendo tutti i limiti che questo comporta.
Intervento sulla relazione sull’ERVET
Signor presidente, colleghi consiglieri, poche parole sul-
la relazione che è stata presentata dall'assessore Righi e
sulla relazione prevista per il 1976 dell'ERVET. =
Credo ci sia un certo disagio manifesto espresso dai col-
leghi che mi hanno preceduto nell'affrontare la proble-
matica dell’ERVET; un disagio che dipende da vari aspet-
ti, primo dei quali, mi pare, e questa è la prima osserva-
zione che si può fare, è che noi ci troviamo a discutere di
uno strumento quale l’ERVET che interviene a livello
economico e territoriale senza basi conoscitive, senza un
quadro preciso dello stato dell’industria nella nostra re-
gione, della situazione economica, nella crisi nel suo evol-
versi rispetto ai problemi della produzione, dei prezzi,
dell'occupazione.
Questo mi sembra un problema molto serio, su cui si de-
ve intervenire subito con un impegno preciso della Giun-
ta, che mi sembra sia totalmente latitante su questo pia-
no, latitante e come Giunta e come strumenti che la regio-
ne ha, tra cui l'ERVET. Non c'è un coordinamento, per
esempio, nell'analisi di questi dati con assessorati che
pure una attività in questa direzione fanno, anche se limi-
tata (vedi l'Assessorato dell'agricoltura che produce an-
che un bollettino). Non vi è una pressione adeguata e un
coordinamento, quindi, per avere dati sufficienti in dire-
zione degli Uffici del lavoro e delle Camere di commer-
cio. Quindi ci troviamo in presenza di una mancanza di
fonti sistematiche locali che diano un quadro continua-
mente aggiornato dello stato della nostra economia.
Un altro dato da rilevare, che poi si collega strettamente
a questo, è la mancanza di un programma regionale. Ora
io sono d'accordo che non dobbiamo qui fare una legge,
un qualche cosa di estremamente rigido, ma noi, al di là
di un discorso generico di presentazione della Giunta al
momento dell'insediamento, non abbiamo un program-
ma di intervento economico e sociale nella regione, cioè
un programma e non sono d'accordo sul fatto che questo
programma non si può fare fin che non c'è un analogo
piano nazionale — da intendersi come una definizione di
obiettivi corrispondenti ai bisogni sociali della popola-
zione in termine di produzione, in termine di sviluppo di
certi settori, in termini di occupazione, in unì quadro
141
quindi non solo regionale ma con una visione anche dei
ruolo che si vuole fare giocare alla nostra Regione in una
prospettiva di trasformazione economica € strutturale
del paese, quindi con ipotesi e obiettivi di riequilibrio ter-
ritoriale per potere poi sottoporre 2 verifica i risultati
economici e sociali dei vari interventi, dal settore pubbli-
co ai livelli imprenditoriali, e in certo qual modo dando
anche precise indicazioni ai lavoratori, alle organizzazio-
ni dei ceti medi, alle organizza ioni imprenditoriali, agli
altri enti pubblici. Noi di questo manchiamo assoluta-
mente. Quindi qui non si c iede una legge, un qualche co-
sa di rigido, ma si chiede un programma di intervento
che parta dalle esigenze, dai bisogni e dai problemi che
debbono essere risolti nella nostra regione in un quadro
nazionale.
Questo non lo si è fatto come precisa scelta politica. E io
credo che su queste questioni bisognerà ritornare, nel
momento in cui si dà attuazione ai comprensori, cioè per
vedere come si intreccia la definizione di questo piano
tra il livello di programma regionale e il contributo che
possono dare i comprensori a questo programma © ai pia-
ni comprensoriali come unità minime della programma-
zione e quindi per creare le condizioni per un confronto €
per ipotesi di obbiettivi su cui si possa evidentemente an-
dare a delle verifiche e che possono essere un terreno a
cui debbono collegarsi anche strumenti quali l’ERVET;
sul quale, poi, è necessario entrare nella definizione più
precisa di quelli che debbono essere i suoi compiti dato il
modo caotico in cui si è mossa in questi anni.
Credo che su queste cose bisogna esprimere un giudizio,
in quanto non è vero che noi abbiamo una verifica, da
parte della Regione, di una serie di dati: un discorso che
si è sempre fatto per quanto riguarda lo s riluppo regio-
- nale è quello ad esempio della decongestione dell'asse
della via Emilia, del cercare certe linee di sviluppo diver-
se per decongestionare tale asse viario. Se noi andiamo
ad una verifica nei comprensori del piano intercomunale
di Bologna o del comprensorio attorno a Modena, noi ve-
diamo che rispetto a certe previsioni che anni fa si erano
fatte di decongestionare talune zone, per residenza, per
numero degli addetti e per insediamenti, abbiamo avuto
un ulteriore congestionamento di queste zone. Il che sta a
dimostrare che in mancanza di un programma, di un in-
tervento costante della Regione, degli enti locali, di mo-
142
menti di confronto e di dibattito con le organizzazioni im-
prenditoriali e sindacali non riusciamo ad inte: venire in
maniera adeguata in quelli che sono prublemi che da
tempo, sin dal piano del Comitato regionale per la pro-
grammazione economica, si erano individuati e che poi
sono stati messi da parte senza andare a verifiche e a pre-
cisazioni.
In questo senso ci sono delle responsabilità precise della
Regione e l’ERVET si colloca in un quadro di assenze
drammatiche di dati e di programmi. Per cui l’ERVET,
che dovrebbe muoversi in un quadro più definito dal pun-
to di vista programmatico, come uno degli strumenti at-
tuativi delle scelte della Regione, senza questo quadro
programmatico è usato per gli obiettivi più vari: dall’as-
sistenza delle aziende ai rapporti con le partecipazioni
statali, in un quadro che è prevalentemente di accordi
verticistici, che spesso vengono fatti calare nella realtà
regionale emiliana sulla base di quella che dalla Giunta
viene definita «Costituzione di un programma
articolato», che è quel programma per progetti che, si di-
ce, sostituisce invece un programma più organico di in-
tervento, per avere poi secondo me, più libertà di muo-
versi e per sottrarsi anche a controlli più precisi da parte
degli stessi enti elettivi locali.
Su questi aspetti i rischi che si corrono sono notevoli e i
rischi che corre l’ERVET sono di fronte a tutti noi, sotto-
lineati in parte anche nella relazione dell'assessore Ri-
ghi. Cioè questo muoversi in una maniera caotica sul pia-
no dell'assistenza e dell'intervento richiesto dalle varie
aziende, in logiche che non hanno nessun punto di riferi-
mento se non la drammaticità di certe situazioni o le
pressioni che vengono avanti nel modo più strano e più
vario. Quindi con una logica anche subalterna alle richi
ste delle aziende e senza riferimenti precisi. Vi è la ten-
denza, ad esempio, a sostituirsi a quello che le aziende ri-
fiutano di fare in un momento in cui una serie di aziende
non sentono più problemi di rapporto con gli enti pubbli-
ci o con strumenti quali l’ERVET, nel momento în cui, ad
esempio attraverso la svalutazione, il loro mercato ha ri-
preso a tirare e non sentono più problemi di riconversio-
ne o problemi di formazione professionale e managers e
quindi problemi di ricerca scientifica. È
Questi settori vengono abbandonati, si cerca di util
al massimo quello che offre la svalutazione e la ripresa
143
dell’esportazione e quindi, in un certo qual modo, diventa
anche pericoloso un discorso quale quello che viene fatto
di supplire alle carenze e alle deficienze di tali aziende,
che in certi casi sono anche aziende multinazionali, di in-
tervenire nel settore della ricerca scientifica e della
formazione-quadri, non so chi si riferisse a questo, pre-
scindendo da un discorso più vasto che ha investito in
questi anni il movimento operaio, i tecnici su problemi
posti dalla formazione professionale, quindi i problemi
dell’inquadramento unico, delle 150 ore, da vedersi non
solamente come recupero sul piano dell’alfabetizzazione,
ma anche su un terreno di formazione tecnico-
professionale, con un discorso quindi sul ruolo della
scuola e della Università. Credo che su questo terreno noi
non possiamo andare a cose improvvisate, per esempio,
per quanto riguarda anche il ruolo dell’ERVET in questa
direzione, senza affrontare in maniera più adeguata un
discorso più ampio sulla formazione professionale, in
rapporto anche a un programma e ad esigenze di svilup-
po della nostra regione, rapporto con l'università, con la
scuola, eccetera. Credo che su questo sia opportuna una
riflessione complessiva e non andare a cose affrettate di
tipo quelle che anche nella relazione che riguarda l’ER-
VET si preannuciano.
Sulle iniziative dell’ERVET sarebbe opportuno sapere di
più. Noi abbiamo bisogno di informazioni precise sulle
società a cui l'’ERVET partecipa, perchè effettivamente
c'è il rischio che il Consiglio regionale con la successiva
costruzione attraverso l’ERVET di altre società, prenda
provvedimenti spesso senza una verifica e un controllo
preciso del ruolo di queste società, per cui credo sia ne-
cessario avere più dati per quanto riguarda queste socie-
tà che sono state costruite con il contributo dell’ERVET,
a cui l’ERVET partecipa, e anche avere dei dati, per
esempio, su questi centri cui l’ERVET ha dato vita assie-
me all'università e assieme ad associazioni di imprendi-
tori. È importante sapere come incidono questi centri
sulle scelte imprenditoriali, che cosa producono sul pia-
no della ristrutturazione di tali aziende e di tali settori
anche in termini di occupazione e di collegamento con
programmi sociali ad esempio per quanto riguarda le ce-
ramiche, di edilizia e di opere pubbliche. Credo che su
queste questioni sia necessario andare a momenti di ap-
profondimento, momenti di approfondimento che però, a
144
mio parere, sono sempre secondari rispetto ai due aspet-
ti primari che ho qui sostenuto, cioè una analisi precisa e
un quadro della situazione e dell'industria e dell’econo-
mia regionale e un discorso sul programma cui si deve
andare come regione, programma come definizione ap-
punto di obiettivi, di esigenze dell'economia regionale, in
un quadro naturalmente di ristrutturazione nazionale
del paese.
In questo senso credo che si rischi anche di fronte ad al-
cune questioni che sono state sollevate, se non si affron-
tano questi problemi, di muoversi in maniera pragmati-
ca, in maniera frammentaria, del giorno per giorno, per
cui non solo non trovano spazio e collocazione adeguata
gli strumenti cui la regione ha dato vita, ma non abbiamo
termini precisi di orientamento, di giudizio e di verifica
anche noi come consilieri regionali.
In questo senso penso sia giusto il discorso relativo alle
critiche che sono state fatte al piano a medio termine; ri-
prende in definitiva anche il discorso del programma;
cioè qui si ritiene che sia possibile definire come regione
obiettivi programmatici di intervento solamente se si ha
l'analogo punto di riferimento nazionale.
Penso che questo non sia un discorso esatto, rischia di
chiudere la Regione nell'attività frammentaria settoriale
del giorno dopo giorno, rispondendo alle situazioni più
drammatiche, alle pressioni che possono venire da que-
sta o quella area geografica, da questo o quello strato so-
ciale, e spesso in maniera corporativa, come succede per
l'agricoltura (e qui il problema’ l'ho sollevato anche re-
centemente), ma non si risponde ad un problema preciso
di riequilibrio territoriale, di sviluppo economico della
regione con quei risultati, poi, cui facevo riferimento pri-
ma per quanto riguarda, per esempio, l'ulteriore conge-
stione di aree già ampiamente congestionate come quelle
attorno a Bologna e attorno a Modena.
In questo senso non ho molte altre cose da aggiungere.
L'ERVET c'è, il mio gruppo non ha partecipato alla sua
nascita e non fa parte degli organismi dirigenti. Credo
chel’ERVET, in mancanza di un programma regionale,
debba cercare il più possibile di rispondere ad esigenze
che il sindacato e i consigli di fabbrica hanno posto con
forza in questo periodo, non solo per aziende in crisi ma
per aziende che hanno bisogno di essere ristrutturate, di
poter pensare al futuro e di non vivere alla giornata, co-
145
me spesso le condannano a vivere gli imprenditori e i di-
rigenti di queste aziende; cioè porsi anche al servizio di
quelle conferenze di produzione, di quelle iniziative che i
consigli di fabbrica hanno portato avanti, ad esempio
nell'ultimo anno, di fronte appunto a problemi di ristrut-
turazione, di riconversione, di mercato in maniera tale
da potersi sviluppare certi settori salvaguardando ed am-
pliando l'occupazione.
Per questo credo che l’ERVET dovrebbe uscire anche
dalla dimensione verticistica che l’ha caratterizzato fino
ad oggi nei rapporti con le imprese e con le realtà azien-
dali e andare, attraverso i propri uffici, utilizzando anche
il livello comprensoriale che nascerà (e speriamo che na-
sca come un qualche cosa di veramente nuovo e innovato-
re) ad utilizzo delle proprie competenze, se ci sono, anche
in rapporto alle richieste degli operai, di strati sociali che
spesso mancano delle condizioni per potere intervenire
con forza, con proposte di ristrutturazione, di riconver-
sione, di sviluppo economico e aziendale, e questo credo
sia un livello importante su cui l’ERVET può cominciare
a qualificarsi in mancanza di un programma, in mancan-
za di dati precisi senza i quali rischiamo tutti di annaspa-
re nel vuoto.
Intervento sulla situazione carceraria
Signor presidente, io credo che la lunghezza dell’esposi-
zione dettagliata dell'assessore Santini, fatta a nome del-
la Giunta in risposta alle mie interpellanze, dimostri la
consapevolezza da parte della Giunta stessa, e io credo
anche da parte dei consiglieri, della delicatezza e dell’im-
portanza di una problematica quale quella che io ho inte-
so sollevare.
To non vorrei qui riprendere tutta una serie di limiti della
legge stessa che sono enunciati nella risposta che l’asses-
sore Santini ha dato. Del resto noi sappiamo che il diritto
nasce vecchio e questa legge è una legge già ampiamente
superata non solo dalla presa di coscienza delle forze po-
litiche e culturali più avanzate nel nostro paese, ma direi
superata anche dalla presa di coscienza degli stessi dete-
nuti attraverso le lotte che hanno compiuto in tutti questi
anni e continuano a compiere non solamente per un ade-
guamento delle strutture carcerarie, del regime della pe-
na a quelli che sono i dettati della Costituzione, ma per-
chè vi sia anche da parte delle forze politiche una presa
di coscienza più chiara del fenomeno della criminalità
nel nostro paese. È su questo che noi notiamo ritardi più
grossi anche delle forze di sinistra, e in particolare della
sinistra tradizionale, anche per la subalterni i
che la sinistra ha avuto nel nostro paese nei confronti del-
le ideologie e delle scelte dell'avversario (la classe domi-
nante borghese) proprio su questi terreni.
Io credo che su queste questioni vi sia un gravissimo ri-
tardo politico. Nonostante gli spiragli che già si aprivano
con questa legge non si è ritenuto, come enti istituzionali,
di intervenire; per esempio, ci sono precisi compiti che
possono spettare al presidente della Giunta regionale,
precisi compiti dei consiglieri regionali, la possibilità di
entrare nelle carceri senza autorizzazione, il problema di
vedere il fenomeno della criminalità come fenomeno
complessivo e non riferito particolarmente e solo alla te-
matica dell'ordine pubblico, come tradizionalmente vie-
ne visto nel nostro paese, e non solo nel nostro paese, a li-
vello di una certa concezione. Io credo che su questo di-
fettiamo di iniziativa politica. Il fatto stesso che il mini-
stro Bonifacio scriva al presidente della Regione perchè
147
in definitiva cominci a vedere quali forme di iniziative
portare avanti per attuare la legge (con tutti i limiti che
ha la legge e che non sto qui a ribadire) e che il presidente
Fanti risponda che è in attesa del regolamento attuativo e
che vuole che ci si ritrovi come Regioni col Governo per
discuterne insieme, dimostra una concezione, che è la so-
lita concezione che io qui ho più volte sottolineato in ma-
niera negativa, di un rapporto verticistico tra le istituzio-
ni elettive locali anche dirette dalla sinistra, e il Governo,
senza invece vedere quale spazio di iniziativa autonoma
ci può essere dato anche dalle leggi che sono state con-
quistate da lotte profonde di movimenti, in questo caso di
detenuti, per prendere già noi iniziative. Un'iniziativa
fondamentale innanzitutto è quella di rompere la separa-
tezza che c'è tra queste istituzioni, la società civile, e le
forze politiche e le altre istituzioni, e quindi cominciare
anche a svolgere indagini, a entrare dentro queste strut-
ture per vedere quali sono i regimi che vengono attuati,
per esaminare i problemi dei servizi sociali e dei servizi
sanitari, cioè andando anche a una forzatura nei confron-
ti di una situazione che tutti riconosciamo essere negati-
va. Quindi è il modo con cui si affrontano le cose, che è
poi nella logica di un discorso politico, e non è un caso
che su questo terreno noi diciamo: «la sinistra storica ha
delle remore profonde» perchè è nel quadro di una conce-
zione, di una strategia politica che è quella che tende evi-
dentemente — lo sappiamo tutti — a un tipo di collabora-
zione con le forze che hanno diretto il paese sino ad oggi,
ipotizzandone un cambiamento.
Cioè ipotizzando un cambiamento che non viene. E i fatti
ci dimostrano questo.
In questo senso non posso dichiararmi soddisfatto, per-
chè c'è un grosso ritardo in questo campo da parte anche
di una Giunta di sinistra che pure su una serie di questio-
ni si è dimostrata sensibile, specialmente nei settori assi-
stenziali e sanitari, ma che in questo caso dimostra un ri-
tardo profondo nel momento in cui, viceversa, attraverso
alcune iniziative, anche di carattere culturale, ad esem-
pio la istituzione dello stesso Istituto di studi giuridici,
eccetera, si comincia oggi a portare avanti e a prendere
atto di un dibattito sulla questione criminale, che è un
problema che evidentemente deve essere affrontato come
momento di una più ampia politica sociale, quindi non ri-
ferito solamente ai problemi della pena o delle strutture
148
carcerarie, anche se occorre partire di lì e se spazi ce ne
sono dati dobbiamo coglierli e non aspettare livelli verti-
cistici di incontro tra le Regioni con il Governo, quando
lo stesso ministro sollecita cose di questo genere
Quindi io non sono soddisfatto in questo senso. ‘Prendo
atto che da parte della Giunta si vuole andare a elaborare
delle proposte. Io credo che in questo senso sarebbe op-
portuno far precedere queste proposte da un Comitato
dei consiglieri, anche della stessa commissione — se vo-
gliamo risolverlo in questo ambito —, che intanto comin-
ci anche una presa di contatto con queste strutture, con
incontri anche con i carcerati, dato che come consiglieri
regionali possiamo entrare nelle carceri senza autorizza-
zione, in maniera tale da raccogliere anche tutta una se-
rie di elementi sui quali arrivare poi alla definizione di
proposte precise da sottoporre non solo al dibattito del
Consiglio regionale ma con gli altri enti locali della Re-
gione, con le forze sindacali, perchè la rottura di questa
separatezza e l’affrontare il fenomeno della ctimmalità
come fenomeno sociale complessivo richiede l'intervento
delle forze politiche, delle forze sindacali, delle forze di
massa democratiche, perchè è un’opera di profonda tra-
sformazione sociale oltre che di predisposizione di servi
zi quella che deve essere portata avanti. Quindi io invito a
utilizzare quegli spazi che ci sono aperti da una legge pur
così piena di limiti, come rilevava l'assessore Santini.
Sull'altra questione io mi dichiaro parzialmente soddi-
sfatto, perchè secondo me arriviamo in ritardo e arrivia-
mo in ritardo nel momento in cui in una serie di situazio-
ni si è già chiesto da parte dei candidati, ad esempio, di
entrare nelle carceri per svolgere la propaganda elettora-
le e da parte del Ministero si è risposto negativamente;
quindi andando a un’interpretazione restrittiva di quella
che è la legge andando anche contro il dettato costituzio-
nale che, evidentemente, riconosce diritti quale quello
del voto ai detenuti in attesa di giudizio o non condannati
da sentenza irrevocabile. Quindi io credo che il passo
debba essere fatto e se da parte del Ministero ci sarà an-
cora un presa di posizione negativa, come vi è stata in
una serie di situazioni, io invito il presidente Cavina a
prendere contatto con il direttore delle carceri e il giudi-
ce di sorveglianza, perchè presidente della Giunta € con-
siglieri regionali che hanno diritto di entrare nelle carce-
ri senza autorizzazione possano entrare prima delle ele-
149
zioni ed avere incontri coi detenuti, illustrando anche, in
breve, le posizioni dei rispettivi gruppi. Io credo che in
questo senso noi dobbiamo andare ad una forzatura, che
è poi una forzatura politica, perchè la legge questo ce lo
consente. Per cui io chiedo ufficialmente al presidente
Cavina che, in qualità di presidente della Regione, faccia
questo passo nei prossimi giorni.
Intervento sul comitato regionale
per i servizi radio-televisivi
e la riforma RAI-TV
Credo che anche sul terreno dell’informazione da parte
delle Regioni si marchi una sconfitta; bisogna ormai par-
lare di sconfitta. Una sconfitta di un ruolo, una sconfitta
di un’iniziativa che, badate, pesa anche sulla stessa istitu-
zione Regione, perchè le cose che diceva, ad esempio,
Gualtieri prima, e che io avevo già detto altre volte, cioè
che nel momento in cui si parlava di Regioni, si lanciò la
riforma regionale come riforma dello Stato, quindi come
nuovo rapporto con la società civile, con i cittadini, e il
fatto che poi non si conta niente e non si smuove niente a
livello di nuovi mezzi di comunicazioni di massa e di in-
formazione, significa anche troncare questa riforma del-
lo Stato, significa troncare un ruolo di incisività a livello
di governo, a livello di partecipazione, cioè di questo qua-
dro nuovo della partecipazione della gente, la partecipa-
zione democratica, in quelle che sono le scelte, in quello
che è un nuovo ambito democratico che occorre sviluppa-
re e non comprimere.
E il fatto, ad esempio, che noi, per tutto questo mandato,
anche come stessa assemblea elettiva regionale, come
forze politiche, non abbiamo utilizzato per nulla il mezzo
radiofonico e televisivo, intanto quello che c'è, feci pre-
sente, nella campagna sul referendum, che emittenti pri-
vate si erano date cura di organizzare confronti tra le va-
rie forze che si presentavano nel dibattito sul referen-
dum e le attuali nostre strutture della RAI e della Televi-
sione non hanno fatto alcunchè di questo.
Allora è evidente che noi ci troviamo di fronte a un setto-
re che si muove nella logica più stringente dei rapporti di
classe, dei rapporti di potere e che purtroppo mette nella
condizione forze come le nostre, ma io direi anche; movi-
menti che vogliono esprimere la propria voce, che voglio-
no resistere a livello anche di organismi di stampa, a li-
vello di radio, ecc. ci mette nella condizione di essere
stretti in una morsa, cioè la morsa della lottizzazione da
un lato e di questa nuova proposta del liberismo trionfan-
te dall'altro. Questo è veramente un dramma: un dramma
che ci dà il senso di una sconfitta. Scriveva giustamente
151
Pintor l’altro giorno sul Manifesto: «La situazione non è
allegra. La sola linea ormai che ci convince, stretti ap-
punto da una parte fra il monopolio statale che conoscia-
mo, e la conseguente lottizzazione che si prepara, noi non
scorgiamo altro che difendere qualsiasi forma di demo-
crazia di base, qualsiasi voce ed esperienza di minoranze
e quindi anche le esperienze che con sforzo, ma anche con
significati culturali e politici profondi, perchè poi sono
minoranze che cominciano a dilatarsi, hanno capacità di
pesare e di incidere sulla situazione politica, cioè la ne-
cessità di difendere questo ambito, stretti appunto tra
due concezioni, che oggi operano e sono presenti con for-
za all’interno della sinistra, che entrambe non riconoscia-
mo come valide per impostare un corretto discorso de-
mocratico, prima che di transizione verso una società
nuova, nel campo dell’informazione, della stampa, dei
mezzi di comunicazione radiotelevisivi. È qui dobbiamo
dire, appunto, questa carenza e questa crisi profonda del-
la Regione in questo campo. Crisi della Regione che io
certe volte ho detto potrebbe anche fare a meno dell’as-
sessore su questi problemi, perchè completamente assen-
te. a
Abbiamo un problema, per esempio, nel campo dell’edi-
toria, nel campo di come assicurare espressione anche a
gruppi, a forze che oggi non dispongono dei mezzi e quin-
di che hanno bisogno oltre che di un discorso di riforma
dell'editoria in generale, anche di un'iniziativa, per esem-
pio, dei livelli regionali in questo campo. Su questo non si
pensa a niente. C'era una proposta del Partito socialista
buttata lì, su questo non si è detto niente, non sì è più va-
lutato che tipo di prefigurazione anche a livello regionale
portare avanti, anche forzando la legge, anche andando a
scontrarsi con un certo centralismo statale. :
Sappiamo benissimo che cioè sono campi dove vediamo
che c'è un monopolio completo del potere, dove si entra
per cooptazione, dove la logica di lottizzazione è una logi-
ca sempre più stringente e da cui, evidentemente, si pen-
sa poi di uscire attraverso un rilancio liberistico che noi
sappiamo benissimo che significa il controllo dei grossi
gruppi monopolistici, di coloro che hanno i mezzi finan-
ziari e significa poi una compressione ancora piu pesante
di quella che è un’espressione di base, di quella che è, per
esempio, una riforma che noi riteniamo debba avvenire
seriamente nell’ambito pubblico, con un discorso plurali
152
stico, che sia pluralistico nell’istituzione e non attraverso
il pluralismo delle istituzioni che nell’ambito del sistema
attuale significa la prevalenza dei più forti, la morte dei
deboli, la prevalenza delle concentrazioni, delle testate;
significa anche, nel modo come è avvenuta per esempio
all’interno della RAI-TV, la logica della divisione dei set-
tori: il settore laico, il settore cattolico, mentre noi rite-
niamo che ci debba essere un pluralismo, un dibattito e
una ricchezza di confronti con la società civile, una ric-
chezza giornalistica che deve andare al di là di una divi-
sione segmentizzata e settorializzata, per cui quello è il
canale o la rete dei laici quello è il canale o la rete dei cat-
tolici. Questo è un discorso che non ci sentiamo assoluta-
mente di accettare.
Per cui riteniamo che ci sia questa forte crisi che conti-
nua a non fare andare avanti un processo di riforma per
il quale si erano battute un numero ampio di forze. Noi
oggi vediamo che le proposte di ristrutturazione che ven-
gono avanti, che pure si inquadrano anche sul terreno dei
costi con costi abbastanza ampi, non riescono ad intacca-
re l’attuale logica centralistica. Anche lo stesso quadro
discusso dell'Istituzione della terza rete rischia di essere
un surrogato di un effettivo decentramento democratico.
E qui la carenza di iniziativa delle Regioni è pesante, pe-
sante anche nella crisi di questi comitati regionali radio-
televisivi in grado di poter fare qualcosa. E qui la respon-
sabilità primaria, diciamolo chiaramente, è della Regio-
ne, è di chi ha la responsabilità politica a livello di mag-
gioranza, a livello di governo.
Basta pensare, per esempio, alla scarsissima incisività di
rapporti con la commissione parlamentare di vigilanza,
all’incapacità di stabilire un rapporto organico tra Regio-
ni e Commissione parlamentare di vigilanza e di governo,
che pure sarebbero gli interlocutori naturali. Noi ritenia-
mo che questo sia un fatto molto grave che presuppone
una subalternità — io qui mi rivolgo specialmente al Par-
tito comunista — una subalternità pericolosissima. Per-
chè cosa pensa di fare il Partito comunista? Pensa forse
un domani di gestire con la Democrazia cristiana gli spa-
zi pubblici della Rai-TV, dei due canali principali, com-
preso il terzo? I socialisti pensano di essere stretti e sof-
focati nell’ambito di questo accordo e di venirne fuori at-
traverso il rilancio dell’iniziativa liberistica e dell’inizia-
tiva privata? Io credo che qui proprio lo scollamento del-
153
la sinistra, cioè la perdita di punti, di coordinate, di quel-
lo che significa oggi uno scontro anche politico, democra-
tico, di classe, di massa su questi problemi, oggi vive ap-
punto questa schizofrenia, che è una schizofrenia perden-
te, destinata a non far fare un passo avanti non solo alla
riforma democratica, pubblica della RAI-TV e quindi ad
un effettivo decentramento, ad un effettivo ampliamento
degli spazi democratici, e quindi dando anche a significa-
ti tipo la terza rete, non significati riduttivi o nuovi signi
ficati di lottizzazione e di spartizione, ma ambiti veri di
rapporto con la società civile, e quindi di raccolta anche
di esperienze che in ambito privato gruppi, cooperative
hanno fatto in questo settore. Quindi trovare anche for-
me nuove di uso del mezzo televisivo.
Io mi meraviglio che il consigliere Bellelli abbia fatto
una citazione che dimostra ancora la concezione di lottiz-
zazione che egli ha di questi strumenti. Quando ha parla-
to dell'uso distorto che il TG2 ha fatto dei fatti di marzo
dell’anno scorso. Ma vogliamo scherzare?
Qui c'erano degli operatori che riprendevano quello che
faceva la polizia nelle piazze vuote, la quale, avendo occu-
pato la citta, priva di studenti e di dimostranti, sparava 1
candelotti lacrimogeni ai piccioni e poichè il TG2 ha do-
cumentato questo che era la verità e per le riprese che ve-
nivano fatte ecco che il consigliere Bellelli si lamentam a
dimostrazione di quale tipo di mistificazione vuole che si
faccia, evidentemente, dell'informazione e della comuni
cazione radiotelevisiva.
Per cui io credo, signor presidente, per concludere, che
questo sia un dibattito che rimane aperto e sia un dibatti-
to che, così impostato, anche da parte della Giunta, pre-
senta dei limiti di iniziativa politica grossissimi.
È chiaro che questo è collegato ad un problema di linea
politica più generale e di strategia politica più generale,
come infatti si può parlare di riformare in senso demo-
cratico strutture di questo genere, che sono tra le struttu-
re principali di potere della classe dominante (la Demo-
crazia cristiana evidentemente) come si può pensare
nell’ambito di una strategia che è quella che oggi noi, per
parte nostra, denunciamo come subalterna e non pog-
giante su quello che può essere invece un movimento di
massa che anche in questo campo si è espresso € sl espri-
me e che comincia anche a manifestare segni di insoffe-
renza che dovrebbero essere canalizzati in una linea di al-
154
ternativa democratica, di lotta alternativa a questo siste-
ma e non pigliare spesso le vie della disgregazione, del
qualunquismo e del corporativismo che poi sappiamo al
la fine da chi vengono cavalcate.
Mi rendo conto che qui si sconta la subalternità, cioè, per
esempio, per quanto riguarda la Regione, l’appiattimento
più generale che c'è da parte della Regione sui program-
mi, sugli accordi di governo, sulle politiche governative,
sulle politiche nazionali.
Questo stillicidio di incontri diversi, cioè la perdita di
qualsiasi dialettica ormai nell’ambito Governo - Regione
e autonomie locali. Il fatto che non c’è un'iniziativa a que-
sto livello, il fatto che ancora ci si muove in quest'ottica
verticistica delle mediazioni, degli accordi diversi, ecc.,
dimostra proprio che non si vuole su questo impostare
un'iniziativa politica che sia tesa da un lato a battere la
lottizzazione e dall'altro a impedire queste linee liberisti-
che che poi si sposeranno con la lottizzazione e alla fine
avremo poi la svuotamento della riforma della RAI-TV,
nel senso che noi intenderemmo e avremo il predominio
dei grossi gruppi finanziari che avranno poi ramificazio-
ni, collegamenti, incidenze e condizionamenti dentro la
stessa RAI-TV. Lo dimostra il fatto delle consociate, la
faccenda della pubblicità come oggi è gestita dalle conso-
ciate della RAI-TV e della SIPRA, il fatto di come attra-
verso questi processi, che investono la riforma all’inter-
no della RAI-TV, si tende a condizionare anche il settore
della stampa. Grossi processi di concentrazione sono in
atto: basta pensare, ad esempio, alle voci dell’ENI che as-
sorbirebbe i giornali del gruppo Monti, il Carlino e La
Nazione; mentre abbiamo, ad esempio, situazioni di diffi-
coltà e di crisi per leggi che non vengono approvate, per
rimborsi di cui a leggi che dovrebbero venire approvate,
alle piccole testate, per esempio la testata del nostro gior-
nale di partito che da tre giorni non esce proprio per que-
sta crisi profonda, finanziaria, strangolata da situazioni
che si stanno portando avanti proprio per scremare il
mercato da questi strumenti che sono ormai le ultime vo-
ci che cercano, evidentemente, di battersi in certe dire-
zioni. Per cui noi riteniamo che vi sia da sottolineare que-
sta crisi che è il frutto di una strategia più complessiva
sulla quale, evidentemente, va approfondito il discorso.
Noi riteniamo che oggi l'iniziativa della Regione debba
essere l'iniziativa molto più incisiva e collegata alle forze
del cambiamento, alle forze della trasformazione anche
su questi problemi importanti e fondamentali. Noi rite-
niamo ancora che si debba operare per una riforma d
mocratica della RAI-TV, e deve rimanere un primari
strumento pubblico della collettività e quindi deve occu-
pare spazi più ampi e deve avere un decentramento reale,
attraverso una terza rete che non sia una nuova centraliz-
zazione, un nuovo surrogato, che dia possibilità attraver-
so il decentramento ideativo e produttivo di collegare ve-
ramente le realtà regionali alla società civile, alla realtà
che in quella determinata zona si esprime, non una con-
cezione regionalistica chiusa e ristretta, ma certamente
cogliendo quelle che sono le specificità di queste realtà.
E in questo senso anche si debba fare di tutto perchè
nell'ambito della radio, delle emittenti private si possano
sostenere quelle iniziative che sono state l’espressione
spontanea di gruppi cooperativi, di gruppi associativi, di
giovani, di intellettuali che hanno fatto esperienze che
possono servire anche per la terza rete, per il decentra-
mento televisivo pubblico. Riteniamo che su questa stra-
da si debba andare, ma occorre un respiro e un'iniziativa
politica che non vediamo a livello della Regione, di cui re-
gistriamo l'incapacità di cogliere anche dati che vi sono e
che a sette anni dalla nascita delle Regioni bisognerebbe
già aver avviato con una consistenza ben più ampia.
Detto questo, quindi, anch'io non mi sento di firmare oggi
degli ordini del giorno. Questo è un dibattito che noi stia-
mo avviando, e che riguarda anche il discorso del comita-
to radiotelevisivo. Io credo che qui dobbiamo trovarci di
fronte anche a delle proposte più precise da parte della
Regione, anche con il contributo dei gruppi, per vedere
nell'attuale situazione, che è difficile certamente per
un'iniziativa della Regione in questi campi, nel settore
dell’informazione, dell’editoria, dell'aiuto ad un processo
di trasformazione della riforma della RAI-TV, come vor-
remmo e come anche ci dicemmo in un dibattito che si
concluse, mi pare, anche con un documento unitario,
quali iniziative concrete pigliamo e su quali lavoriamo.
Anche piccole cose, io mi accontento anche di piccole co-
se, purchè si esca dal nulla, perchè oggi ci troviamo di
fronte al nulla. E io credo che questo sia interesse di tutte
le forze politiche che sono qui presenti, interesse anche
di coloro che hanno la massima responsabilità, per esem-
pio, della rappresentanza del Consiglio e dell'Assemblea
156
regionale. Che ci sia un'adeguata informazione, intanto,
anche degli strumenti che abbiamo, a livello radiofonico
e a livello televisivo, ma soprattutto radiofonico. Non è
possibile che su tutta una serie di cose che vi sono state si
siano mosse le emittenti private e le radio pubbliche non
abbiano fatto niente. Io credo che sarebbe utile anche
un'iniziativa dello stesso Ufficio di presidenza del Consi-
glio, assieme anche alla Giunta, cioè i livelli di governo.
Credo che qui vi sia anche la tutela di un’istituzione e la
tutela di quello che noi oggi facciamo in questa sede, dei
dibattiti che costruiamo, delle proposte che facciamo, dei
confronti nuovi che vogliamo con la società civile. Cioè
queste cose o le riusciamo a smuovere, oppure è chiaro
che ci sarà sempre più questo distacco tra l’istituzione e
le masse, ci sarà sempre più questo scollamento che, se-
condo noi, non può essere certamente, come già lo sta di-
mostrando, produttivo di esiti positivi.
Intervento sulla centrale
nucleare di Caorso
Signor presidente, colleghi, devo dire che in una discus-
sione di questo tipo, per le implicanze che ne vengono, sul
piano della politica energetica e sul piano delle scelte di
sviluppo economico, si rischia di fare lunghissimi discor-
si.
Io credo che, per usare una terminologia nucleare, si deb-
ba stare al nocciolo delle cose dette dal presidente Turci
nella comunicazione e soprattutto cercare di esprimere
una posizione sul tipo di mozione che viene proposta e
sulle conclusioni che questa mozione presenta, che mi
trovano nell'ultima parte in profondo dissenso. In pro-
fondo dissenso pur condividendo una serie di richieste
che nella mozione vengono fatte nei confronti della costi-
tuzione di una commissione nazionale, nei confronti di
una richiesta di maggior poteri per le regioni e gli enti lo-
cali sui problemi delle scelte, del controllo e della gestio-
ne degli impianti nucleari e non solo nucleari.
Io non sto qui a spiegare il perchè della posizione nostra
che è profondamente contraria alla scelta nucleare.
È una posizione che oggi si va ampiando nel paese e che
vede protagoniste proprio in primo luogo quelle masse
popolari e quelle popolazoni dei siti in cui vi sono o vi sa-
ranno centrali nucleari, e quindi questa opposizione alla
scelta nucleare non è più una opposizione di pochi gruppi
e gruppetti, ma sta diventando una opposizione di massa
anche nel nostro paese.
Noi crediamo che sulla scelta nucleare si apra uno scon-
tro di portata mondiale e si può costruire, a nostro pare-
re, su questa scelta, un tipo di unità anche politica e di
orientamenti politici molto importanti ai fini di una solu-
zione della crisi che vive il nostro paese, che vive l’Euro-
pa, a livello di scelte di sviluppo e quindi in una dimensio-
ne anche di carattere mondiale. È in gioco, infatti, non so-
lo la sicurezza e la salute delle popolazioni e dei lavorato-
ri delle centrali, ma il tipo di sviluppo economico.
Noi questo lo riaffermiamo con forza: sono scelte che ri-
guardano la concezione del potere e dello stato, le sorti
anche della democrazia nel nostro paese.
L'incidente di Harrisburg e altri verificatisi negli ultimi
mesi, hanno avuto conseguenze notevoli sulle masse po-
(co)
15
e”
polari, e direi hanno rimesso in discussione la validità
della scelta nucleare anche fra i sostenitori della tecnolo-
gia nucleare.
Perchè i costi economici delle centrali, a seguito di questi
incidenti, a seguito dei problemi aperti dalla sicurezza,
hanno subito un ridimensionamento notevole e non si
può fare il discorso, ad esempio, che faceva Fiorini, che
scopre oggi la validità di un discorso non di costi e ricavi,
per quanto riguarda la spesa pubblica, in direzione del la
salute dei lavoratori, la scopre, guarda caso, quando di-
ce: ma, insomma, la scelta nucleare va comunque perse-
guita, va be’ se ci saranno problemi di sicurezza è compi-
to dello stato, degli enti pubblici spendere tutto quello
che è necessario spendere, anche se questi sono miliardi,
se oltre ai miliardi della scelta nucleare, degli investi-
menti e degli impianti, si possono spendere anche miliar-
di per la sicurezza e la garanzia dei cittadini, perchè va
tutelata la vita umana.
Questo è uno strano discorso, cioè che addossa poi...
FIORINI: Non da oggi, da sempre.
CONIGLIO: Si, ma è un discorso balordo, mi permetti, ca-
ro Fiorini? È un discorso balordo, perchè a questo punto
allora ci mettiamo nei costi della scelta nucleare anche
questi costi che derivano dall'esigenza di sicurezza, dallo
smantellamento degli impianti, quando questi impianti
hanno esaurito il loro ciclo e andiamo poi a vedere che
cosa costano alla collettività!, ben sapendo poi che anche
con tutte le spese enormi, non ne vengono garanzie certe
sulla sicureza e la tutela della salute, e sappiamo benissi-
mo che il rischio non è mai eliminato del tutto, rischio an-
che di catastrofi e cose di questo genere.
Quindi io credo che su questo bisogna capire allora la ab-
normità di tesi, come quella di Fiorini, che pur di favori-
re questa scelta nucleare che oggi noi sappiamo viene of-
ferta a noi da pesei che la stanno già abbandonando e si
stanno buttando con investimenti notevoli sulle scelte
energetiche alternative, ad esempio, sull'energia solare,
vedi gli Stati Uniti d'America, noi, per essere subalterni e
alivello di paese coloniale, nell’acquisire questi impianti
che gli altri ci appoggiano e che oramai sono messi in di-
scussione perchè non servono più a loro, dobbiamo prati-
camente fare un discorso di questo genere.
159
Io credo allora che su queste cose bisogna riflettere, biso-
gna discutere, perchè noi assistiamo oggi a una posizione
che è ancora troppo mediata a livello politico da parte di
alcune forze del partito comunista e al partito socialista
che sulla scelta del piano energetico hanno fatto una scel-
ta di cedimento nei confronti della Democrazia cristiana.
Il compagno La Forgia ha parlato di ridimensionamento
delle pretese iniziali di Donat Cattin, ha detto che siamo
poi riusciti a portare la scelta limitata a 8 centrali; noi pe-
rò, dopo questa scelta, che pur era già una scelta di cedi-
mento a queste pretese, abbiamo visto le proteste salire
non solo da parte delle popolazioni, ma abbiamo visto an-
che cambiare le posizioni all’interno del sindacato, per
cui anche organizzazioni importanti sindacali, come la
FLM hanno cominciato a precisare le loro posizioni con-
tro questa scelta che era contrabbandata come capace di
sviluppare occupazione in questi settori, e si sono anche
precisate meglio alcune analisi, alcune critiche, rispetto
al modello che viene imposto al nostro paese con la scelta
nucleare, con i suoi costi. È un modello che tende a svi-
luppare industrie ad alta intensità di capitale, a basso im-
iego di mano d'opera e ad altissimo consumo di energia,
el settore della chimica, della siderurgia, della petrol-
chimica e della raffinazone e con molto spreco, quindi, di
risorse energetiche, con finanziamenti enormi per il nu-
cleare e con una spesa pubblica che naturalmente viene
sottratta ad altre scelte, ben sapendo, oggi soprattutto,
dopo gli incidenti che vi sono stati e i problemi che pon-
gono, che non è vero che l'energia nucleare costi meno,
considerando la vita di una centrale, i problemi dello
smantellamento, i problemi della eliminazione delle sco-
rie, ecc., ed è altamente inquinante con rischi enormi per
la vita delle popolazioni e dei lavoratori.
Ora io voglio dire che su questo terreno della scelta nu-
cleare, noi verifichiamo il completo fallimento di un go-
verno, completamente subalterno, asservito a livello co-
loniale, non abbiamo un intervento e una politica in dire-
zione dello svilupo di fonti energetiche, alternative, ed è
grave anche a questo riguardo che neppure la Regione si
sia mossa in questa direzione.
Ora qui io riprendo un intervento che feci già nella di-
scussione al bilancio dell’anno scorso, quando dissi che è
gravissimo che a livello della Regone non ci sia un ufficio
160
|
dell'energia, quindi anche di conquistarsi i poteri di in-
tervento,, di iniziativa, per avere voce in capitolo, mezzi e
disponibilità anche per partecipare ad una politica ener-
getica che secondo noi deve dirigersi prima di tutto verso
lo sviluppo di fonti di energia pulite; non abbiamo inizi
tive della Regione in campo energetico. 3 =
L'unica proposta fatta qui è una proposta presentata dal
nostro gruppo, per l'utilizzazione dell'energia solare in
Emilia-Romagna,a cui la Giunta non ha dato alcuna ri-
sposta, non ha detto se è una cosa che può essere presa o
no in considerazione, quando vediamo ormai che già a li-
vello della discussione spicciola, della stampa quotidia-
na, delle cose che si vengono a vedere, ormai ci sono ini-
ziative che partono nel campo dei privati sull’utilizzo
dell'energia solare, e vediamo che da parte degli enti pub-
blici non c'è nessun sostegno finanziario per sviluppare
iniziative in questa direzione. Noi vediamo ormai che
per esempio, per l’acqua calda a basse temperature sa-
rebbe possibile da oggi sviluppare proprio un pian
zionale in questa direzione. E
Se pensiamo; per esempio, alle attrezzature turistiche, al
mare, se pensiamo agli impianti sportivi pubblici, alle pi-
scine, ma ce ne sono enormemente delle possibilità di svi-
luppo dell'energia solare, se c'è anche una politica pub-
blica di sostegno, di sviluppo di questa fonte di energia.
ESEDI: Si vede che non hai letto la variazione di bilan-
CONIGLIO: Insomma, se voi mi date delle risposte sulle
variazioni di bilancio, io dico fino ad oggi non c'è stato un
discorso in questa direzione; se adesso voi cominciate a
muovervi in questa direzione io sono lieto che da parte
della Giunta questo avvenga. E Sa
TURCI: Ti muoverai con noi!
CONIGLIO: Io credo, però, che ci si muova con ritardo.
ESS: In Emilia abbiamo le esperienze più significative
i biogas e di cose di questo genere e non le ha fatte la divi-
G provvidenza, le hanno fatte la Regione e gli enti locali.
Le ESS di Cervia alle reti di energia integrata di Reggio
milia e così via. Perchè stiamo a fare queste polemiche?
161
CONIGLIO: Ma una politica di intervento organico, di fi
nanziamento, cioè una politica organica, perchè stiamo
vedendo che sì sta muovendo più il privato su questo set-
tore..
TURCI: Ma va bene che si muovano!
CONIGLIO: Si, va bene che si muovano, però occorre una
politica dell’ente pubblico adeguata a questo livello. Ora,
siccome questo problema il governo non se lo pone, per-
chè sappiamo benissimo che tipo di scelta sta facendo, io
credo che un discorso della Regione a questo livello mol-
to più serio sia necessario.
Comunque, ecco, per tornare alla questione posta nella
comunicazione e al problema serio che noi abbiamo in
Emilia della centrale di Caorso, jo credo che debba rima-
nere valida la posizione che, per quanto ci riguarda, noi
avevamo espresso come gruppo subito dopo ’incidente
di Harrisbourg, con l'interpellanza che noi facemmo alla
Giunta, sulla quale ci rispose l'assessore Boiocchi e noi ci
dichiarammo del tutto insoddisfatti.
Noi riteniamo che dopo la gravità di quell’incidente e con
tutti problemi che esso sta ponendo agli Stati Uniti, que-
ste ricerche che si stanno facendo, i cui risultati sembra
si avranno tra diversi mesi, noi chiedemmo risposte pre-
cise, tenendo presente che si sapeva che con la centrale
ettronucleare di Caorso, nel caso di incidente catastro-
co, potrebbe rendersi necessaria l'evacuazione di una
ran parte delle popolazioni dell'Emilia e della Lombar-
ia nell’ambito di 80 chilometri, tenendo presente che
uesto piano di emergenza € di evacuazione è elaborato
alle autorità, come faceva prima riferimento il collega
a Forgia, quindi non è un piano fondato scientificamen-
te cioè con previsioni e garanzie scientifiche, ma è un pia
no di emergenza elaborato da un comitato di urocrati €
non evidentemente corre
dati sulle pr
di anche sulle misure da prendersi c
0)
oo pi
he riguardano evi:
o di una provincia,
anche le regioni,
dentemente non solamente il territori
perchè il piano di emergenza riguarda
per esempio, dell'Emilia e
territorio molto più vasto di quell
Quindi credo che su questa questione
genza il discorso che noi abbiamo.è ancora un discorso
che non ci dà nessuna garanzia per riavviare la centrale,
dato da analisi scientifiche e da
obabilità e sulla portata degli incidenti, quin: È
della Lombardia, quindi un |
o di una provincia. |
del piano di emer: |
cosa che è avv i di
SLI è avvenuta, a quanto si dice, in questi giorni per
Noi non i 7
por cobiamo avuto nessuna garanzia sulle cose che
ino poste nella na SE a
= sola i Turci e che s i
Bpmzude che > fa la gente oggi, che si fanno coil
ne: Si entre, e qui nessuno ha citato ad esem-
Lo Salina za conoscitiva, che è durata diverse se-
Sa sone diversi contributi; mentre ci vie-
ni Pre ente della Commissione consultiva
SEHR ha ssessore Filippi di Piacenza, che il 26 giu-
pesta una prova simulata sulla emergenza ei ri-
ano se n Cotremamente negativi per la centrale
Saar RI logi è del tutto latitante e non ri-
CR L'UcAGaLa Lince di Harrisburg; che il
sigere Ser a a fatto ancora niente per coin-
uindi queste sono cose che non poss
SEO ; e cl possono non preoccu-
pa sso abbiamo una L esponsabilità enorme aa a
retator Ra lici sul problema della centrale di
So Car assumiamo la responsabilità, non
ore assi del e queste verfiche che la centrale parta
026 e approv no una mozione che, dice alla fine, che
mondo so vano la necessità di queste verifi-
sio? Esa centrale di Caorso possa funziona-
gino ogime. ioè dice: per ora può funzionare al
paeireme acco) entiamo, poi quando ci saranno le veri-
Sa paoontazioni adeguate, avremo un piano di
piirenza g ato e allora si potrà saltare anche dal 50
No, non credo che sia questo il discorso da farsi
LA FORGIA: Fu fatta n =
re el do ta quando si escludeva che potesse
CONIGLIO: esta è i
GR o ones È la mozione che ci è stata data. Io
gita ade nd è così, se la posizione è cambiata, io
“ora cio. pe non posso nemmeno accettare il di-
gie facere i prima il collega Pecorari al quale pri-
pyicdoo, sc erzando: «ma è vero che il tuo partito a
SA TEA Da preso posizione netta contro l'apertura
Ga Sg e lui mi rispondeva: «ma, però
pe P osi ne guiche discutibile, perchè bisogna stare
E amo tutte le necessarie informazoni, ecc
, jo dico, ma allora non è che fin che non abbia
163
mo le necessarie infomazioni po mo partire al 50%.
Fin che non abbiamo le necessarie informazioni non par-
tiamo. Questo è il discorso che faccio io. Perlomeno que-
sta mi sembrava anche una presa di posizione del presi-
dente della Giunta, mi sembrava, non vorrei che fosse so-
lo limitato al periodo particolare in cui fu fatta la comu-
nicazione, ma io credo che su queste cose abbiamo una
responsabilità tremenda, perchè nel caso di un incidente
che comprende un’area di 80 chilometri attorno alla cen-
trale di Caorso, noi abbiamo che si riflette questo proble-
ma di intervento, su un’area che è una delle zone produt-
tive centrali del nostro paese, per quanto riguarda, per
esempio, la produzione di latte, per quanto riguarda, ad
esempio, la produzione di formaggi, e altri prodotti im-
portanti dell’alimentazione e quindi anche con riflessi ol-
tremodo gravi. Io credo che noi non abbiamo ancora co-
scienza di cosa significi avere Caorso nella nostra regio-
ne, anche se il problema, come ho detto prima, non è solo
della regione Emilia, ma anche della regione Lombardia
e riguarda anche la politica nazionale, ma insomma non
abbiamo ancora coscienza, se è vero, come è vero (io, per
esempio, ho presentato una interpellanza proprio due mi-
nuti fa) che nella legge regionale 18-5-1979 n. 14, sulla for-
mazione del piano sanitario regionale non vi è alcun se-
gno che la presenza di Caorso sia stata tenuta nella ben-
chè minima considerazione, tanto che non è stato neppu-
re previsto a Piacenza, pe esempio, un reparto ospedalie-
ro di ematologia con posti letto, nè un servizio di genetica
medica.
Ecco, io chiedo se queste esigenze organizzative, che ri-
guardano poi la revisione del piano di emergenza, tutte
queste cose che noi vogliamo concretamente mettere an-
che su una base più scientifica e non lasciata ai burocra-
ti, al capo dei vigili del fuoco o che so io, che magari sono
importanti anche loro, ma non possono certamente esse-
re alla base della redazione di un piano di emergenza, ec-
co se noi non dobbiamo anche pensare al fatto che abbia-
mo Caorso, al fatto che possono essere incidenti della
portata che sappiamo, e quindi anche se sul piano delle
nostre attrezzature sanitarie non dobbiamo prevedere
cose di questo genere.
TRIOSSI: La risposta la sai, Coniglio. Perchè hai fatto la
interpellanza? Hai approvato anche tu in commissione
164
una delibera nella quale abbiamo commissionato un pia-
no d'emergenza sanitario proprio per questo...
CONIGLIO: Va be”, io ti ho detto che nel piano sanitario
questo non c’è.
TRIOSSI: Il documento è già stato elaborato da una Com-
missione presieduta dal professor Manni.
CONIGLIO: Va bene, ma tu capisci che un consigliere so-
o nell’ambito di una regione che interviene su tutta una
serie di questioni, può anche non essere al corrente. Le
interpellanze si fanno anche apposta. Tu mi dirai che hai
atto tutto e io sono ben lieto di darti atto; mi dichiarerò
soddisfatto se tu mi dici che queste cose le hai fatte.
Vorrei concludere, signor presidente, proprio tornando
al punto della questione di fondo che ci viene sottoposta
con la mozione.
o credo che una serie di richieste che sono contenute e
nella comunicazione del presidente Turci e anche nella
mozione siano richieste che debbano essere sostenute e
sostenute anche con una presa di posizione della Regione
contraria all'apertura della centrale di Caorso anche al
50%. Tanto più che l'Enel e il Cnen, ma soprattutto
"Enel, hanno atteggiamenti, nei confronti degli enti loca-
i e nei confronti dei sindacati dei lavoratori, che vanno
profondamente stigmatizzati.
Secondo, che esiste la necessità, su una materia che è
completamente sottratta agli enti locali e alla regione, di
una iniziativa legislativa. Questo concetto l'avevo lancia-
to anche in occasione della riunione che facemmo subito
dopo l'incidente di Harrisburg; esiste la possibilità per le
regioni interessate agli insediamenti nucleari, ma direi
anche per tutte le altre regioni, di avanzare una proposta
di legge nazionale delle regioni per chiedere un coinvolgi-
mento preciso degli enti locali, delle regioni, per quanto
riguarda la politica degli insediamenti nucleari, pur te-
nendo presente la nostra posizione nettamente contraria
alla scelta nucleare. Io credo che in questa maniera noi
diamo forza anche a un nostro ruolo. Se noi oggi cediamo
su questo punto, sul punto che intanto la centrale può
partire al 50%, perlomeno, senza una presa di posizione
nostra, noi indeboliamo ancora la nostra posizione, non
assumiamo una posizione responsabile nei confronti
165
delle masse popolari, delle popolazioni di quelle zone, so-
prattutto poi ci mettiamo in contraddizione perchè chie-
diamo una verifica profonda, sulla base dell'incidente ad
Harrisburg. una verifica scientifica, dei dati precisi, e
nello stesso tempo non diciamo no all’inizio dell'attività
della Centrale di Caorso, senza avere ancora padronanza
e conoscenza di queste cose.
Io credo che questo sia un atto di leggerezza estremo, un
atto di irresponsabilità, mi permetto di dire, che dimo-
stra ancora una subalternità delle forze della maggioran-
za e della Giunta alla scelta che già fecero nella discussio-
ne del piano energetico nazionale quando accettarono la
scelta nucleare e la scelta di proposte da Donat Cattin per
otto centrali elettronucleari. Ecco, io non credo di dover
aggiungere altro.
Ho esposto la mia posizione, ma poichè adesso si dice che
forse la conclusione viene cambiata, dichiaro che, siamo
sempre aperti per vedere appunto a quali conclusioni si
può giungere, ma se la conclusione è quella contenuta
nella mozione il mio voto sarà contrario.
dea «= <<:
Dibattito sulla legge per la occupazione
giovanile del 30/9/1977
Signor presidente, colleghi già in questa sede abbiamo di-
scusso in maniera anche abbastanza precisa, sulla legge
dell'occupazione giovanile.
Questo provvedimento di legge considera congiunturale
e non strutturale la disoccupazione giovanile, una disoc-
cupazione di massa e ormai prevalentemente intellettua-
le.
Secondo noi questa legge segna un grave regresso rispet-
to alle conquiste operaie degli ultimmi anni, sancite an-
che nello statuto dei lavoratori, nelle lotte per l'avanzata
di un controllo operaio sulla produzione, sull'ambiente e
sull’organizzazione del lavoro e — secondo noi — si coll
ga alla necessità del fronte padronale delle imprese di r.
costituire margini di profitto e di potere sui lavoratori
con la flessibilità della forza — lavoro, attraverso, come
abbiamo detto, la creazione di un doppio mercato di lavo-
TO.
n questo senso è vero quanto si dice nella relazione sulla
strutturalità del fenomeno. È vero. Questa mattina, mi
are, sia lo stesso Truffelli sia Gualtieri rilevavano che
‘analisi sembrava più un'analisi di forze alla sinistra del
PCI che un'analisi fatta all'interno del PCI e notavano ef-
fettivamente una contradditorietà fra l’analisi fatta e il
quadro, le proposte politiche del Partito comunista, sia
per quanto si riferisce all'accordo di governo, alla pro-
grammazione e alla collaborazione con la Democrazia
cristiana.
La relazione riconosce la strutturalità del fenomeno del-
a disoccupazione, legato proprio alle caratteristiche che
oggi ha lo svilupo del sistema capitalistico a livello inter-
no e a livello internazionale, alle necessità di ristruttura-
zione che vi sono da parte del padronato nel nostro paese
che tendono a ridurre la base produttiva, che collocano
’economia nazionale in un quadro di subalternità
nell’area capitalistica e avendo appunto come obbiettivo
questa disoccupazione di massa come recupero di potere
e, come dice giustamente la relazione, in questo quadro
andando anche ad un ulteriore deterioramento dell’appa-
rato produttivo in quanto, evidentemente, si rinuncia a
tutto quello che è politica di investimenti, di ricerca, di
167
tecnologie avanzate, eccetera. Non a caso poi, sapendo
questo, nell’accordo di governo al primo punto c’è l’ordi-
ne pubblico, perchè è evidente che andando verso una
prospettiva di questo genere l’unica condizione, di fronte
ad esplosioni, a lotte che non possono non esservi, è poi di
cercare di ottenere questo con una politica di repressione
e di ordine pubblico.
In questo senso è vero che il calo dell'occupazione è nega-
tivo nel quadro attuale, cioè è sempre negativo, ma nel
quadro attuale assume delle caratteristiche particolar-
mente negative perchè appunto si lega all'aumento degli
squilibri settoriali e zonali, fra nord e sud, fra agricoltu-
ra e industria, alla crisi nei settori della ricerca, delle in-
novazioni tecnologiche e si aumenta quindi quel distacco,
quello iato che c’è fra qualificazione, quindi ruolo della
scuola, e offerta di lavoro a tale livello di qualificazione.
Poichè questa logica è evidente allora si capisce anche
perchè si tenta di introdurre questa divisione del merca-
to del lavoro come appunto si opera con questa legge,
mentre non si controlla nulla (e direi che è l’altra faccia)
dei fenomeni di fondo quali sono quelli del lavoro nero,
del doppio lavoro, sviluppatissimo in una zona come la
nostra, e che arrivano a posizioni, accettate anche da par-
te del PCI, di valorizzazione del dato di decentramento
produttivo. Abbiamo assistito a queste dichiaraizoni fat-
te da esponenti del PCI all’interno della commissione
programmazione, sull’incalzare del collega Menziani il
quale diceva che in fondo bisogna anche stare attenti a
condannare il lavoro a domicilio e fenomeni di decentra-
mento perchè — lo diceva anche Truffelli questa mattina
— assicura una certa elasticità e sono caratteristici an-
che del tipo di sviluppo che si è avuto nella nostra regio-
ne.
Credo che su questi aspetti occora evidentemente fare
chiarezza. La spinta poi alla richiesta nominativa fatta
dalla Confindustria è emblematica dell'ulteriore attacco
che si vuole sferrare alle conquiste del lavoratore e come
esigenza di recuperare un potere assoluto di dominio in
fabbrica e fuori e battere posizioni che sono venute avan-
ti in questi anni a livello del movimento operaio.
Questa richiesta nominativa significa mandare a monte
tutte le graduatorie, partire dalle esigenze che vi sono nei
diversi strati giovanili per quanto riguarda le loro condi-
zioni complessive, significa reintrodurre criteri di sele
168
zione clientelari, discriminazioni politiche, eccetera. _
Quindi è vero; c'è questo distacco profondo fra la analisi
che si fa nella relazione, il giudizio sulla legge, 1 accordo
di governo e il programma regionale. — re =
Credo che — e qui rientriamo in discorsi che ci siamo già
fatti in questa sede e anche ieri accennati nel dibattito
sulla variazione al bilancio — credo che non si abbia il co-
raggio di trarre le dovute conseguenze che derivano da
una analisi del genere, che io considero corretta, che so-
no conseguenze da trarre sul piano delle scelte da far sia
livello della collocazione internazionale del nostro paese,
nell’area capitalistica e nell’area comunitaria e, quindi,
con conseguenti scelte di politica interna nel nostro pae-
se. Truffelli questa mattina riprendeva, capiva questo di-
scorso e diceva «ma noi dobbiamo rimanere in un merca-
to libero», cioè ribadiva il discorso del sistema aperto,
della non autarchia, cioè se noi vogliamo rimanere in un
sistema aperto di un mercato libero. to
Noi contestiamo questo. Sembra che qui ci siano dei vin-
coli internazionali immodificabili, come se non ci fosse
una via di mezzo ed esistesse solo in termini drastici un
prendere o lasciare, cioè o si è autarchici o si è in un mer-
cato libero che significa poi mercato dominato e diretto
con le logiche ferree dalle conomie più forti: dagli Stati
Uniti e dalla Germania. -
Per esempio due anni fa mi ricordo che contro le attuali
scelte politiche agricole in sede di Mercato Comune ebbe
qualche parola di condanna anche La Malfa, e sappiamo
chi è La Malfa...
VOCE: Chi è?
CONIGLIO: È un esponente del capitalismo «agnelliano»,
rosso padronato italiano. rn
Su Siruali politiche a livello della divisione capitalisti
ca internazionale, quindi delle logiche delle economie più
forti, del mercato comune e della CEE impoveriscono
produttivamente il nostro paese, accentuano tutti gli
squilibri, che sono sempre più in crescita, TETTO
disoccupazione e ne fanno un fenomeno di massa, anche
a livello di disoccupazione intellettuale, non si capisce
perchè non si debbano contrattare livelli diversi co-
struendo margini di autonomia sufficiente per certe pro-
duzioni e ricerche nel nostro paese, andando all’equili-
169
brio fra i settori, creando maggiore corrispondenza fra la
scuola, la qualificazione e il mercato del lavoro, andando
anche ad una politica di riduzione di orari di lavoro in
una serie di settori e di controllo democratico di fenome-
ni che ci sono e che debbono essere colpiti, come il dop-
pio lavoro, sull’utilità precoce che poi va a coprire altri
posti di lavoro sottratti ad altra mano d'opera. Questa è
tutta una serie di fenomeni che possono essere controlla:
ti attraverso un processo che è quello evidenziato dalle
lotte di questi anni dove c'era un controllo dal basso, un
controllo in fabbrica, un controllo a livello di territorio
con i consigli di zona allargati ai disoccupati, agli studen-
ti. Cioè questo è il modo per colpire certi fenomeni e mu-
tare gli orientamenti che vi sono.
Questi sono i nodi di fondo ed è inutile che noi ci prendia-
mo in giro; se non si affrontano questi nodi la situazione
diventerà sempre più grave e lo scontro frontale fra le
masse giovanili e lo Stato si farà sempre più pesante con
la sconfitta, che sarà sconfitta della sinistra, se non si
prende coscienza di questa situazione, della sinistra la
cui ala storica importante è inserita in una logica che è
una logica perdente. Cioè se non si ha la forza di mettere
in discussione tutto ciò siccome vediamo che c’è una scis-
sione secca fra analisi e proposte politiche, significa, alla
fine, andare verso prospettive perdenti.
r venire al piano della Regione. Il piano della Regione
sembra una via di mezzo fra una proposta illusoria e un
rogetto faraonico. Il piano è particolareggiato negli in-
dirizzi di utilizzo dei fondi, è velato però nella logica poli-
tica di fondo. Che cosa vuol dire? La prevalenza data ai
contratti di formazione lavoro, la sottolineatura data alla
scelta dei giovani non corrispondente al titolo di studio e
per il settore dell'agricoltura sonò significative di questo
aspetto di logica politica; il velo demagogico è quello del-
a ricomposizione fra lavoro manuale e lavoro intellet-
tuale, cioè il laureato che fa l'operaio, il cittadino che va a
avorare in campagna rifiutando l'ideologia del lavoro
impiegatizio come superiore a quello manuale e quello
del lavoro in città superiore al lavoro in campagna.
Gli effetti, nella sostanza, possono essere gravi: cioè vi
può essere, attraverso questo discorso, la tendenza
all'eliminazione del valore legale del titolo di studio, che
è da respingere perchè porta allo svuotamento di fatto
delle scuole pubbliche, favorendo l'eliminazione del con-
170
trollo pubblico a favore di quello privato, incontrollabile
e padronale, della formazione delle figure professionali,
prefigurando così un tipo di struttura della scuola estre-
mamente negativo e avviando una riforma della stessa di
‘atto. È bene pensare a questi aspetti. A
AI di là della demagogia, i contratti di formazione lavoro
sono lavoro precario e, come tale, rappresentano di per
sè un rafforzamento del mercato di lavoro precario finan-
ziato dello Stato, alternativo a quello stabile.
contratti di formazione lavoro sono da effettuare solo se
è garantita l'assunzione stabile, ma questo non è detto
nella relazione. Il fatto di avere, alla fine, una qualifica
non porta all'assunzione, come sostiene la Regione, dimo-
strando una illimitata fiducia nel padronato. deci
La Regione deve schierarsi con i lavoratori e quindi so-
stenere questi in modo deciso. L'ultimo documento della
Confindustria sostiene in modo aperto l'utilizzo dei gio-
vani per lavoro precario a loro discrezione. Quindi su
questo c'era anche una presa di posizione (lo discutemmo
anche l’altra volta) del sindacato, qui la regione se ne è di-
menticata della posizione del sindacato in sede regionale.
Il lavoro a tempo indeterminato è subordinato alla situa-
zione economica che se rimane così non lo permette e, co-
munque, la quantità proposta è compresa nel turn-over.
Inoltre si dà credito alla tesi padronale di difficoltà crea-
te dalla mancanza di mano d'opera qualificata; nel primo
caso ci si deve chiedere che cosa si fa se la situazione si
aggrava e deve essere combattuta una battaglia per l oc-
cupazione comunque. Inoltre coprendo parte del turn-
over non si risolve nessun problema, solo lo si rimanda
agli altri disoccupati, con il rischio anche di mettere gli
uni contro gli altri. vw
Oltre al fatto della mancanza di mano d'opera qualificata
noi riteniamo che il padronato non sia in difficoltà per la
mancanza di questa mano d'opera qualificata (ammesso
che sia in crisi sul serio il padronato, perchè in certi set-
tori è da dimostrare), ma perchè si desidera una mano
d'opera controllabile a piacimento e la qualificazione
professionale di per sè non induce il padronato ad assu-
mere. . i €
Il piano per l'occupazione a tempo indeterminato è del
tutto arbitrario, non è collegato ad un piano economico
che sta andando avanti, è subordinato allo sviluppo eco-
nomico e quindi, in prospettiva, alle scelte del padronato,
visto che la politica dell'ente locale o segue queste scelte
o non incide affatto. È questa la parte più demagogica,
anche se molto limitata.
L'intervento nell’agricoltura è anch'esso campato in aria,
esattamente come i piani di rilancio della stessa che non
siano collegati ad una dura lotta contro le scelte del MEC
e del Governo. Ma questo l’ha detto l'assessore Severi e
quindi è vero; sono parole sacrosante dette dall'assessore
Severi, ma il fatto è che si dicono ma poi nonsi fa niente
perchè, fra l’altro, è all'ordine del giorno anche il dato dei
mille miliardi richiesti e dei duecento che il Governo da-
rebbe per l'agricoltura. Quindi la centralità dell’agricol-
tura è un problema nettamente eluso da questo quadro
politico, da questo accordo di Governo e da questa politi-
ca nella quale il PCI è inserito.
Questi sono i dati. Per potere fare un discorso realistico
sullo sviluppo di una occupazione in agricoltura bisogna
andre contro gli accordi in sede di MEC, perchè le diretti-
ve comunitarie, caro Ceccaroni, le abbiamo discusse am-
piamente in questa sede. Per fare entrare un certo tipo di
aziende a fruire dei contributi l'assessore Severi ha dovu-
to fare i salti mortali e il Governo glieli ha bocciati due
volte; quindi a questo punto sappiamo bene come sono le
questioni.
Il richiamo, inoltre, per quanto riguarda lo sviluppo delle
cooperative in agricoltura e criteri di redditività impedi-
sce di fatto la formazione delle cooperative stesse, perchè
se per avere i finanziamenti bisogna dimostrare di essere
in grado di produrre reddito, significa che verranno favo-
rite le cooperative già esistenti, o cooperative fittizie (tra
l’altro nel settore cooperativo bisogna stare molto atten-
ti), ma non certo quelle di giovani anche volonterosi, che
non hanno possibilità di dimostrare a priori di poter es-
sere redditivi. E poi chi decide se una cooperativa è red-
ditiva o no? Anche qui entriamo in un terreno in cui an-
che i punti di vista differiscono.
Quindi o si rilancia una lotta contro la politica del MEC e
del Governo sull'agricoltura o tutto resta demagogia. Su
queste questioni è bene che non si ingannino i giovani,
perchè l'inganno è la cosa peggiore in una situazione di
disgregazione e di difficoltà quale è quella attuale.
Nei servizi socialmente utili i lavori previsti sono in gran
parte temporanei e, comunque, tutti non per assunzione
diretta della pubblica amministrazione. Ecco, allora che
172
discorso facciamo sula costituzione di cooperative che la-
vorano per gli enti pubblici rispetto all’assunzione diret-
ta da parte degli enti pubblici? Credo che su queste que-
stioni si debba stare molto attenti, perchè un rapporto di
questo genere crea una disparità fra lavoratori che sono
dipendenti dell'ente pubblico e lavoratori dipendenti del-
le cooperative che sono sostanzialmete dipendenti da pri-
vati anche se la cooperativa ha particolari fini, però in so-
stanza è una azienda privata. Quindi questo, con le attua-
li tendenze della spesa pubblica, e qui ieri accennavamo
al Comitato d'intesa e alle logiche della spesa pubblica
che sembrano prevalere nel quadro attuale, significa
creare un rapporto che si pensa — da parte dell’ente pub-
blico — di andare a rescindere quando non serve più,
creando minori problemi certamente in quanto si pensa
che — essendo ditte private — queste possano risolvere
più facilmente il problema.
Credo che questo sia sbagliato; credo che per servizi so-
ciali di base, penso per esempio agli asili nido e ad altri
settori, questi debbano essere dipendenti pubblici a tutti
gli effetti; non si possono assolutamente creare coopera-
tive e forme privare per lavori di questo genere senza get-
tare i lavoratori a tempo indeterminato contro quelli a
tempo determinato creando una situazione, sul piano po-
litico e sindacale, esplosiva, con conseguenze gravissime.
Per cui su questo problema invito chiaramente la Giunta
arimediare la scelta perchè è una scelta, a nostro parere,
negativa.
Se tutti i servizi debbano essere pubblici è una vecchia te-
matica che abbiamo discusso molto qui a Bologna.
Credo che se si marciasse in una situazione di sviluppo
questo problema potrebbe avere anche un tipo di decan-
tazione diverso; in una situazione di questo genere il pro-
blema diventa evidentemente più grave da affrontare, pe-
rò credo che per servizi sociali fondamentali, nel campo
soprattutto dell'educazione, delle scuole, degli asili, ecce-
tera, queste disparità non debbono assolutamente essere
costruite. Quindi noi che cosa diciamo? Per il contratto
di formazione lavoro, detto questo e concludo, noi chie-
diamo almeno due condizioni, cioè la garanzia dell’assun-
zione al termine del contratto, come previsto dal proto-
collo regioni-sindacati all’inizio di anno; non cedere asso-
lutamente e se il Governo modifica la legge è veramente
una sconfitta della classe operaia e delle sue conquiste di
questi anni; non cedere sul terreno delle richieste nomi-
native ma battersi per una gestione sempre più democra-
tica e collettiva del collocamento. E poi, un'altra condi
zione, è che questa formazione serva effettivamente e
quindi sia controllata dai lavoratori della fabbrica e dai
giovani e quindi sia una qualifica riconosciuta e valida.
Io ho fatto queste osservazioni; mi pare di essere entrato
anche nel merito del provvedimento che viene messo in
discussione; credo che su alcune questioni la giunta deb-
ba dare delle risposte precise.
Diepr a: Ascro come dadini!
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CL de
Dibattito del 28/10/1977
sul canone sociale
Signor presidente, colleghi, con questo provvedimento
affrontiamo un problema di grande importanza che an-
che in altre occasioni abbiamo avuto modo di accennare
in questa sede: il problema dell'uso sociale di un patrimo-
nio pubblico di edilizia residenziale (in questo caso patri
monio pubblico degli Istituti autonomi per le case popo-
lari), in una recente occasione, anche a seguito di una in-
terpellanza che ho avuto modo di fare sul problema
dell'uso del patrimonio residenziale di proprietà dei Co-
muni, degli Ospedali, delle Opere pie. Un patrimonio no-
tevole che, messo assieme a quello degli istituti autono-
mi, può permettere una certa politica della casa a favore,
soprattutto, degli strati sociali meno abbienti.
Ho avuto modo di lamentare, il ritardo politico delle
maggioranze che hanno diretto la nostra regione e il no-
stro comune di Bologna, in particolare, nell'affrontare
con criteri sociali il problema di questo patrimonio pub-
blico.
È chiaro che una politica della casa nel nostro paese non
può passare solamente attraverso l’uso sociale del patri-
monio pubblico; è evidente — affrontando questo proble-
ma — che una vera volontà politica da parte delle forze
che si impegnano su questa strada può essere realizzata
solo se si lotta, contemporaneamente, per ottenere l’equo
canone per quanto riguarda la generalità degli alloggi di
proprietà privata nel nostro paese e, soprattutto, ad
esempio, se ci si impegna, cosa che non è mai stata fatta
nella nostra regione, a differenza di altre città, per esem-
pio per quanto riguarda il problema degli alloggi sfit
applicando già norme di legge che consentono di requisi-
re gli alloggi sfitti e darli in affitto a chi ha bisogno della
casa.
È evidente che occorre un contemporaneo impegno su
tutte queste questioni, e io ho motivo di avere seri dubbi
per la passata politica fatta dalle maggioranze in questa
regione, e debbo dire che mentre in passato, e anche di re-
cente, su tutta una serie di questioni si era trovato anche
un punto di incontro, su una cosa però non sono mai riu-
scito a trovare un impegno che potesse avvicinarmi alle
posizioni della maggioranza e cioè sulla politica della ca
176
sa, sulla politica urbanistica. Questo anche negli anni
dell'espansione, in cui positivo è stato lo sviluppo dei ser-
vizi sociali fatti dal comune di Bologna, ma il vuoto era
sempre lì, nella politica della casa, che è poi scoppiato
nel modo che sappiamo, sollecitato dalla situazione della
domanda non corrisposta degli strati meno abbienti, dal
problema degli studenti, dei pensionati, eccetera. Su que-
sto proprio c’è il vuoto. Quindi io ho e mantengo seri dub-
bi su questa volontà politica, seri dubbi che mi derivano
poi anche dal tipo di scarso impegno che oggi vi è, e sul
problema della requisizione degli alloggi e sulla battaglia
che si conduce sull’equo canone, nel quadro del colpo di
mano portato avanti dalla democrazia cristiana, dalle de-
stre, dal Partito repubblicano dell'aumento della rendita
al 5% con il regalo di migliaia di miliardi, se passa, alla
proprietà edilizia, e quindi con una situazione sociale che
possiamo benissimo immaginare.
Comunque, di fronte al provvedimento in oggetto innan-
zitutto vi è un scarsa volontà, che del resto avevo già sot-
tolineato nella replica a
rini, di estendere la normativa al restante patrimonio.
Vi fu allora una definizione generica dell'assessore Bac-
carini che viene ripetuta tale e quale qua; quindi per
quanto riguarda il patrimonio delle Opere pie, degli
Ospedali e di altri enti pubblici su questo non c'è nessun
impegno preciso neanche di dire quello che si può fare,
cioè ad es. una anagrafe della situazione, l'intervento del-
le commissioni di quartiere, cioè anche prefigurare che
tipo di direzione svolge la regione, che cosa intende fare;
su questo non c'è niente e quindi le cose continueranno
ad andare come sono andate fino ad oggi.
Per quanto riguarda il provvedimento e l’uso del patri-
monio dell’IACP credo che è un fatto grave che si inter-
venga solo oggi, cioè è un fatto grave per esempio che
persone che avevano chiesto l'alloggio pubblico non ne
abbiamo potuto usufruire fino ad oggi, è un fatto grave
che sia stato possibile per certe persone continuare ad
abitare questi alloggi avendo superato quel dato reddito,
quelle condizioni economiche che permettono appunto la
permanenza dentro questi alloggi; il che dimostra che fi-
no ad oggi si è fatta una politica non sociale, a questo ri-
guardo. Sappiamo attraverso quali traversie è passato
l’IACP, dalle vecchie gestioni democristinae e socialde-
mocratiche di stretto stampo clientelare, però vediamo
177
che dei grandi passi avanti, perlomeno in passato, non se
ne sono fatti, fino a questo programma che evidentemen-
te accoglie una spinta e una lotta che in un certo qual mo-
do è venuta avanti.
Mentre noi diciamo che per quanto riguarda il patrimo-
nio pubblico tutto deve essere gestito in maniera traspa-
rente come una casa di vetro, si deve potere avere un con-
trollo democratico di tutto quello che succede per questo
patrimonio, di chi ci sta dentro, così come vogliamo un
controllo democratico e trasparente per quanto riguarda
le situazioni di reddito di tutti i cittadini, noi compresi,
tutti. Cioè ci deve essere chiarezza e controllo dal basso
su tutto, sull'uso del patrimonio sociale, pubblico, sul
reddito che ciascuno di noi ha, sulle reali condizioni 0
meno per abitare in determinate situazioni. Credo che
queste cose dobbiamo cominciarle a dire perchè eviden-
temente altrimenti rimangono lettera morta anche i buo-
ni propositi, cioè le buone normative, perchè credo che il
fine che questo provvedimento si propone è un fine — a
mio parere — valido, quello appunto di fare si che questo
patrimonio pubblico sia gestito socialmente dalle perso-
ne che ne hanno diritto e sia usufruito dalle persone più
bisognose e che quindi questo discorso della gestione
pubblica sociale, questo discorso della mobilità, a secon-
da delle esigenze che i cittadini e le famiglie hanno, vada
avanti. C'è, per esempio, il discorso della mobilità per chi
ha degli standards superiori alle proprie esigenze che de-
ve andarsene da quell’alloggio, andare in un alloggio più
corrispondente alle sue esigenze, e credo che in questo
senso occorra una forte determinazione politica perchè
anche le penalità che sono state messe per chi vuole man-
tenere, anche a seguito della proposta fatta dall'Istituto,
un alloggio che è superiore a quelle che sono le sue esi-
genze, le penalità non sono molte alte, se andiamo a con-
siderare le situazioni di reddito che possono esserci in
certe famiglie e gli affitti che ci sono fuori. Cioè rendia-
una forte gestione demo-
moci conto anche che occorre
cratica di questi provvedimenti.
Credo che su questo terreno si misuri appunto la volontà
politica della maggioranza e di coloro che dovranno ge-
stire in prima persona questi problemi.
Per quanto riguarda le proposte che qui vengono fatte,
per quanto riguarda l'articolazione del provvedimento
penso che il meccanismo sia sostanzialmente valido, nel
178
one il discorso dell’applicazione del 10% alle varie
sce di reddito sembra giusto, cioè si fissa un criterio —
per noi, ad esempio, questa è una proposta che elaboram-
Rorcome gruppo parlamentare e che poi non abbiamo
po avanti RO proprio di ancorare l’affit-
ear 0% de reddito credo che ancorare l'affitto soprat-
utto di edilizia pubblica al 10% del reddito sia un crit
rio giusto perchè si sottolinea la socialità, cioè l'abitazio.
pgeome servizio sociale, portandolo fuori dal discorso
lel mercato e quindi richiedendo un impegno pubblico in
duesto settore che nel nostro paese non c'è. Si costruisce
il 3% rispetto ad altri paesi capitalistici avanzati dove sè
il 25/30/35% 40 o 50%, e credo che sulla casa occorra f: SE
una politica prevalentemente pubblica. Che cosa snioligr
re questo? Vuol dire che se io ho un reddito molto alt i
spetto ad altri redditi e pago il 10% del mio reddit 0,
poi la fiscalizzazione diretta che percepisce da me sù 5
pacata ata con un controllo democratico e a
3A otta alle evasioni, percepisce da me quei fondi che in
lefinitiva vanno ad incrementare tutta una serie di servi
gi sociali tra cui metto la casa e i trasporti che, PSE,
med cspone = dati a prezzo politico e debbono usci-
S giche di costi e ricavi perchè servizi sociali prima-
I quali fra l’altro, secondo noi, debbono essere alla base
di uno sviluppo economico diverso, cioè alternativo *
imm de abbiamo avuto fino ad oggi e che ci A
t attuale crisi, e che quindi deve vedere un gros-
giome di investimenti pubblici, e TERA
pene paro posto a fare questo, credo che i servizi so-
cd reggono dati a questi prezzi e essere sostenu-
Eescp: ia imposizione fiscale diretta forte-
e Singue credo che il eianio debba essere questo, cioè
Ù Ita che si fissano le 5/6 mila lire, che è veram
rico (è come il trasporto pubblico a 50 lire), il pre:
ema è che si deve intervenire su pensioni che sono a li
o neanche della sopravvivenza. Non è che il correttivo
A e atrodonio gu; qui mi interessa fissare un
erio che caratterizzi la casa, soprattutto la casa di
proprietà pubblica come servizio sociale e questo crit
rio ancorato al 10% del reddito mi sembra un criteri Fs
cettabile. Caro
In questo senso credo che il meccanismo che qui viene
179
proposto sia valido ma che il problema sia, come dicevo
prima, quello della gestione politica, e da troppi fatti io
mi permetto di sollevare i dubbi sulla traduzione concre-
ta nel senso che effettivamente questa proposta serva a
gestire socialmente questo patrimonio, a mandare via co-
loro che non hanno diritto di stare lì, e quindi per questo
il discorso va collegato alla battaglia più generale perchè
questa gente che viene mandata via deve poi trovare la
possibilità sul mercato di avere case ad affitti non specu-
lativi come ci sono oggi, e di garantire la mobilità inter-
na, cioè che ciascuno abbia la possibilità di usufruire di
questo patrimonio a seconda delle esigenze familiari, dei
nuclei familiari che vi sono.
In questo senso credo ci sia una forte istituzionalizzazio-
ne. Che cosa intendo dire? Intendo dire che i termini del
controllo dal basso sono scarsamente prefigurati anche
nelle proposte di gestione che qui vengono fatte. Non vo-
glio fare sul SUNIA il discorso che ha fatto Forcione, per-
chè il SUNIA sappiamo benissimo chi è, si potrà essere
d'accordo o meno sulle sue scelte e sui suoi contenuti, pe-
rò il SUNIA è oggi il sindacato più rappresentativo
dell’inquilinato, è collegato alle federazioni sindacali e
gindi lo conosciamo bene. Il problema è che qui deve es-
sere dato più spazio ad altre organizzazioni di inquilini e
coinvolgere maggiormente gli enti locali, e anche qui cre-
do che la scelta sia limitativa, questa articolazione del
controllo, sia per quanto riguarda gli utenti, sia per
quanto riguarda anche la realtà circostante, cioè la rap-
presentanza degli enti locali e dei quartieri, debba essere
articolata con maggiore presenza e maggiori garanzie.
Ecco, quindi non so, la sostanza mi pare di averla detta.
Io ritengo che il meccanismo sia valido; ho seri dubbi, e li
ho espressi, sulla gestione politica, e quindi attendo una
verifica in questo senso; credo che nonsi possa estendere
meccanicamente questo criterio ad altri enti, perchè cre-
do sia difficile estendere (va bene che la Giunta ha preso
solo un impegno generico) a proprietà di altri enti i crite-
ri che sono qui. Io vi invito a farlo però bisogna pensarci,
nel senso che ci sono situazioni di standard, di edifici di-
versissime (proprietà di Opere pie, palazzi antichi, came-
roni enormi), bisogna studiare standard di tipo diverso.
Però credo che anche su questo siamo in ritardo e sottoli-
neo questo ritardo da parte della Giunta.
Queste sono le osservazioni che volevo fare e ritengo di
non dovere aggiungere altro.
180
Progetti di legge
Nel corso di questi cinque anni sono stati presentati dal
consigliere Coniglio otto progetti di legge su temi attorno
ai quali si erano sviluppate iniziative di gruppi a livello di
base: è il caso dei progetti di legge per il Parco dell’Ac-
quacheta (Forlì), frutto del lavoro di un gruppo di compa-
gni della zona che, da tempo, lavorano in una comunità
agricola, come pure quello per un programma per la di-
vulgazione e la sperimentazione di tecniche agricole bio-
logiche. presentato insieme al capogruppo del PSI dopo
incontri con gruppi di ecologisti e per loro espressa ri-
chiesta. Analoga cosa si può dire per il progetto su norme
per l'utilizzazione dell'energia solare in Emilia-
Romagna.
Altri progetti di legge sono invece rivolti a problemi di
grande interesse generale e di estrema attualità, quali
quello sull’utilizzazione degli alloggi sfitti, quello sulla
disciplina dei referendum abrogativi e consultivi, e, ulti-
mi in ordine di tempo, quello a favore dei cittadini handi-
cappati per l'eliminazione delle barriere architettoniche
e quello per la istituzione del Collegio per la difesa civica
in Emilia Romagna.
Alcuni di questi progetti di legge non hanno trovato una
soluzione positiva nel dibattito in Consiglio regionale, tra
questi quello sull'utilizzazione degli alloggi sfitti o solo
parziale come quello sull'abrogazione della legge regio-
nale 9/8/74 n. 38 e norme interne di elaborazione giuridi-
ca della regione. Altri non sono stati ancora discussi e so-
lo quello sui referendum ha trovato per ora una positiva
soluzione, anche se con modifiche frutto della discussio-
ne tra le diverse forze politiche.
Crediamo comunque importante pubblicare tutti i prc
getti di legge, sperando che quelli non ancora discu
trovino una positiva accoglienza nella nuova legislatura
regionale.
ABROGAZIONE DELLA LEGGE
REGIONALE 9 AGOSTO 1974, N. 38,
E NORME IN TEMA DI
ELABORAZIONE GIURIDICA DELLA
REGIONE EMILIA-ROMAGNA
RELAZIONE
La costituzione di un ente regionale apposito, quale l’Isti-
tuto di studi giuridici, per l'elaborazione e la formazione
di una cultura e di una documentazione giuridiche regio-
nali, non fu vista da noi benevolmente fin dal tempo della
istituzione medesima. Si riteneva infatti più giusta la
scelta di svolgere — diversamente — tali attività diretta-
mente come Regione, istituendo efficaci rapporti con le
organizzazioni della società civile e con le Università, in
tal modo contribuendo altresì a rompere la «separatez-
za» degli istituti universitari dal tessuto sociale e dalle
realtà pubbliche con particolare riferimento agli enti lo-
cali elettivi e alla Regione. Era da temersi che l’Istituto di
studi giuridici si rinchiudesse negli ambienti universita-
ri, restando slegato da quel contatto con le formazioni so-
ciali che la legge istitutiva stessa prevedeva come neces-
sario; ciò che purtroppo è nei fatti accaduto, l'Istituto ri-
manendo appannaggio di poche componenti accademi-
che
Più che a incontri «a metà strada», come quelli postulati
da tale Istituto, con risultati oltretutto non molto validi,
pensavamo allora e pensiamo oggi — con questa propo-
sta di legge — ad un confronto più serrato e ad imposta-
zioni di lavoro comuni, realizzando positivamente — con
un rapporto di «interazione» — forme di eventuali inte-
grazioni fra Regione da un lato e istituti o facoltà univer-
sitarie dall'altro, in modo da contribuire alla democratiz-
zazione della stessa Università.
Va detto inoltre che lo spirito dei decreti attuativi della
legge n. 382 del 1975 induce, tra l’altro, a snellire il più
possibile l'apparato regionale, in primo luogo pertanto
con la massima riduzione degli enti strumentali della Re-
gione.
Ambedue queste ragioni consigliano la soppressione
dell'Istituto regionale di studi giuridici. Mentre va rico-
183
nosciuta valida tuttora una funzione della Regione
nell’ambito della promozione di una cultura giuridica
pienamente partecipe del processo di rinnovamento de-
mocratico del Paese e di sviluppo delle autonomie locali.
Nel progetto di legge che si presenta, pertanto, la sop-
pressione dell'Istituto di studi giuridici (primo comma
dell'art. 1 e art. 6) è stata accompagnata con la predispo-
sizione di norme che indicano analiticamente le funzioni
relative all'elaborazione giuridica regionale e alla forma-
zione della cultura giuridica predetta, oltre al metodo di
svolgimento di tali funzioni e all'indicazione di alcune li-
nee di attività in argomento (artt. 2 e 3). Tali funzioni sa-
ranno, come è ovvio, esercitate direttamente dalla Regio-
ne, tramite la Giunta regionale e secondo gli indirizzi
col controllo del Consiglio.
Sempre allo scopo di cui sopra, le norme relative alla
soppressione sono state accompagnate dalla previsione
(art. 4) di una Sottocommissione della Commissione con-
siliare «Bilancio e affari generali», che dovrà seguire lo
svolgimento di tali attività, oltre che dalla prescrizione di
una periodica relazione della Giunta in argomento. Esse
sono state accompagnate inoltre (art. 5) dall’istituzione,
presso l'Assessorato Affari istituzionali e legali, di un Uf-
ficio Legislativo della Giunta. È infatti perlomeno assur-
do che, dovendo le Regioni essere enti di legislazione e
programmazione, la Giunta della Regione Emilia-
Romagna manchi, come manca, di un proprio ufficio legi-
slativo, dal momento che allo stato attuale essa è prov
sta soltanto di — pur qualificati — consulenti esterni,
che svolgono la propria opera pertanto con carattere di
saltuarietà.
A proposito dell'Ufficio Legislativo della Giunta, ne è pi
vista piuttosto analiticamente la composizione, nella spe-
ranza che tali disposizioni possano presto integrarsi con
quelle, più generali e per moltissime ragioni estrema-
mente necessarie, dell’inquadramento funzionale di tutti
gli uffici. È disposto altresì un collegamento organico tra
l'Ufficio Legislativo della Giunta e ‘gli Uffici Studi Legi-
slativi e Documentazione del Consiglio, di cui all'art. 15
dello Statuto regionale.
L'ultimo comma dell’art. 5 disciplina poi le consulenze in
materia giuridica della Giunta, affidandone il controllo
alla Sottocommissione dell’art. 4.
Per quanto concerne le disposizioni finanziarie, l’art. 7
184
prevede che la Giunta ne faccia proposta al Consiglio en-
tro 40 giorni dall'entrata in vigore della presente legge, e
cioè entro 10 giorni dal termine massimo entro cui il Pre-
sidente dello scadente Istituto di studi giuridici cons
gnerà formalmente alla Regione i dati economi
dell'Istituto stesso, dati necessari per la previsione di di-
sposizioni di bilancio relative, sostanzialmente, alle me-
desime attività già svolte dall'Istituto di studi giuridici, e
relative comunque in tale ambito ad attività di promozio-
ne dell’elaborazione giuridica.
PROGETTO DI LEGGE
Art. 1
La legge regionale 9 agosto 1974 n. 38, relativa alla «Co-
stituzione dell'Istituto regionale di studi giuridici» è
abrogata.
Le funzioni già proprie del disciolto Istituto, così come
nuovamente individuate nei successivi artt. 2 e 3, sono di-.
rettamente esercitate dalla Regione Emilia: Romi agna,
tramite la Giunta regionale che agisce collegialmente se-
condo gli indirizzi renerali ed il controllo del Consiglio,
come specificato nei successivi artt. 4 e 5.
Art. 2
La Regione Emilia-Romagna, nell’ambito delle funzioni
del comma II dell'articolo precedente, concorre a realiz-
zare gli obiettivi di progresso culturale, civile, giuridico,
economico e ioctale CUDASIAA dallo Statuto regionale, e
comunque nello spirito dello Statuto medesimo, adope-
randosi per la formazione di una cultura giuridica piena-
mente partecipe del processo di rinnovamento democra-
tico del Paese e di sviluppo delle autonomie locali.
In tale prospettiva la Regione Emilia-Romagna si impe-
gna, in primo luogo, a curare la predisposizione più effi-
cace e corretta possibile della normativa regionale. Essa
promuove l'impegno unitario e il confronto di quanti —
nella società e nelle sue organizzazioni, nella pubblica
amministrazione, nelle università, nella magistratura e
nel Foro — intendono dare un positivo contributo alla ef-
185
fettiva attuazione della Costituzione; essa assume così
iniziative di ricerca e di studio per la pieha realizzazione
dei principi sui quali si fonda l'ordinamento regionale e
dell’autogoverno locale, operando nell'interesse non solo
proprio ma anche dei Comuni, delle Province e delle altre
istituzioni locali, rivolgendo prevalente attenzione agli
studi giuridici concernenti le Regioni, gli enti locali terri-
toriali, le autonomie e il decentramento amministrativo,
al fine di una effettiva attuazione dell'art. 5 della Costitu-
zione.
Art. 3
Per la realizzazione degli scopi funzionali indicati dall’ar-
ticolo precedente, la Regione Emilia-Romagna assume
come proprio metodo d'azione un diretto e costante con-
tatto con le formazioni della società e con gli enti, istitu-
zioni ed associazioni che siano portatori di esigenze di
rinnovamento culturale e sociale.
In tal senso, essa intraprende rapporti con i Comuni, le
Province e gli altri enti locali territoriali, con le organiz-
zazioni sindacali, con gli organismi cooperativi e con al-
tri enti ed associazioni della società,-con le istituzioni
universitarie e le altre istituzioni scientifiche culturali e
professionali, favorendo il contatto di queste ultime con
le forze popolari che operano nella so Essa stabili.
sce altresì rapporti con gli ambienti giudiziari e forensi,
e con analoghe istituzioni o formazioni sociali che op
no per fini di progresso democratico. Essa elabora, anche
in collaborazione con tutti gli enti, istituzioni ed associa-
zioni sopra menzionati, programmi di studio e di ricerca.
Per raggiungere tali scopi la Regione Emilia-Romagna:
a) predispone nel modo più efficace e corretto gli atti nor-
mativi di propria competenza;
b) promuove e organizza — ove necessario — convegni,
seminari, corsi di aggiornamento, ed altre manifestazioni
di carattere culturale, professionale e scientifico, favo-
rendo la partecipazione agli stessi di studiosi e ammini-
stratori;
c) cura la raccolta di materiale documentario e bibliogra-
fico;
d) promuove e organizza ogni altra utile iniziativa cultu-
rale, nell'ambito della realizzazione degli scopi dell'art. 2
e secondo la metodologia fissata dal presente articolo.
186
Art. 4
È istituita in seno alla Commissione consiliare «Bilancio
e Affari generali», una Sottocommissione permanente,
avente il compito di promuovere, vigilare e controllare
l'esercizio delle funzioni di cui agli artt. 2 e 3.
Tale Sottocommissione è formata da un numero di Consi
glieri non inferiore a 4 e non superiore a 8, nominati dalla
Commissione «Bilancio e Affari generali». Ai lavori della
Sottocommissione stessa sono stabilmente invitati, con
diritto di voto consultivo:
— i rappresentanti delle forze sindacali; )
— i rappresentanti delle forze produttive e di tutti gli or-
ganismi cooperativi;
— i rappresentanti delle Facoltà di Giurisprudenza,
Scienze Politiche ed Economia e Commercio delle Uni-
versità dell'Emilia-Romagna, nonchè i rappresentanti di
altre facoltà universitarie in quanto siano interessati agli
argomenti in discussione; ;
— i rappresentanti di tutti gli altri enti, istituzioni e asso-
ciazioni sociali, culturali e professionali interessati;
— i componenti degli ambienti giudiziari e forensi;
— ogni altro cittadino dell’Emilia-Romagna che si riten-
ga interessato, con gli argomenti in discussione, al pro-
cesso di formazione di una cultura e di un’elaborazione
giuridiche partecipe delle istanze di rinnovamento demo-
cratico del Paese e di sviluppo delle autonomie locali
Nell'ambito delle attività dirette alla realizzazione degli
scopi di cui agli artt. 2 e 3, la Giunta, tramite l'Assessore
agli affari istituzionali e legali, presenta ogni 6 mesi una
relazione al Consiglio sullo svolgimento delle attività me-
desime. Tale relazione sarà preventivamente esaminata
dalla Sottocommissione di cui ai commi precedenti, non-
chè dalla Commissione «Bilancio e affari generali».
Art. 5
La Giunta regionale, per lo svolgimento delle funzioni in-
dicate dagli artt. 2 e 7, si avvale — tramite l'Assessore
agli affari istituzionali e legali — di un Ufficio Legislati-
vo, istituito presso l'Assessorato medesimo, ed avente i
compiti, in primo luogo, di curare la predisposizione il
più efficace e corretta possibile dei provvedimenti nor-
mativi regionali, e inoltre di coadiuvare la Giunta — ove
187
da essa richiesto — per l’esercizio delle funzioni di cui
agli artt. 2 e 3.
‘ale Ufficio Li lativo sarà composto da 8 collaboratori
regionali, di cui 5 appartenenti a un livello retributivo
funzionale non inferiore al VI e con compiti referenti, a 3
appartenenti a un livello retributivo funzionale non infe-
riore al III e con compiti organizzativi.
Tale Ufficio Legislativo dovrà svolgere le proprie funzio-
ni — quali indicategli dalla Giunta tramite l'Assessore
predetto — in via di collegamento, cooperazione e, ove
possibile, collaborazione con gli Uffici Studi Legislativi e
Documentazione del Consiglio regionale, di cui al primo
comma dell’art. 15 dello Statuto regionale. A tal fine
avranno luogo incontri bimestrali fra l'Assessore agli Af-
ari istituzionali e legali, altri membri della Giunta regio-
nale, i componenti dell'Ufficio di Presidenza del Consi-
glio, uno o più componenti dell'Ufficio di cui al primo
comma e uno o più componenti degli Uffici di cui all'art.
15, comma I, dello Statuto, allo scopo di programmare
una attività coordinata e — per quanto possibile — comu-
ne dell'Ufficio Legislativo della Giunta e degli Uffici Stu-
di Legislativi e Documentazione del Consiglio, anche per
quanto concerne il problema del coordinamento formale
delle leggi regionali, che sarà direttamente curato
dall'Ufficio Studi Legislativi del Consiglio.
La Giunta regionale, tramite l'Assessore agli Affa titu-
zionali e legali, può altresì avvalersi per lo svolgimento
dei compiti di cui agli artt. 2 e 3 di consulenze esterne
previamente autorizzate dalla Sottocommissione di cui
all'art. 4.
Art. 6
Per una corretta esecuzione della disposizione del primo
comma dell’art. 1, entro 30 giorni dall'entrata in vigore
della presente legge la Giuunta esecutiva dell'Istituto re-
gionale di studi giuridici procede all'approvazione del
conto consuntivo 1977 e del conto consuntivo riguardan-
te il periodo dell’anno 1978 che va dall'inizio dell'eserci-
zio finanziario alla data di approvazione di tale atto da
parte della Giunta esecutiva medesima. Essa provvede
altresì ad approvare uno Stato della consistenza patrimo-
niale dell'Istituto, redatto in termini riassuntivi, nonchè
un Estratto della situazione di cassa, quale sarà conse-
188
gnato dietro richiesta dall’Istituto tesoriere.
Il Presidente dell'Istituto regionale di studi giuridici, en-
tro lo stesso termine del comma precedente, provvederà
alla consegna formale di tali documenti al Presidente del-
la Regione.
Art.
Entro 40 giorni dall'entrata in vigore della presente leg
il Consiglio regionale, su proposta della Giunta regiona
le, provvederà a deliberare con legge le variazioni di bi-
lancio eventualmente necessarie per l'esercizio dei com-
piti di cui agli artt. 2 e 3, sulla base anche delle risultanze
economiche dell'Istituto di studi giuridici secondo le pre-
visioni dell'articolo precedente.
DELEGHE AI COMUNI PER
INTERVENTI IN MERITO
ALL'OCCUPAZIONE DI URGENZA
DEGLI ALLOGGI NON UTILIZZATI
RELAZIONE
Questo progetto di legge presentato da Democrazia Pro-
letaria, oltre che una proposta concreta relativamente al
drammatico problema della domanda di case sollevato
da migliaia di lavoratori vuole anche essere un pronto in-
vito alla coerenza rivolto alla Giunta Regionale
dell'Emilia-Romagna, la quale a tale proposito ha espo-
sto posizioni in un comunicato-ordine del giorno recente-
mente emesso.
Non condividiamo, come Democrazia Proletaria, il giudi-
zio politico positivo sulla legge di «equo» canone. E non
lo condividiamo proprio perchè siamo completamente
d'accordo relativamente al quadro preoccupato della si-
tuazione esposto anche dalla Giunta; un quadro che ren-
de del tutto improponibile un giudizio positivo su di una
legge che al pesante dato esistente aggiunge nuovi e più
drammatici aspetti di preoccupazione, come l'aumento
vertiginoso degli sfratti negli ultimi mesi.
Vogliamo citare alla lettera l'ordine del giorno della
Giunta regionale: «registriamo scarsità di alloggi offerti
in affitto, aumento delle vendite frazionate, buone entra-
te ai fini di concedere l'alloggio in affitto, crescita delle
destinazioni terziarie e degli sfratti delle attività artigia-
nali e commerciali soprattutto nei centri storici, difficol-
tà per le giovani famiglie, anziani, studenti, a trovare al-
loggi idonei costruiti prima e dopo il 1975.
Inoltre di estrema gravità è il fenomeno degli sfratti, sia
legati alla legge di equo canone e alle precedenti, che am-
montano a diverse migliaia anche in Emilia-Romagna ed
in particolare nei grossi e medi centri, con difficoltà a
trovare un alloggio per gli sfrattati in affitto pronto ed
abitabile, anche in conseguenza di una mancanza di una
mobilità del patrimonio residenziale pubblico e privato».
Queste parole ricordano l’interpellanza presentata un
mese or sono in Consiglio Regionale da Democrazia Pro-
letaria, cui la Giunta ha debolmente risposto.
190
Non c'è granchè da aggiungere, o nulla da obiettare;
quadro è sotto gli occhi di tutti e ciascun cittadino, cia-
scuna famiglia lo sperimenta quotidianamente. Voglia-
mo solo ricordare una cifra: recenti indagini, ancora del
tutto incomplete e disordinate, denunciano la presenza di
migliaia di alloggi sfitti in ogni grande e media città; pre-
senza che mette in rilievo la logica perversa che —
«equo» canone o no — regola tuttora il mercato della c
sa. Siamo di fronte a un drammatico aumento della do-
manda e a una dolosa occultazione dell'offerta a fini spe-
culativi.
È una situazione che non si può tollerare oltre, in partico-
lare nella nostra regione, dove in passato si è dimostrata
una certa sensibilità su questi temi. La Giunta chiede un
intervento governativo. Siamo d'accordo; anche se certi
livelli di mediazione, già contenuti a priori nella proposta
ventilata, fanno intravedere i risultati di una iniziativa
del genere di efficacia non diversa dal pateracchio rag-
giunto sull’equo canone.
Ciò che ci chiediamo, e chiediamo ufficialmente presen-
tando questo progetto di legge, è se la Regione non possa
far nulla per risolvere i problemi accennati: una Regione
come la nostra, per altro, che presenta equilibri politici
in parte diversi da quelli nazionali, e dove quindi le possi-
bilità di successo di una iniziativa concreta potrebbero
avere altre speranze?
La domanda è retorica, perchè proprio in questo consi-
glio abbiamo sperimentato la volontà politica della Giun-
ta, veramente assai scarsa.
Non dimentichiamo che, in nome di nonsi sa quali conc
zioni la Giunta, ha sacrificato alle resistenze dell'opposi-
zione di maggioranza democristiana, evidentemente inte-
ressate a che la situazione rimanga quale è, l'ex art. 34
della legge sulla tutela e uso del territorio. Un articolo
che noi ripresentiamo nella sostanza, come disegno di
legge, e sul quale richiamiamo la Giunta e la maggioran-
za ad un minimo di coerenza con quanto esse stesse han-
no proposto a suo tempo, sempre che in qualche modo
stia loro a cuore che le proteste popolari trovino un mini-
mo di credibilità nell'aula consiliare e che le iniziative re-
gionali vengano avvertite al di fuori dell'aula stessa.
Si potrà obiettare in merito al potere legislativo regiona-
le in materia. Ma occorre considerare globalmente e uni-
tariamente il «catalogo» dell'art. 117 della Costituzione,
191
utilizzare in maniera coordinata e organica le competen-
ze — ad esempio — in tema di «urbaristica» e di «assi-
stenza sociale» e leggere «cum grano salis» quella norma
che nel 1948 si attagliava ad una realtà socio-economica
diversa. La Costituzione deve cioè essere interpretata al
la luce del reale-divenire dei fatti storici.
In questo quadro debbono essere — anche qui unitaria-
mente — considerate le competenze amministrative re
gionali dell'art. 22 (sicurezza sociale) e dell'art. 93 (edili-
zia residenziale) del d.p.r. n. 616 del 1977; in questo qua-
dro ancora occorre tenere conto degli artt. 7 della legge
48 del 1865 e degli artt. 7 e 71 e seguenti della legge
n. 2359 dello stesso anno. In tal senso, del resto, si sono
recentemente espresse alcune sentenze pretorili, le quali
— sia pur nella inevitabile genericità delle proposte — fa-
cevano riferimento a tali concetti.
L'art. 1 si occupa dell'anagrafe dei contratti di locazione,
e l'art. 2 considera analoghe incombenze in merito al cen-
<imento comunale della proprietà immobiliare.
Tutte queste attività, come pure quelle relative al Piano
degli alloggi sfitti dell'art. 3 vengono delegate ai Comuni,
ai quali l'art. 4 affida, sempre in via di delega, il potere
fondamentale di questa legge, relativamente all'occupa-
zione di urgenza degli alloggi vuoti abitabili.
L'art. 5 ci presenta una soluzione per il problema dell’oc-
cupazione di urgenza degli alloggi vuoti inabitabili, men-
tre l'art. 6 prevede una sanzione amministrativa regiona-
le contro i proprietari inadempienti alla comunicazione
prevista nell'art.
PROGETTO DI LEGGE
Art. 1
Anagrafe dei contratti di locazione
Entro il termine di due mesi dalla data di entrata in vigo-
re della presente Legge i proprietari di alloggi concessi in
locazione devono comunicare al Comune in cui è ubicato
l'alloggio le generalità del conduttore, l’ultima data di
rinnovo del contratto di locazione e la durata del medesi-
mo.
192
Analoga documentazione deve essere fornita ai Comuni
delegatari della Regione, relativamente ai contratti di lo-
ore stipulati dopo la entrata in vigore della presente
legge.
Art. 2
Anagrafe della proprietà immobiliare
Entro il termine di quattro mesi dalla data di entrata in
vigore della presente legge, i Comuni sono delegati a pro-
cedere alla formulazione di elenchi della proprietà im-
mobiliare edilizia sulla base dei dati del Nuovo Catasto
Edilizio Urbano e delle registrazioni dei contratti di loca-
zione giacenti presso l'Ufficio del Registro.
Art. 3
Piano dello sfitto
Entro il termine di sei mesi dalla data di entrata in vigore
della presente Legge, e periodicamente ogni sei mesi, sul-
la base dell'anagrafe della proprietà immobiliare di cui
ai precedenti articoli, i Comuni sono delegati a procedere
all'accertamento degli alloggi non utilizzati situati nel
territorio comunale di competenza.
Sulla base di detto accertamento e con la stessa periodi-
cità sopra descritta, i Comuni sono delegati a provvedere
alla stesura di un piano degli alloggi sfitti, contenente:
a) l'elenco e l'ubicazione degli alloggi sfitti accertati; i
b) un programma annuale di occupazione di detti alloggi
ai sensi dei successivi artt. 4 e 5; x
c)i necessari adempimenti di coordinamento, per quanto
concerne l'applicazione di quanto disposto al successivo
art. 5, con il programma poliennale di attuazione del vi-
gente piano regolatore generale;
d) un piano di assegnazione dei predetti alloggi ai sogget-
tiche abbiano i requisiti per l'assegnazione di un alloggio
economico e popolare ai sensi della legislazione vigente
prevedendo che una quota dei suddetti alloggi in percen-
tuale variante dal 5% al 10% venga messa a disposizione
degli studenti fuori sede nelle città con insediamenti uni-
versitari, secondo criteri da definirsi da parte delle Ope-
re universitarie.
193
Detto piano viene depositato ed esposto al pubblico pres
so la segreteria del Comune per la durata di quindici
giorni consecutivi esecutivi.
Nel termine di ulteriori quindici giorni il Comune racco.
glie le osservazioni dei cittadini, contenenti indicazioni e
richieste nel merito dell'uso organico, pieno ed equo del
patrimonio edilizio inutilizzato.
Con delibera consiliare di controdeduzioni alle osserva-
zioni predette, da assumere non oltre quindici giorni dal-
la data di chiusura del registro delle osservazioni, il Co-
mune dà esecutività al piano degli alloggi sfitti.
Art. 4
Occupazione d'urgenza degli alloggi vuoti abitabili
Nella considerazione globale e unitaria dell'art. 117 della
Costituzione, visti gli artt. 22 e 23 del d.p.r. n. 616 del 25-
7-1977, tenuto conto degli art. 7 della legge 20-3-1865 n.
2248 e 71 e seguenti della legge 25-6-1865 n. 2359, per sop-
perire alla documentata carenz. di alloggi e per ga i
re una piena utilizzazione del patrimonio edilizio esisten-
te, gli alloggi compresi nel piano di cui all'art. 3 possono
essere occupati temporaneamente dal Comune, asse-
gnandoli con canone di affitto regolato secondo le dispo-
Sizioni di cui all'art. 32 della legge regionale 7-12-1978 n.
47 qualora non risulti superiore al canone stabilito dalla
legge 27-7-1978 n. 392.
Art. 5
Occupazione d'urgenza degli alloggi vuoti inabitabili
Per tutti gli alloggi vuoti di proprietà privata, i quali ver-
sino in condizione di inabitabilità e non siano oggetto di
interventi programmati ai sensi della legge 18-4-1962 n.
167 e successive modificazioni, qualora non sia stato pos:
sibile raggiungere un'intesa tra il Comune e i proprietari
circa interventi di carattere manutentivo o risanatore de-
gli alloggi stessi, il Comune è autorizzato a procedere
all'occupazione temporanea d'urgenza degli alloggi in
questione al fine di eseguire, con eventuale contributo in
denaro del futuro inquilino in percentuali da stabilire, Ì
lavori indispensabili ed urgenti occorrenti per renderli
194
nuovamente abitabili, assegnandoli trattenendo dai cano-
ni di locazione, fissati secondo le leggi vigenti in materia
il corrispettivo della occupazione dovuta ai proprietari e
protraendo di conseguenza l'occupazione stessa fino al
La scomputo della somma spesa per l'esecuzione dei
avori.
Art. 6
Sanzione amministrativa
I proprietari di alloggi concessi in locazione che, attra-
verso gli accertamenti del Comune di cui all'art. 3 risul-
tassero inadempienti degli obblighi prescritti dal ‘prece-
dente articolo 1, sono puniti con un'ammenda pari a sei
pa del canone riscosso sugli alloggi non denuncia-
gelo comunque ai sensi della
DISCIPLINA DEI REFERENDUM
ABROGATIVO E CONSULTIVI
NELLA REGIONE EMILIA-ROMAGNA
RELAZIONE
La presente legge intende colmare la grave lacuna relati-
va all'attuazione dell'art. 50 dello Statuto.
Mentre infatti l’art. 46 dello Statuto stesso, relativamen-
te alla iniziativa popolare delle leggi regionali, ha trovato
attuazione nella legge regionale n. 7 del 1973, per quanto
concerne il referendum abrogativo permane una gravis-
sima lacuna, che mostra l’insensibilità del legislatore re-
gionale per una materia pur prevista dallo Statuto (l'ulti-
mo comma dell'art. 50 chiaramente dice: «la legge regio-
nale definisce le modalità di attuazione del referendum
abrogativo»).
Per quanto concerne il referendum consultivo, se esso
non trova riscontro nella lettera delle disposizioni dello
Statuto, esso è chiaramente e certamente voluto dalle di-
sposizioni di tutto il suo Titolo IV, oltrechè indubbiamen-
te postulato dai moderni svolgimenti della società regio-
nali (si ricordi il recente referendum consultivo della Re-
gione Veneto in merito alla separazione o meno dal Co-
mune di Venezia della frazione di Mestre).
Per quanto concerne il commento ai singoli articoli della
proposta di legge, non sembra necessario dilungarsi ec-
cessivamente, limitandocisi a ricordare come il Capo I si
occupi analiticamente della disciplina relativa alla ri-
chiesta di referendum, come il Capo II si riferisca al refe-
rendum per l'abrogazione di regolamenti ed atti ammini-
strativi regionali e come infine il Titolo III intenda disci-
plinare i referendum consultivi.
La presente proposta è sostanzialmente piuttosto confor-
me alla L.R. n. 26 del 31 luglio 1973 della Regione Lom-
bardia, e non è quindi il caso che contro di essa vengano
agitati gli spauracchi del rinvio governativo.
196
PROGETTO DI LEGGE
I
REFERENDUM POPOLARE
PER L’ABROGRAZIONE
DI LEGGI REGIONALI
CAPO I
RICHIESTA DI REFERENDUM
Art. 1
Possono essere sottoposte a referendum abrogati-
vo le leggi regionali ovvero singole disposizioni in
esse contenute.
Non è ammesso il referendum popolare per l’abro-
gazione di disposizioni dello Statuto, del Regola-
mento del Consiglio, di leggi tributarie e di bilan-
cio, di norme meramente esecutive di leggi dello
Stato e della Regione.
Il referendum abrogativo è indetto quando lo ri-
chiedano almeno 30.000 cittadini iscritti nelle liste
elettorali per l'elezione del Consiglio regionale, o
tre Consigli provinciali o tanti Consigli comunali
che rappresentano almeno un quinto degli abitanti
della Regione Emilia-Romagna.
La richiesta di referendum non può essere presen-
tata prima che sia decorso un anno dall’entrata in
vigore della legge oggetto di referendum.
Art. 2
Per la raccolta delle firme devono essere usati i
moduli forniti e vidimati dalla Giunta regionale.
Su tali moduli deve essere indicato, a cura dei pro-
motori, il quesito da sottoporre alla approvazione
popolare, con la seguente formula: «Volete che sia
abrogata», seguita dalle indicazioni della data, del
uiaiero e del titolo della legge oggetto di referen-
um.
Qualora il referendum sia richiesto per l’abroga-
zione di singoli disposizioni di una legge, occorre
indicare anche il numero dell'articolo o degli arti-
197
coli, ed eventualmente anche del commma o dei commi,
sui quali il referendum è richiesto.
Art. 3
La richiesta di referendum viene effettuata mediante ap-
posizione della firma dell’elettore o del legale rappresen-
tante pro-tempore dell'ente pubblico territoriale, sul mo-
dulo di cui all'art. 2. Accanto alla firma devono essere in-
dicati per esteso nome e cognome, luogo e data di nascita,
ed il Comune nelle cui liste elettorali è iscritto.
La firma, tranne che nel caso di referendum richiesto da
Province o Comuni, deve essere autenticata da un notaio
o da un cancelliere di un ufficio giudiziario nella cui cir-
coscrizione è compreso il Comune dove è iscritto l’eletto-
re, ovvero dal giudice conciliatore, dal Sindaco o dal Se-
gretario di detto comune, ovvero dal Segretario dell’am-
ministrazione provinciale. L'autenticazione può essere
unica per tutte le firme contenute in ciascun modulo di
richiesta di referendum, ma in questo caso deve indicare
il numero di firme contenute nel modulo stesso.
Alla richiesta di referendum devono essere allegati i cer-
tificati, anche collettivi, da rilasciarsi dal Sindaco del Co-
mune a cui appartengono i sottoscrittori, attestanti
l'iscrizione dei medesimi nelle relative liste elettorali.
Art. 4
La richiesta di referendum, corredata dalla prescritta do-
cumentazione, va presentata all'Ufficio di presidenza del
consiglio regionale da parte di almeno tre promotori de-
signati ai sensi del precedente art. 2.
Un funzionario dell'Ufficio di presidenza, con processo
verbale, dà atto della presentazione e della richiesta, del-
la sua data e del deposito dei documenti. Nello stesso ver-
bale è indicato, giusta dichiarazi ei presentatori, il
numero delle firme raccolte.
Art. 5
Qualora sia stata dichiarata l'ammissibilità della richie-
sta ai sensi del successivo art. 8, le spese per i moduli di
cui all'art. 2 e quelle sostenute per l'autenticazione del
minimo delle firme, nella misura stabilita per i diritti do-
198
vuti per l'autentica ai Segretari comunali, sono a carico
della Regione.
Per ottenere il rimborso di tali spese i presentatori devo-
no farne domanda scritta, indicando il nome del delegato
a riscuotere la somma complessiva, con effetto liberato-
rio. Tale domanda deve essere presentata unitamente al-
la richiesta di referendum.
Art. 6
La richiesta di referendum dei Consigli provinciali e co-
munali deve essere deliberata dai rispettivi Consigli e de-
ve contenere l'indicazione precisa della legge o delle sin-
gole disposizioni di cui si propone l'abrogazione.
Le relative deliberazioni consiliari sono trasmesse dai
Presidenti delle amministrazioni provinciali o dai Sinda-
ci dei Comuni interessati all'Ufficio di presidenza del
Consiglio regionale.
La richiesta viene presentata, contestualmente o subito
tali trasmissioni, con la complicazione di uno dei moduli
cui all'art. 2 da parte dei Presidenti delle amministrazio-
ni provinciali o dei Sindaci dei Comuni.
La presentazione deve avvenire entro 6 mesi dalla data
della deliberazione del Consiglio comunale o provinciale
che ha aprovato per primo la richiesta.
Tale Consiglio è considerato promotore agli effetti di
quanto previsto dai successivi artt. 8, 13, 16 e 18.
Art.
Entro dieci giorni dalla presentazione della richiesta di
referendum, l'Ufficio di presidenza del Consiglio regiona-
le delibera all'unanimità sull’ammissibilità della richie-
sta stessa.
Qualora manchi l’unanimità, delibera a maggioranza as-
soluta dei suoi componenti il Consiglio regionale nella se-
duta successiva alla riunione dell'Ufficio di presidenza.
Le delibere dichiarative dell'innammmissibilità delle ri-
chieste ai sensi dei commi precedenti devono essere co-
municate entro sette giorni al Presidente della Giunta e
successivamente pubblicate sul Bollettino ufficiale della
Regione.
199
Art. 8
Ritenuta l'ammissibilità della richiesta a norma dell'art.
7 della presente legge l'Ufficio di presidenza del Consi-
glio procede alla operazione di verifica e di computo del-
le firme. Le operazioni devono svolgersi entro 20 giorni
dalla data delle deliberazioni di cui all'articolo preceden-
te.
Di tutte le operazioni è redatto processo verbale.
Alle operazioni di cui al precedente comma possono assi-
stere su richiesta i promotori del referendum o loro rap-
presentanti.
Qualora la documentazione di cui all'art. 3 ultimo com-
ma risulti irregolare, l'Ufficio di presidenza del Consiglio
stabilisce un termine per la sanatoria e ne dà immediata
comunicazione ai promotori; tale termine non può essere
superiore a 30 giorni dal ricevimento della comunicazio-
ne. In tali ipotesi i termini di cui al comma seguente de-
corrono dal giorno dell'avvenuta sanatoria o da quello di
scadenza del termine stesso.
Sulla base dei risultati delle operazioni di verifica e di
computo delle firme l'Ufficio di presidenza con propria
deliberazione dà atto formalmente dell’ammissibilità o
dell’inammissibilità della richiesta di referendum. La de-
liberazione è comunicata entro sette giorni al Presidente
della Giunta regionale ed è pubblicata successivamente
sul Bollettino ufficiale della Regione.
Non può essere ripresentata richiesta di referendum
abrogativo sulla medesima legge o disposizioni di legge,
se non sia decorso almeno un anno dalla pubblicazione
della deliberazione dell'Ufficio di presidenza.
Tale preclusione non sussiste nel caso di inammissibilità
dichiarata ai sensi del quarto comma dell'art. 1.
Art. 9
Il referendum abrogativo è indetto, ai sensi dell'art. 26
dello Statuto, con decreto del Presidente della Giunta re-
gionale.
Art. 10
Non può essere effettuato il referendum nell'anno solare
di cessazione della legislatura regionale. Le richieste pre-
200
sentate in tale periodo verranno iscritte nella prima tor-
nata successiva all'elezione del Consiglio regionale.
Nel caso di anticipato scioglimento del Consiglio regiona-
le il referendum già indetto è automaticamente sospeso
all'atto della pubblicazione del decreto di indizione dei
comizi elettorali per l'elezione del nuovo Consiglio regio-
nale. Il referendum sospeso avrà luogo nell'ultima dome-
nica del mese di aprile o di ottobre immediatamente suc-
cessiva all'insediamento del nuovo Consiglio; purchè tra
tale insediamento stesso e detta domenica intercorra un
periodo libero di tempo almeno di 45 giorni.
In caso contrario il referendum si svolgerà nell’ultima
domenica rispettivamente del successivo mese di ottobre
o di aprile.
CAPO II
SVOLGIMENTO DEL REFERENDUM
Art. 11
La votazione per il referendum si svolge a suffragio uni-
versale, con voto diretto, libero e segreto. 5
L'elettorato attivo e la tenuta e la revisione annuale delle
liste elettorali sono disciplinati dalle norme del T.U. delle
leggi per la disciplina per l'elettorato attivo e per la tenu-
ta e la revisione delle liste elettorali di cui al D.P.R. n. 223
del 20 marzo 1967. La ripartizione dei Comuni in sezioni
elettorali e la scelta dei luoghi di riunione sono discipli-
nate dalle disposizioni di cui al T.U. delle leggi sulla com-
posizione e l'elezione degli organi delle amministrazioni
comunali, di cui al D.P.R. n. 570 del 16 maggio 1960 e suc-
cessive modificazioni. =
Art. 12
I certificati di iscrizione nelle liste elettorali devono es
re consegnati agli elettori entro il ventesimo giorno suc-
cessivo a quello di pubblicazione del decreto che indice il
referendum.
I certificati non recapitati al domicilio degli elettori e i
duplicati possono essere ritirati presso l'ufficio comuna-
le dagli elettori stessi a decorrere dal venticinquesimo
giorno successivo alla pubblicazione del decreto.
201
In ciascuna Sezione è costituito un Ufficio elettorale,
composto da un Presidente, da tre scrutatori e da un se-
gretario, secondo quanto disposto dal D.P.R. n. 570 del 16
maggio 1960 e successive modificazioni.
Alle operazioni di voto e di scrutinio presso i seggi non-
chè alle operazioni degli Uffici provinciali e-dell’Ufficio
centrale per il referendum possono assistere, ove lo ri-
chiedono, un rappresentante di ognuno dei partiti politici
rappresentanti in Consiglio regionale e dei promotori.
Alla designazione dei predetti rappresentanti provvede
persona munita di mandato, autenticato da notaio, da
parte del Presidente o Segretario provinciale del partito
o gruppo politico oppure da parte dei promotori del refe-
rendum.
Art. 14
Le schede per il referendum sono fornite dalla Giunta re-
gionale, e devono essere conformi alle disposizioni di leg-
ge per l'elezione del Consiglio regionale.
Esse contengono il quesito formulato a termini dell'art.
5
L'elettore vota tracciando con matita un segno sulla ri-
sposta da lui prescelta, o comunque nel rettangolo che la
contiene.
Qualora contemporaneamente debbano svolgersi più re-
ferendum, all’elettore vengono consegnate più schede di
colore diverso.
Nel caso previsto dal precedente comma, l'Ufficio di se-
zione dei referendum osserva, per gli scrutini, l'ordine di
presentazione delle richieste di referendum.
Art. 1
Per le operazioni preelettorali e per quelle inerenti alla
votazione e allo scrutinio si osservano, in quanto applica
bili, le disposizioni contenute nel D.P.R. n. 570 del 16
maggio 1960 e successive modificazioni.
202
Presso il Tribunale la cui circoscrizione comprende il ca-
poluogo della provincia, è costituito l'Ufficio provinciale
per il referendum, composto da tre magistrati, nominati
dal Presidente del tribunale entro venti giorni dalla data
del decreto che indice il referendum. Dei tre magistrati il
più anziano assume le funzioni di presidente. Sono nomi-
nati anche magistrati supplenti per sostituire i primi in
caso di impedimento.
Le funzioni di segretario sono esercitate da un consiglie-
re del tribunale, designato dal Presidente del Tribunale
stesso.
Sulla base di verbali di scrutinio trasmessi dagli Uffici di
sezione per il referendum di tutti i Comuni della provin-
cia, l'Ufficio provinciale per il referendum dà atto del nu-
mero degli elettori che hanno votato e dei risultati del re-
ferendum, dopo aver provveduto al riesame dei voti con-
testati.
Di tutte le operazioni è redatto verbale in due esemplari,
dei quali uno resta depositato presso la Cancelleria del
Tribunale, l’altro viene inviato all'Ufficio centrale per il
referendum unitamente ai verbali di votazione e di scru-
tinio degli Uffici di sezione e ai documenti annes
I promotori della richiesta di referendum, o i loro rap-
presentnti, possono prendere cognizione o copia
dell'esemplare del verbale depositato presso la Cancelle-
ria del Tribunale.
Presso la Corte d'appello di Bologna è costituito l'ufficio
centrale per il referendum popolare dell’Emilia-
Romagna. Esso è composto da una Sezione della Corte
d'appello, designata dal Presidente della Corte stessa en-
tro venti giorni dalla data del decreto di convocazione del
referendum.
L'ufficio centrale per il referendum, appena pervenuti i
verbali di tutti gli uffici provinciali e i relativi allegati e
comunque non oltre venti giorni dallo svolgimento del re
ferendum, procede in pubblica adunanza facendosi assi-
stere per l'esecuzione materiale dei calcoli da esperti no-
minati dal Presidente della Corte d'appello, all’accerta-
mento del numero complessivo degli elettori aventi dirit-
203
to e dei votanti, e quindi alla somma dei voti validamente
espressi, di quelli favorevoli e di quelli contrari alla pro-
posta sottoposta al referendum.
Le funzioni di segretario sono esercitate da un consiglie-
re della corte-d’appello, designato dal presidente della
corte.
Di tutte le operazioni è redatto verbale in quatto esempla-
ri, uno dei quali è depositato presso la Cancelleria della
Corte d'appello unitamente ai verbali ed agli atti già tra-
smessi dagli Uffici provinciali per il referendum. I rima-
nenti esemplari sono trasmessi rispettivamente al Presi-
dente la Giunta regionale, al Presidente del Consiglio re-
gionale e al Commissario del Governo.
L'ufficio centrale conclude le operazioni procedendo alla
proclamazione dei risultati del referendum.
La proposta sottoposta a referendum è approvata se ha
partecipato alla votazione la maggioranza di voti valida-
mente espressi.
Art. 18
Sulle proposte i cui reclami relativi alle operazioni di vo-
tazione e di scrutinio, presentati agli uffici provinciali o
all'ufficio centrale per il referendum, decide quest’ulti-
mo nella pubblica adunanza di cui all'articolo preceden-
te, prima di procedere alle operazioni ivi previste.
Art. 19
il risultato del referendum sia favorevole alla
zione della legge regionale o delle singole disposi-
zioni sottopste a referendum, il Presidente della Giunta
gionale, non appena ricevuto il verbale previsto dal
quarto comma dell'art. 17, dichiara con proprio decreto
l'abrogazione della l regionale o delle singole dispo-
sizioni, che si ha per avvenuta nel giorno e nell’ora in cui
ha avuto termine lo svolgimento del referendum stesso.
Il decreto è pubblicato sul Bollettino ufficiale della Re-
gione.
Art. 20
Qualora i risultati del referendum siano contrari
all'abrogazione, la richiesta di referendum abrogativo
204
della medesima legge o di singole disposizioni di essa non
potrà essere ripresentata se non decorsi cinque anni dal-
la pubblicazione dell’esito del referendum sul Bollettino
ufficiale della Regione.
Se il referendum ha avuto per oggetto singole disposizio-
ni di legge la norma non si applica per i referendum ri-
guardanti altre disposizioni della medesima legge.
Art. 21
Se, prima della data di svolgimento dei referendum, sia
intervenuta l'abrogazione della legge regionale o delle
singole disposizioni di legge sottoposte a referendum, il
Presidente della Giunta regionale dichiara con proprio
decreto che le operazioni relative non hanno più corso.
II
REFERENDUM POPOLARE PER L'ABROGAZIONE
DI REGOLAMENTI ED ATTI AMMINISTRATIVI
REGIONALI
Art. 22
Possono essere sottoposti a referendum abrogativo i re-
golamenti regionali e gli atti amministrativi deliberati
dal Consiglio regionale, esclusi quelli indicati nel succes-
sivo art. 23.
La richiesta e lo svolgimento dei referendum sugli atti di
cui al precedente comma sono disciplinati dalle norme
contenute nel titolo I della presente legge.
Art. 23
Non è ammesso referendum per l'abrogazione di atti am-
ministrativi emanati dal Consiglio regionale relativi a:
a) disposizioni tributarie e di bilancio;
b) approvazioni delle delibere relative alla assunzione di
mutui e all'emissione di prestiti;
c) deliberazioni concernenti l'assunzione e la cessione di
partecipazioni regionali;
d) nomina degli amministratori di enti ed aziende dipen-
denti dalla Regione nonchè di rappresentanti della Regio-
ne in Enti e Società a partecipazione regionale;
205
e) formulazione dei pareri formalmente richiesti alla Re-
gione dagli organi costituzionali della Repubblica;
to) designazione dei componenti di Commissioni e di altri
organi collegiali spettanti alla Regione;
g) riesame degli atti amministrativi e inviati alla Regione
ai sensi dell'art. 125 della Costituzione; È
h) designazione, a norma del secondo comma dell'art. 83
della Costituzione, dei delegati della Regione per l’elezio-
ne del Presidente della Repubblica; % ;
i) formulazione di pareri di cui agli artt. 132 e 133 della
Costituzione. n
II
REFERENDUM CONSULTIVI
Art. 24
Il Consiglio regionale, prima di procedere all'emanazione
di provvedimenti di sua spettanza, può deliberare l'indi
zione di referendum consultivi delle popolazioni intere
sate ai provvedimenti stessi. à
La deliberazione del Consiglio regionale che indice il ri
ferendum consultivo deve indicare il quesito e le popola-
ziol interessate.
Sono sempre sottoposte a referendum consultivo del
popolazioni interessate le proposte concernenti l'istitu-
zione di nuovi Comuni e i mutamenti della circoscrizione
delle denominazioni comunali. i
Il Presidente della Giunta regionale indice con decreto il
referendum consultivo, in seguito alla trasmissione della
deliberazione consiliare o della proposta di legge di cui ai
commi precedenti da parte dell'Ufficio di presidenza del
Consiglio regionale.
La data di effettuazione è fissata a norma dei precedenti
artt. 9e 10.
Art.
A tale referendum consultivo partecipano gli elettori
iscritti nelle liste valide per l'elezione del Consiglio regio-
nale. È È
Per il referendum consultivo si osservano, in quanto ap-
plicabili, le norme contenute nel Capo I della presente
legge.
206
e operazioni preeletiorali e per quelle inerenti alla
zione e allo scrutinio, si osservano in quanto applica-
e disposizioni contenute nel D.P.R. n. 570 del 16 mag-
gio 1960 e successive modificazioni
Le schede per i referendum consultivi sono fornite dalla
Giunta regionale. In esse è formulato il quesito da sotto-
porre alla consultazione elettorale ed è riportato inte-
gralmente il testo del provvedimento della proposta di
legge sottoposta a referendum.
L'elettore vota tracciando con la matita un segno sulla ri-
sposta da lui prescelta o comunque nello spazio în cui es-
sa è contenuta.
Qualora nello stesso giorno devano svolgersi più referen-
dum all'elettore vengono consegnate più schede di colori
diversi.
Nel caso previsto dal precedente comma, l'Ufficio di se-
zione dei referendum osserva per gli scrutini l'ordine che
indice il referendum.
Art. 26
Il Presidente della Corte d'appello di Bologna, entro 20
giorni dalla data del decreto che indice il referendum, de-
signa una sezione della corte che assume le funzioni di
Ufficio centrale per il referendum popolare consultivo.
I verbali di scrutinio e i relativi allegati sono trasmessi
direttamente all'Ufficio centrale per i referendum dagli
uffici di sezione dei Comuni interessati.
L'Ufficio centrale per il referendum, appena pervenuti i
verbali di cui al comma precedente, e comunque non ol-
tre 10 giorni dallo svolgimento del referendum, si riuni-
sce in pubblica adunanza, facendosi assistere per l'esecu-
zione materiale dei calcoli da esperti nominati dal Presi-
dente della Corte d'appello.
Le funzioni di segretario sono esercitate da un consiglie-
re della Corte d'appello.
Di tutte le operazioni viene redatto verbale in tre esem-
plari, uno dei quali è depositato presso la cancelleria del-
la Corte d'appello, unitamente ai verbali e agli atti tra-
smessi dagli uffici di sezione dei referendum. I rimanenti
esemplari sono trasmessi rispettivamente al presidente
della Giunta regionale e al presidente del Consiglio regio-
nale.
Art. 27
Sulla base dei verbali di scrutinio ad esso trasmessi, l’Uf-
ficio centrale del referendum consultivo, dopo aver prov-
veduto al riesame dei voti contestati e provvisoriamente
non assegnati, procede all'accertamento del numero
complessivo degli elettori aventi diritto, del numero com-
plessivo dei votanti e alla somma dei voti favorevoli e di
quelli contrari alla proposta sottoposta a referendum.
L’Ufficio centrale conclude le operazioni conla proclama-
zione dei risultati del referendum.
Art. 28
Sulle proposte e sui reclami relativi alla operazione di vo-
to e di scrutinio, eventualmente presentati all'Ufficio
centrale per il referendum consultivo, decide quest’ulti-
mo, prima di procedere alle operazioni previste dagli ar-
ticoli precedenti.
Art. 29
Il Presidente della Giunta regionale non appena ricevuto
il verbale di cui all'ultimo comma dell'art. 27, ordina la
pubblicazione dei risultati del referendum sul Bollettino
ufficiale della Regione.
IV
DISPOSIZIONI FINALI
Art. 30
Per tutto ciò che non è disciplinato dalla presente legge si
osservano in quanto applicabili le disposizioni previste
negli artt. 51 e 52 della legge n. 352 del 25 maggio 1970,
contenente norme sui referendum previsti dalla Costitu-
zione e sull’iniziativa del popolo.
Le spese per lo svolgimento delle operazioni attinenti ai
referendum popolari, nonchè quelle previste dal prece-
dente art. 5, fanno carico alla Regione.
Le spese relative agli adempimenti spettanti ai Comuni,
nonchè quelle per le competenze dovute ai componenti
dei seggi elettorali, sono anticipate dai Comuni e rimbor-
sate dalla Regione.
208
Agli oneri derivanti dallo svolgimento dei referendum in
dipendenza della presente legge si provvede con stanzia-
menti da imputarsi ad apposito capitolo di bilancio.
ISTITUZIONE DEL PARCO NATURALE
INTERREGIONALE
DELL'ACQUACHETA, PER LA
PARTE RIGUARDANTE
LA REGIONE EMILIA-ROMAGNA
RELAZIONE
Il progetto di legge e la mozione che si presentano, si
commentano, si può dire, da soli. Essi nascono dalla ne-
cessità di favorire tutte le forme di tutela popolare del
patrimonio ecologico della Regione, e nel caso concreto
di salvaguardare il patrimonio naturalistico proprio del
territorio dell'Acquacheta e la possibilità dell'inserimen-
to «naturale» dell’uomo, sia come visitatore sia come abi-
tante che vive dei prodotti della terra senza sconvolgere
gli equilibri naturali. Nella zona si sono già insediate al-
cune cooperative che si muovono secondo tali obiettivi e
centinaia di cittadini hanno firmato perchè il parco ven-
ga istituito chiedendo l'intervento immediato delle due
regioni interessate. Si chiede che la gestione avvenga con
la partecipazione degli abitanti della zona, con le associa-
zioni per la difesa della natura e le varie amministrazioni
interessate. L'obiettivo che ci si propone è quello del ri-
pristino delle vecchie vie di accesso al parco, al fine di
evitare la costruzione di nuove strade che turberebbero
l'equilibrio della zona. Tutto ciò richiede un pronto inter
vento legislativo delle regioni interessate.
La circostanza ora, che parte del territorio del parco n
turale sia sito nella Regione Toscana, pone la necessità di
una non difficile, anche se nuova, operazione — diciamo
così — istituzionale.
Infatti il progetto di legge è il risultato, da questo punto
di vista, di un piuttosto semplice sillogismo.
Premessa maggiore ne è l’istituibilità da parte delle Re-
gioni di Parchi naturali, quale inequivocabilmente risul-
ta dall'ultima annotazione del I comma dell'art. 66 del
D.P.R. n. 616 del 1977.
Premessa minore è il disposto del I comma dell'art. 8 de
lo stesso decreto, secondo il quale le Regioni per attività
e servizi che interessano territori finitimi, possono addi-
210
venire ad intese e costituire uffici e gestioni comuni, an-
che in forma consortile. È
Alla costituzione dell'Ufficio comune per la gestione del
parco naturale interregionale sono dedicati gli art. 1e2
della legge, mentre gli artt. 3, 4, e 5 disciplinano la gestio-
ne del parco stesso. L'art. 6 si occupa delle misure di sal-
vaguardia in proposito, mentre gli artt. 7 e 8 recano la re:
sponsabilità e le sanzioni relative all'osservanza delle di-
sposizioni dell'art. 6.
L'art. 9, infine, si occupa — con disposizione piuttosto de-
terminante — di alcuni sistemi di partecipazione popola-
re all'istituzione del parco.
PROGETTO DI LEGGE
Art. 1
Considerati l'art. 117 della Costituzione e il I comma
dell'art. 66 del D.P.R. n. 616 del 24 luglio 1977, la Regione
Emilia-Romagna provvede — per la propria parte —
all'istituzione del parco interregionale naturale dell’Ac-
uacheta, comprendente le aree delimitate nelle planime-
rie allegate alla presente legge, della superficie comples-
siva di kmq. 28 ed interessante il Comune di Portico - S.
Benedeto, in provincia di Forlì, oltre ai Comuni di Marra-
di, S. Godenzo e Vicchio in provincia di Firenze, per i qua-
li provvederà la Regione Toscana.
po l’entrata in vigore di analoga complementare legge
arte di quella Regione, i rappresentanti della Regio-
Emilia-Romagna, della Regione Toscana, del Comune
Portico - S. Benedetto, della Comunità montana
Appennino Forlivese, del Comprensorio di Forlì, del--
rovincia di Forlì, dei Comuni, delle comunità monta-
degli altri enti o organi e della Provincia indicati dalla
Regione Toscana, riuniti in U fficio comune ai sensi
dell'art. 8 del D.P.R. n. 616/1977, preso atto dell’istituzio-
ne de o naturale interregionale, che si considererà
avvenuta automaticamente con l’entrata in vigore delle
due leggi regionali, eserciteranno le funzioni previste
p
dalla presente legge.
211
Art. 2
Entro trenta giorni dall'entrata in vigore dell'ultima del-
le due leggi regionali, il Presidente della Giunta regionale
dell'Emilia-Romagna e il Presidente della Giunta regio-
nale della Toscana, d'intesa tra loro, convocano i sindaci
dei Comuni, i presidenti delle comunità montane, degli
organi comprensoriali e delle Province specificatamente
o per rinvio indicati nel precedente articolo, per la predi-
sposizione dello Statuto dell'Ufficio comune, per il quale
potrà farsi riferimento alle norme previste per i consorzi
intercomunali dal R.D. 3 marzo 1934, n. 383. Lo Statuto
verrà adottato previa approvazione da parte degli organi
assembleari delle Regioni, delle Province, delle comunità
montane, degli organi comprensoriali e dei Comuni inte-
ressati.
Art. 3
L'Ufficio comune:
a) promuove l'arricchimento del patrimonio
naturalistico-ambientale dell'area del parco, tra l’altro
provvedendo per quanto necessario ed opportuno a fer-
mare la costruzione della strada forestale prevista ed ini-
ziata nella zona, promuovendo altresì il recupero del pa-
trimonio storico del parco stesso, a urando le destina-
zioni di quanto sopra ad usi pubblici, ferma restando la
prevalenza delle aree a bosco e a verde agricolo;
b) promuove e favorisce le attività agricole e artigianali
esercitate o esercitande dalle cooperative costituitesi o
che si costituiranno nella zona;
c) promuove e favorisce ogni attività agricola, in partico-
lare cooperativistica, anche con l'acquisizione e la messa
a coltura delle aree recuperabili a destinazione agricola;
d) coordina gli interventi nell’area del parco con le opere
ed i servizi in esso attuati;
e) promuove le acquisizioni delle aree destinate ad uso
pubblico dal piano territoriale provvedendo direttamen-
te o per il tramite degli enti associati, anche agli atti
espropriativi eventualmente occorrenti;
f) promuove la massima partecipazione alle iniziative
concernenti la gestione del parco, prevedendo nel pro-
prio Statuto organi formati dai rappresentanti degli abi-
tanti dell’area racchiusa nei confini del parco stesso, del-
212
e organizzazioni ecologico-naturalistiche, delle Universi-
tà degli studi interessate, degli enti o istituti regionali
specificamente deputati alla tutela dei beni naturali e
storici;
g) esercita le altre funzioni assegnategli dalla presente
egge o delegategli dagli enti associati di cui all'art. 1.
Art. 4
L'Ufficio comune, in accordo con gli organismi compren-
soriali interessati, ove costituiti, entro 12 mesi dalla pro-
pria prima riunione predispone ed invia alle Regioni
Emilia-Romagna e Toscana il progetto di un piano terri-
toriale del parco, relativo al territorio delimitato nelle
planimetrie allegate alla presente legge e a quella della
regione Toscana, in conformità alle disposizioni vigenti
in ambo le regioni in materia territoriale.
Il piano territoriale così predisposto è approvato entro i
successivi 90 giorni con delibere consiliari delle regioni
Emilia-Romagna e Toscana, e si considera automatica-
mente adottato con l'entrata in esecuzione dell’ultima di
tali due delibere.
Art. 5
Il piano territoriale:
a) indica le destinazioni delle diverse parti dell’area in re-
lazione agli obiettivi previsti dalla presente legge;
b) individua le aree la cui destinazione agricola o boschi-
va deve essere mantenuta o recuperata;
c) detta disposizione intese alla salvaguardia dei valori
storici ed ambientali;
d) precisa i caratteri, i limiti e le condizioni per la costru-
zione di nuovi edifici, l'ampliamento e le trasformazioni
d'uso di quelli esistenti, sempre che questi siano consen-
titi;
e) definisce le aree da destinare ad uso pubblico e per at-
trezzature fisse in funzione sociale, educativa, ricreativa
nonchè il sistema della viabilità compatibile con la desti-
nazione del parco;
f) pianifica la tutela della vegetazione.
Il piano territoriale del parco è costituito:
1) dalle rappresentazioni grafiche in scala non inferiore
al rapporto 1 : 5000 ed in numero adeguato per riprodur-
213
assetto territoriale previsto dal piano e per assicur.
fficacia ed il rispetto dei suoi contenuti;
) dalle norme di attuazione del piano comprendenti tutte
le prescrizioni necessarie ad integrare le tavole grafiche
ed a determinare la portata dei suoi contenuti;
3) da una relazione illustrativa che espliciti gli obiettivi
generali e di settore assunti, descriva i criteri program-
matici e di metodo seguiti, illustri le scelte operate;
4) dallo studio dei caratteri fisici, morfologici ed ambien-
tali del territorio;
5) da un programma di interventi prioritari determinati
nel tempo, con l'indicazione delle risorse necessarie e
delle possibili fonti di finanziamento.
Tutte le previsioni del piano territoriale del parco sono
recepite negli strumenti urbanistici comunali che do-
vranno essere adeguati ad esse entro i termini stabiliti
al piano medesimo. In ogni caso tutte le previsioni del
piano territoriale sono immediatamente vincolanti anche
nei confronti dei privati ed abrogano, sostituendole ad
ogni conseguente effetto, eventuali difformi previsioni
degli strumenti urbanistici vigenti.
Art. 6
All'interno del perimetro del parco, fino all'approvazione
el piano territoriale e comunque non oltre il termine di
5 anni dall'entrata in vigore della presente legge, si appli-
cano le seguenti misure di salvaguardia:
a) per i comuni sprovvisti di strumenti urbanistici o che
abbiano strumenti urbanistici approvati anteriormente
alla data di entrata in vigore del D.M. 2 aprile 1968, n
1444, nelle zone esterne al perimetro del centro edificato
di cui all'articolo 18 della L. 22 ottobre 1971, n. 865 sono
consentite esclusivamente costruzioni pertinenti alla
conduzione agricola con volumetria, riferita alla sola re-
sidenza annessa, non superiore a 0,03 mc/mq.;
b) per i comuni che abbiano strumenti urbanistici vigenti
approvati posteriormente all'entrata in vigore del D.M. 2
aprile 1968, n. 1444, nelle zone per le quali siano previste
destinazioni insediative residenziali o per attività secon-
darie o terziarie il rilascio delle concessioni è assoggetta-
to alla programmazione pluriennale prevista dalle leggi
vigenti;
c) nelle zone a destinazione agricola ed assimilate, in
214
quelle a verde e in quelle definite come nuclei o centri
storici, non sono consentite la demolizione totale o par-
ziale, eccetto che per motivi di pubblica incolumità, non-
chè le trasformazioni d'uso degli edifici esistenti, per i
quali sono unicamente consentiti interv enti di manuten-
zione ordinaria, di restauro conservativo, di adeguamen-
to igienico e tecnologico. ; È
Peri soli nuclei e centri storici tali misure non si applica-
no dal momento dell'entrata in vigore degli strumenti ur-
banistici attuativi.
d) Non sono consentiti:
‘apertura di cave; Da
a costruzione di recinzioni delle proprietà alvo quelle
a siepe, quelle a protezione delle aree di nuove pianta
ni nonchè quelle pertinenti gli insediamenti edilizi, per le
quali è comunque richiesta la concessione di edificare;
a chiusura di sentieri pubblici o di uso pubblico;
a formazione di depositi non depurati di immondizie
solide o liquide di qualsiasi natura o provenienza; ——
5) la posizione all’esterno dei centri abitati di cartelli e
manufatti pubblicitari di qualunque natura e scopo,
esclusa la segnaletica di servizio del parco e quella viaria
e turistica; :
6) l'esercizio del motocross su tutta l’area del parco ed il
transito con mezzi motorizzati fuori dalle strade, fatta ec-
cezione per i mezzi occorrenti all'attività silvo-agricola;
7) la caccia e la pesca; RE
e) sono subordinati al parere favorevole dell'Ufficio co-
mune: 4 ,
1) la costruzione di strade e infrastruttue in genere, sia
pubbliche che private, anche se prevista dagli strumenti
urbanistici vigenti; Lori K
a costruzione e l'ampliamento di nuovi impianti di
pubblico servizio, in superficie, aerei o sotterranei, e dei
relativi manufatti; . CARIATI
3) gli strumenti urbanistici generali e le loro varianti, gli
strumenti urbanistici attuativi e le loro varianti, nonchè
l'inventario dei beni culturali e l’inerentte disciplina ur-
banistica; . La
4) le costruzioni e gli impianti destinati alle attività pro-
duttive agricole ed alle residenze connesse; —
5)i livellamento dei terrazzamenti dei declivi.
Il parere si intende favorevole nel caso in cui non venga
espresso entro 60 giorni dalla data di ricevimento della
215
richesta;
f) ferma restando l’applicaziorte di tutte le norme delle
leggi regionali vigenti, si osservano comunque le disposi-
zioni più restrittive stabilite in via generale da altre leggi
o in particolare da strumenti urbanistici vigenti.
Art. 7
I sindaci, i presidenti delle Comunità Montane e i presi-
denti dei Comprensori sono responsabili ai sensi dell'art.
32 della L. 17 agosto 1942 n. 1150, del rispetto delle spe-
ciali misure indicate nel precedente art. 6.
Art. 8
Coloro che violano le disposizioni del precedente art. 6
relative alle misure di salvaguardia sono tenuti, a titolo
di sanzione amministrativa, al pagamento di una somma
da L. 50.000 a lire 10.000.000, salvo che si tratti di viola-
zioni per cui siano già previste specifiche sanzioni ammi-
nistrative e indipendemente da eventuali responsabilità
di natura penale.
La sanzione amministrativa di cui sopra verrà erogata
con decreto del Presidente della Giunta Regione
dell'Emilia-Romagna per le violazioni commesse sul ter-
ritorio della regione medesima.
Art.9
Entro 90 giorni dall'entrata in vigore della presente leg-
ge, gli enti pubblici ed istituzionali interessati, le organiz-
zazioni sindacali, le associazioni culturali e i cittadini
possono presentare alla Giunta Regionale le osservazioni
e proposte in merito alla delimitazione territoriale del
parco ed alla normativa di cui ai precedenti articoli.
Il Consiglio Regionale delibera in proposito entro i suc-
cessivi 90 giorni provvedendo alla definitiva delimitazio-
ne del territorio mediante planimetria in scala non infe-
riore a 1 : 5000.
Art. 10
La presente legge è dichiarata urgente ai sensi della Co-
stituzione e dello Statuto regionale.
216
NORME PER L'UTILIZZAZIONE
DELL'ENERGIA
SOLARE IN EMILIA-ROMAGNA
RELAZIONE
L'utilizzazione dell'energia solare, contrariamente a
quanto danno ad intendere i sostenitori più oltranzisti
dell’elettrogenerazione nucleare, è molto di più di una
speranza per il futuro. Già ora l'energia solare può util-
mente essere impegnata in molti campi.
In uno studio, presentato al convegno indetto dal comune
di Roma e dalla Regione Lazio svoltosi in Campidoglio il
27-28 gennaio 1978, il prof. Francesco Reale, responsabi-
le del progetto finalizzato «Energia solare» del CNR, di-
mostrava che le possibilità di sostituzione — in presenza
di una debole incentivazione — dell'energia convenziona-
le con energia solare sono cospicue: in agricoltura 5%;
nei servizi pubblici (trasporti esclusi) 10%; negli usi do-
mestici 10%; nell'industria agro-alimentare 30%.
Tale quota di sostituzione porterebbe ad un risparmio di
energia convenzionale pari al 4,3% e ad un risparmio di
importazioni per energia pari al 5%.
Ove venisse fatta una incentivazione sistematica e una
politica non sporadica ma decisa verso l'impiego di ener-
gia solare, le possibilità di sostituzione diventerebbero
ben più rilevanti e sarebbero: in agricoltura 50%; nei ser-
vizi pubblici (trasporti esclusi) 20%; negli usi domestici
30%; nell'industria agro-alimentare 60%.
Il risparmio così ottenuto di energia prodotta con fonti
convenzionali sarebbe del 12,8% e il risparmio di impor-
tazioni per energia salirebbe a quasi il 15%. Nel valutare
tali percentuali si tenga conto di quanto lo stesso prof.
Reale sottolinea e cioè che il 10% di energia prodotta da
fonte solare corrisponde alla produzione energetica di
ben 16 centrali nucleari da 1000 Mw.
Ciò può far capire perchè, mentre i governi del nostro
Paese — e anche le regioni — sonnecchiano attardandosi
intorno alle centrali elettronucleari concepite su licenza
americana, negli USA le multinazionali dell’aerospaziale
dell'informatica si sono gettate sui progetti di real
zione di centrali solari, a torre e campi di specchi, di
217
grande potenza. Anche in molti paese europei e in Giap-
pone sono stati stanziati cospicui finanziamenti per rea-
lizzare entro i primi anni ’90 centrali solari da 100 Mw.
All’inizio degli anni '90 l'impero USA, insieme ai suoi
partners industriali, esporterà tecnologie solari avanzate
nelle province che si sono attardate intorno alla scelta
nucleare.
In Italia i finanziamenti pubblici destinati alle ricerche
sull'energia solare sono risibili: un primo gruppo di ri-
cerche del CNR è stato finanziato nel 1976 con 230 milio-
ni, un secodo gruppo è stato finanziato nel luglio 1977
con 670 milioni.
In relazione a tale situazione, i risultati conseguiti, an-
corchè modesti, sono di un qualche interesse, tanto che il
prof. Reale può notare: «Nel campo della conversione te
modinamica dell'energia solare, una turbina da 3 KW
con un rendimento del 7%, la quale lavora con sorgente
termica ad appena 70°C, temperatura accessibile addirit-
tura con collettori piani opportuni o a debole concentra-
zione, rappresenta un risultato che ha interessato moltis-
simo anche i responsabili scientifici del Dipartimento
dell’enèrgia americano».
Negli USA rilevantissimo è diventato l'impegno di ricer-
ca e di realizzazione nel campo della trasformazione di-
retta dell'energia solare in energia elettrica attraverso le
celle fotovoltaiche. Così (Energy researche and develop-
ment Administration), l'ente energetico dell’amministra-
zione americana, prevede la competitività economica del
kwh prodotto da centrali alimentate da energia solare tra
il 1983-'85 (0,5 dollari/watt come costo di impianto per le
centrali fotovoltaiche).
Ciò avvalora quanto ha scritto B. Commoner, secondo cui
al massimo nel 1985 le curve dei costi dell'energia nu-
cleare e di quella solare si incrociano. Lo stesso Commo-
ner ha fatto notare che l'Italia, con un piano quinquenna-
le di investimenti di 2.000 miliardi — meno di 14 degli in-
vestimenti nucleari previsti per il '77-'81 — si potrebbe
affermare come uno dei primi paesi nel campo dell’elet-
trogenerazione solare.
C'è inoltre la vasta gamma di impieghi dei pannelli sola-
ri.
Il pannello solare potrebbe risolvere da subito (in tutto o
in parte significativa) i problemi di fornitura di acqua
calda alle basse temperature non solo per gli usi domesti
218
ci, ma anche in agricoltura (zootecnia, essiccatoi, serre,
ecc.) nei servizi pubblici, nell’agro-industria e in tutta
quella ampia gamma di processi industriali in cui sono
necessarie acque di preriscaldamento.
Dall’insieme di queste fondate ragioni nasce la proposta
di legge che viene presentata, la quale tende anche a met-
tere l'Emilia-Romagna al passo di altre Regioni (Sicilia,
Lazio, Umbria, Veneto, Friuli, Lombardia, provincia di
Trento ad esempio) dove iniziative legislative in materia
di energia solare sono state condotte in porto o sono in
corso.
Le centrali elettronucleari non sono inevitabili. Questo è
il senso della proposta di legge che viene presentata.
L'Emilia-Romagna, con il suo potenziale industriale, con
le risorse scientifiche delle sue Università, con l’intelli-
genza dei suoi lavoratori e dei suoi tecnici può dare un
grande contributo nel campo dell’utilizzazione dell’ener-
gia solare.
PROGETTO DI LEGGE
Art. 1
LA Giunta regionale, a mezzo dei servizi dipendenti
dall'Assessorato all'industria e dall'Assessorato ai pro-
blemi dell'ambiente e della difesa del suolo, provvede al
censimento quantitativo annuale delle diverse qualità di
energia prodotta e consumata in Emilia-Romagna in mo-
do da poter pianificare, con il concorso dei Comitati
Comprensoriali; l’uso su tutto il territorio della regione
delle fonti energetiche più appropriate.
L'utilizzazione dell'energia solare per impianti erogatori
di calore a temperatura ba e media è libe
Nell'ambito delle norme urbanistiche esistenti, l'installa-
zione di collettori solari piani e di collettori di energia
ssa e mobili destinati ai fini di cui al comma precedente
non è soggetta ad alcuna autorizzazione nè ad alcun one-
re.
La produzione di energia elettrica, per uso civile e agrico-
lo, da fonte solare è libera.
219
Art. 3
Per incentivare la produzioe di collettori solari e per fa-
vorire il risparmio nella produzione, la Giunta regionale
stimola la formazione di:
a) cooperative di produzione, favorendo specialmente
quelle che intendono specializzare la produzione di siste-
mi sperimentali;
b) cooperative di progettisti, impiantisti, installatori, ag-
giustatori.
Alle aziende emiliano-romagnole, che inizino o riconver-
tano la produzione per i fini di cui al precedente comma,
la Giunta regionale, d'intesa con la competente Commis-
sione consiliare, può concedere finanziamenti subordina-
ti alla assunzione di giovani disoccupati da parte di dette
aziende. Il controllo sulla qualità della produzione è affi-
dato ai servizi dipendenti dall'Assessorato all'industria.
Art. 4
Entro 60 giorni dall'entrata in vigore della presente legge
la Giunta regionale fissa i criteri per la utilizzazione ne-
gli edifici a destinazione pubblica di impianti solari per
le acque calde nonchè i tempi per la loro realizzazione.
Art. 5
Entro 60 giorni dall'entrata in vigore della presente leg-
ge, i servizi dipendenti dall'Assessorato all'industria, ai
lavori pubblici, all'ambiente e difesa del suolo elaborano
progetti-tipo per la coibentazione termica degli edifici e
per il riscaldamento solare dei medesimi in via sperimen-
tale.
I progetti sono inviati agli Enti locali affinchè ne diffon-
dano la conoscenza tra le popolazioni.
Art. 6
Entro 90 giorni dall'entrata in vigore della presente leg-
ge, il Consiglio regionale su proposta della Giunta istitui-
sce un Ente regionale con il compito di installare, su ri-
chiesta, pannelli solari per riscaldamento; l'Ente, che
mantiene la proprietà dei pannelli, fa pagare all'utente
l'acqua riscaldata con energia solare ad un prezzo con-
220
venientemente inferiore (almeno del 20%) al costo
dell’acqua riscaldata con gasolio.
L'Ente regionale può dotarsi degli impianti di cui al com-
ma precedente mediante trattativa privata con le struttu-
re produttive a base cooperativa a condizione che queste
assumano giovani ai sensi della legge 1 giugno 1977 n.
285.
L'Ente regionale è tenuto ad assumere giovani disoccu-
pati nonchè nell’ampliamento e rinnovamento degli im-
pianti solari.
Ar
Ai proprietari di edifici a edilizia sovvenzionata e conven-
zionata è fatto obbligo di utilizzare acqua per il riscalda-
mento ricorrendo all'Ente regionale di cui al precedente
articolo 6 o installando impianti propri.
La Giunta regionale, d'intesa con la competente Commis-
sione consiliare, può erogare ai proprietari di immobili
che installano in proprietà collettori piani per il riscaldz
mento un contributo una tantum fino al 40% dell’investi-
mento complessivo sostenuto per l'acquisto e l’installa-
zione dell'impianto.
Art. 8
Allo scopo di incrementare l’uso dell'energia solare nella
zootecnia e nell'agricoltura, la Giunta regionale, d'intesa
con la competente Commissione consiliare, può concede-
re un contributo fino al 40% del costo dei componenti ne-
cessari per la realizzazione di impianti ad energia solare
di varia natura finalizzati esplicitamente agli usi agricoli
e zootecni
Art. 9
All'atto dell'entrata in vigore della presente legge la
Giunta regionale invita l’ENEL a procedere alla solar
zazione fotovoltaica in Emilia-Romagna là dove essa sia
al limite della competitività economica, come nel campo
della elettrificazione rurale.
Nella produzione di energia elettrica da impianti solari è
fatto obbligo del recupero dell'energia termica, altrimen-
ti dissipata, per gli usi a questi propri.
221
Il Consiglio regionale, entro 60 giorni dall'entrata in vigo-
re della presente legge, approva un'apposita normativa al
fine di garantire adeguati interventi promozionali alle
aziende emiliano-romagnole nel settore della componen-
tistica elettronica che intendono specializzarsi nella pro-
duzione fotovoltaica.
Art. 10
La Giunta regionale è autorizzata a stipulare convenzioni
con le Università emiliano-romagnole e con il CNR al fine
di: 5 ; È
a) fornire un supporto tecnologico alle aziende, in parti-
colare quelle medio-piccole, e alle cooperative di cui ai
precedenti artt. 3 e 9, per ridurre alle stesse gli oneri di
ricerca e di sviluppo; 3 3 DEI
b) sviluppare la ricerca ai fini della produzione di dispo-
itivi solari per la elettrogenerazione a ciclo termodina-
mico.
Allo scopo di formare tecnici per le finalità della presen-
te lesse la Giunta regionale è autorizzata a stabilire una
convenzione con le Università emiliano-romagnole e ad
istituire corsi professionali per tecnici riparatori e aggiu-
statori.
Art. 12
Entro 60 giorni dall'entrata in vigore della presente la
Giunta regionale, d'intesa con la Commissione consiliare
competente, costituisce unità tecniche interdisciplinari,
per le finalità della formazione professionale, del censi-
mento quantitativo di cui all'art. le della valutazione sì
to per sito, su tutto il territorio regionale, circa il migiore
insediamento di impianti energetici.
All'onere derivante dalla presente legge si provvede me-
diante istituzione di appositi capitoli nei bilanci regionali
di competenza.
222
ELIMINAZIONE DELLE BARRIERE
ARCHITETTONICHE
RELAZIONE
Nel corso di queste prime due legislature, la Regione
Emilia-Romagna ha fatto — bisogna ammetterlo — anco-
ra poco per gli handicappati. Infatti il provvedimento le-
gislativo (L.R. n. 48 del 29.12.1979) si sostanzia — e su
questo tutti possono essere d'accordo — in una previsio-
ne di contributi che non è certamente tale da incidere ra-
dicalmente sul problema. E si deve aggiungere (anche se
su questo non tutti probabilmente sono d'accordo) che es-
so è ancora ispirato ad una visione assistenzialistica del-
la questione dei portatori di handicaps che non appare in-
dubbiamente condividibile alla luce non tanto di convin-
zioni personali di chi scrive ma degli stessi moderni studi
sull'inserimento degli handicappati nella vita sociale.
Necessita pertanto che la Regione, sia pure in «zona Ce-
sarini», allo scadere della seconda legislatura, adotti un
provvedimento abbastanza organico in materia, che non
si limiti ad una previsione di contributi (ciò per cui c'è
già comunque la L.R. n. 48 del 29.12.1979), ma che affron-
ti incisivamente il fenomeno per quanto possibile in radi-
ce.
Quando poco sopra, in apertura, si parlava dell'esigenza
che la Regione Emilia-Romagna fac legislativament
qualcosa di più per gli handicappati, si intendeva riferir-
si non già ad un'istanza di tipo categoriale, sia pur parti-
colarmente apprezzabile, ma ad un vero e proprio impe-
rativo sociale di carattere non categoriale ma generale.
Quello degli handicappati, infatti, è un fenomeno nel qua-
le si sostanzia con particolare concretezza — vorremmo
dire con emblematicità — uno degli aspetti di quella alie-
nazione del nostro vivere sociale, che tutti ci tocca.
Anche se non è possibile arrivare a considerare che oggi,
nel quadro dello scontro di classe, gli operai e gli sfrutta-
ti siano organicamente da sostituire con gli emarginati,
sono tuttavia convinto (e su questo credo potranno conve-
nire non soltanto quanti condividono una concezione ba-
sata sul marxismo ma anche coloro che, guidati da diver-
se ideologie, individuano la necessità di una spinta rinno-
vatrice della società) che gli emarginati, e fra essi gli han-
223
dicappati, come portatori particolarmente qualificati
dell’alienazione del mondo e della società contempora-
nea, rappresentino — a qualunque categoria sociale ap-
partengano — un risvolto di classe di importanza deter-
minante in qualunque indagine sociale o sociologica, un
fenomeno direttamente collegabile comunque con le clas-
si subalterne, del quale è assolutamente necessario tener
conto.
Per questo noi dobbiamo essere, senza esitazione alcuna,
dalla parte degli emarginati, oggi dalla parte degli handi-
cappati, per i quali un primario e preliminare intervento
deve consistere nel tentativo di eliminazione di quelle
barriere architettoniche che impediscono loro in gran
parte uno svolgimento normale della vita, e comunque
una partecipazione alla vita sociale.
La presente proposta di legge, che coglie quindi un pro-
blema di portata generale, viene avanzata sulla base di
elaborazioni ed indicazioni derivanti da esperienze matu-
rate nel settore. Comunque riteniamo che debba esservi
su di essa il confronto e l'apporto di tutte quelle associa-
zioni che operano sui problemi degli handicappati.
L'art. 1 definisce gli obiettivi e le finalità di legge.
L'art. 2 — forse la norma più importante, più significati-
va e più interessante di questo testo legislativo — stabili-
sce alcuni standards generali in materia per le costruzio-
ni edilizie; e definisce quali siano le «nuove costruzioni»
ai sensi di questa legge. Inoltre l'art. 2 contiene la previ-
sione, indubbiamente singolare, che le sue disposizioni
diventino immediatamente precettive, e non meramente
programmatiche, qualora la commissione dell'art. 6 e il
Consiglio regionale non compiano quanto di loro compe-
tenza entro i termini previsti.
L'art. 3 prevede alcuni obblighi dei Comuni in materia,
così come l'art. 4 fa a proposito degli Istituti Autonomi
per le Case popolari.
L'art. 5 contempla incentivi per i privati costruttori.
L'art. 6 riguarda la Commissione incaricata dell’azione e,
parte, della garanzia di applicazione della legge; va da sè
che questa Commissione, essendo fra l’altro composta
anche da una adeguata rappresentanza dei Gruppi consi-
iari (v. let. b) del secondo comma), viene a rendere non
necessario — al fine di una maggior speditezza — l’inter-
vento delle Commissioni consiliari «Sicurezza Sociale» e
«Territorio».
224
L'art. 7 si occupa dei locali adibiti ai pubblici servizi, ai
luoghi di spettacolo, cura, o attività aperte al pubblico.
L'art. 8, tocca il problema dei trasporti, mentre gli artt. 9,
10 e 11 prevedono particolari sovvenzioni per l'acquisto
di motocicli e motocarrozzette ad uso degli invalidi.
Gli ultimi due articoli costituiscono norme — necessarie
— di chiusura.
PROGETTO DI LEGGE
Art. 1
La Regione Emilia-Romagna per migliorare le condizioni
di fruibilità e d’uso delle strutture edilizie, urbanistiche
e di ogni spazio aperto al pubblico per tutta la popolazio-
ne, al fine del pieno inserimento nella vita pubblica delle
persone che abbiano difficoltà fisiche, psichiche e senso-
riali, persegue gli obiettivi: dell’abolizione delle barriere
architettoniche recependo in tal senso l’art. 27 della leg-
ge n. 118 del 30 marzo 1971 ed il D.P.R. n. 384 del 27 apri-
le 1978; dell'integrazione della disciplina urbanistica e
dei regolamenti edilizi a tal uopo; della costruzione di un
complesso di alloggi pubblici a destinazione sociale onde
favorire la permanenza e l'inserimento nella vita civile
sul territorio di tutte le persone portatrici di handicaps.
La Regione Emilia-Romagna, tramite la Giunta regiona-
le, la Presidenza della Giunta stessa, il terzo Dipartimen-
to ed in particolare l'Assessorato all'Urbanistica, il quar-
to Dipartimento ed in particolare gli Assessorati all'Assi-
stenza sociale e alla Sanità, opera per l'abolizione delle
barriere architettoniche comunque intese, con riferimen-
to sia agli edifici pubblici, sia alle costruzioni private, sia
ai luoghi di spettacoli, ai servizi in genere e comunque a
tutti gli edifici e locali ove si svolgano attività di pubblico
interesse ed ove è permesso il libero accesso.
Art. 2
Tutte le nuove costruzioni nella Regione Emilia-
Romagna devono essere dotate di ascensori della capien-
za sufficiente per ospitare una sedia a rotelle, a meno che
7 attese loro caratteristiche di edilizia economica o per
determinate circostanze — contraria possibilità non ri-
225
sulti facoltizzata da specitica clausola, appositamente
motivata, contenuta nella concessione edilizia.
In tutte le nuove costruzioni nella Regione Emilia-
Romagna devono essere evitati, ove è possibile, i gradini,
eventualmente sostituiti con salite continue pianeggianti
in muratura.
Gli organi, comunali o comprensoriali, competenti all’ap-
provazione dei progetti sono incaricati di garantire*l'os-
servanza di tali disposizioni.
Per nuove costruzioni, ai fini di questo articolo, si inten-
dono quelle per le quali sia stata rilasciata la concessione
edilizia dopo l’entrata in vigore della presente legge.
La Commissione di cui all'art. 6 si è incaricata, entro 90
giorni dalla sua nomina, di proporre al Consiglio regiona-
le tutte le specifiche modifiche che siano necessarie irî at-
tuazione della presente legge alla L.R. n. 18 del 1975, alla
L.R. n. 47 del 1978 e sue modificazioni, ad altre normati-
ve regionali in materia urbanistica o turistica e a tutte le
altre leggi regionali che risulti necessario modificare in
conformità a questa legge. Il Consiglio regionale discute-
rà e delibererà in forma legislativa su tali proposte entro
cinque mesi dall'entrata in vigore della presente legge.
Le norme dei primi tre commi di questo articolo acqui-
steranno valore immediatamente precettivo qualora do-
po sette mesi dall'entrata in vigore della legge stessa la
Commissione di cui all'art. 6 ed il Consiglio regionale non
abbiano proposto e deliberato in ordine alla modifica del-
la legislazione regionale.
Art. 3
I Comuni nell’attuazione dei piani di fabbricazione e dei
piani regolatori e negli interventi di recupero dei centri
storici adegueranno la localizzazione e la sistemazione
dei pubblici uffici nonchè degli spazi di uso pubblico e
dei fabbricati di edilizia residenziale in armonia con la
presente legge ed in osservanza dell'art. 27 della L.R. n.
118 del 30 marzo 1971 e del D.P.R. n. 384 del 27 aprile
1978.
Art. 4
AI fine di permettere la fruizione degli alloggi ai cittadini
portatori di handicaps gli Istituti autonomi per le case
226
popolari dell’Emilia-Romagna devono adibire i piani ter-
ra degli edifici costruiti ò ristrutturati con loro concorso
a handicappati, o ad anziani, secondo criteri idonei.
Art. 5
Ai privati che costruiscono alloggi in tutto rispondenti al-
e norme e allo spirito dei primi due commi dell’art. 2, e
alle disposizioni che saranno emanate su proposta della
Commissione di cui all'art. 6, la Giunta regionale, sentita
a Commissione stessa, potrà concedere le seguenti age-
volazioni:
a) contributi per la costruzione e l'adattamento di alloggi
ad uso proprio da parte di handicappati o loro familiari,
per il maggiore onere derivante dal miglioramento fun-
zionale della tipologia;
) agevolazioni nella misura del 15% del costo ai privati
che intendano costruire alloggi adatti secondo quanto
revisto dalla presente legg
proprietari degli alloggi che usufruiscono di benefici di
cui al presente articolo sono impegnati a non modificare
a destinazione d'uso specifico e in caso di alienazione do-
vranno precedentemente offrire l'immobile all'Istituto
autonomo per le case popolari provincialmente interes-
sato, il quale può esercitare diritto di prelazione.
o)
Art. 6
Entro quindici giorni dall'entrata in vigore della presen-
te legge il Consiglio regionale nomina la Commissione
per la verifica ed il controllo della normativa per l’elimi-
nazione delle barriere architettoniche, alla quale compe-
te svolgere le attività previste dall'art. 2 e dalle altre nor-
me della presente legge, esprimere pareri sui piani, pro-
grammi relativi a criteri di finanziamento, nonchè sui
provvedimenti diretti a favorire il superamento di ogni
stato di esclusione dalla vita sociale dei cittadini portato-
ri di handicaps ed il coordinamento delle iniziative della
Regione Emilia-Romagna e dagli enti locali in materia.
Tale Commissione è composta: ;
a) dal Presidente della Regione Emilia-Romagna, che la
presiede; i
b) da rappresentanze proporzionali dei vari gruppi consi-
liari della Regione Emilia-Romagna, secondo criteri nu-
227
merici che verranno definiti dal Consiglio regionale in oc-
casione della nomina della Commissione stessa, nel nu-
mero complessivo di 14;
c) da un rappresentante della Motorizzazione Civile;
d) da un rappresentante, tecnico, dell'Assessorato regio-
nale ai Trasporti;
e) da due rappresentanti, tecnici, dell'Assessorato regio-
nale all'Urbanistica;
f) da un rappresentante, tecnico, dell'Assessorato regio-
nale all’Assistenza sociale;
g) da un rappresentante, medico, dell'Assessorato regio-
nale alla Sanità;
h) da un rappresentante del corpo dei vigili del loco;
i) da un funzionario della polizia amministrativa;
1) da un rappresentante del Consorzio regionale fra gli
Istituti autonomi delle case popolari;
m) da tre rappresentanti (delle Associazioni degli invalidi
e degli handicappati della regione).
Art. 7
A tutti i proprietari o ai gestori di pubblici servizi, luoghi
di spettacolo, o di attività comunque aperte al pubblico è
fatto obbligo entro dodici mesi dall'entrata in vigore del-
la presente legge di provvedere alle opere di sistemazio-
ne necessarie per fare rientrare i locali stessi negli stan-
dards tipologici previsti dalla presente legge e dalle deli-
berazioni legislative consiliari di cui all'art. 2.
I proprietari o i gestori che ritengono tecnicamente im-
possibile effettuare le opere di sistemazione di cui al
comma precedente possono fare, entro quattro mesi
dall'entrata in vigore della presente legge, domanda di
esonero alla Commissione di cui all'art. 6. La domanda
deve essere corredata da una relazione tecnica che dimo-
stri l'impossibilità dell’effettuazione delle opere. Il pro-
prietario o i gestori per procedere alle opere di sistema-
zione di cui alla presente norma possono chiedere entro
sei mesi dall'entrata in vigore della presente legge un
contributo fino al 60% del complessivo delle opere. La
domanda di contributo, su appositi moduli distribuiti
presso i competenti uffici regionali, deve essere correda-
ta dal progetto delle opere dal preventivo di spesa.
228
Art. 8
Al fine di consentire la massima mobilità possibile ad
handicappati, traumatizzati, anziani, e a tutti coloro che
comunque possono avere difficoltà di movimenti, la Re-
gione Emilia-Romagna, di concerto con i Comuni e le So-
cietà per il trasporto urbano di passeggeri, entro tre mesi
dall entrata in vigore della presente legge, studierà e rea-
lizzerà linee di trasporto urbano ed anche extra-urbano
con autobus adattati in modo da consentire l’accesso a
persone dai movimenti limitati, anche su sedia a rotelle.
Art. 9
Per favorire gli handicappati nell'inserimento nella vita
sociale, e nel lavoro, la Giunta, su parere della Commis-
sione di cui all'art. 6, concede un aiuto economico per
l'acquisto di motocicli, motocarozzette ed autovetture
adattati in relazione alle infermità degli interessati. Tali
aiuti sono previsto come seguito:
a) concorso nel pagamento degli interessi del mutuo
sull’ammontare dell'importo di un solo veicolo con am-
mortamento quinquennale;
b) concessione di un contributo totale permanente a fon-
do perduto sull'acquisto degli adattamenti da apportare
al veicolo, come sterzo automatico, frizione automatica
attrezzature speciali per mutilati alle braccia, alle mani e
alle gambe, acceleratore al volante e a manopola di tipo
motociclo, freno di servizio comandato mediante leva a
lungo braccio, sedile appositamente adattato, sposta-
menti di pedali, ecc., in quanto da considerarsi come pro-
tesi ortopediche.
Art. 10
Le domande intese ad ottenere le agevolazioni previste
dalla norma precedente devono essere presentate in car-
ta semplice alla Giunta'regionale dell’Emilia-Romagna.
= documentazione da allegare alle domande è la seguen-
ei
1) preventivo di spesa degli speciali adattamenti;
2) preventivo di spesa della messa in opera degli speciali
adattamenti qualora gli stessi siano già in possesso del
beneficiario; n
229
3) preventivo di spesa dell'autovettura ivi compresi gli
accessori;
4) copia autentica dal Comune della dichi ione di in-
validità rilasciata dalla Commissione sanitaria provin-
ciale competente;
5) copia autenticata dal Comune del certificato medico ri-
lasciato dalla Commissione medica provinciale di cui
all'art. 81 del D.P.R. n. 393 del 15 giugno 1959.
Art. ll
A coloro che abbiano ottenuto il nullaosta, ai sensi
dell'art. 9, per la concessione del concorso nel pagamento
di interessi o per la concessione di contributo a fondo
perduto, ma non siano in grado di prestare sufficienti ga-
ranzie per l'ottenimento delle agevolazioni previste dalla
presente legge, la Giunta regionale è autorizzata a presta-
fideiussioni, fino a concorrenza dell'importo capitale
nplessivo.
e fidejussione ha carattere sussidiario a norma
'art. 1944, secondo comma, del codice civile.
i eventuali oneri derivanti dalla garanzia di cui al
“ecedente articolo, si provvederà con apposito capitolo
o stato di previsione della spesa della Regione Emilia-
Romagna.
Art. 12
Non possono usufruire dell’assegnazione dei benefici di
cui alla presente legge gli invalidi che non siano residenti
«hella Regione Emilia-Romagna da almeno un mese.
Ar. 13
I motocicli, le motocarrozzette e le autovetture acquistati
o modificati secondo le norme della presente legge, sono
vincolati all'uso proprio dell’invalido autorizzato alla
guida. Dalla data dell'estinzione del debito il beneficiario
tuttavia agisce della facoltà di disporre e di godere del
veicolo in modo pieno ed esclusivo.
Art. 14
Il Consiglio regionale dell'Emilia-Romagna, entro otto
mesi dall'entrata in vigore della presente legge, emanerà
norme relative alle sanzioni da prevedersi per tutti 2018:
ro che non rispetteranno quanto previsto dall'art. 2 della
legge stessa o dalle deliberazioni legislative con iliari di
cui all'art. 2 medesimo. Ù dist:
PROGRAMMA PER LA DIVULGAZIONE
E LA SPERIMENTAZIONE
DI TECNICHE AGRICOLE
BIOLOGICHE
RELAZIONE
Negli ultimi anni si sono moltiplicati a tutti i Delli se
snali di allarme contro l’uso indiscriminato di prodo
chimici in agricoltura. r
L'uso irrazionale d’insetticidi ha portato alla mu
di specie utili e al conseguente ca di Per =
iù fre ime. Si è sviluppato p -
se, non più frenate dalle prime. P =
meno della «resistenza» per i aaa DI
S i iù Ss ibili a determinati pesti ,
se le specie non più sensibil ) reo
i riusci fino a pochi anni fa (si p'
si riuscivano a controllare fine inni fa (si
esempio alla psilla del pero in Alto Adige, praticamente
resistente a tutti i principi attivi in COMMELCIO);. 17% SA
La pratica della monocoltura, accompagnata da Le
massiccio di diserbanti, ha fatto sì che si aesenn p:
- f infes di sostituzione, costi
are una flora infestante di , cost i
Crerie affini alla specie coltivata (esempio il sorgo ale
pense nel mais), che è di difficile controllo. inni
Inoltre queste pratiche agricole SORIA o
ità se crescenti di concimi chimici, | L
Li een sod li, nel i ci di ospitare
i terreni e tempo, incapa e
zano i terreni rendendoli, nel tei Dania
È re più semplici (è il caso ad esempio in
anche le colture più semplici ( ac )
lia Romagna della coltivazione estensiva della es
L'opinione pubblica è ormai sensibilizzata poi a mo #
ma dei residui tossici nei prode ira
i i tral’ è nplicata la rilevaz 3
dei quali tra l’altro, è molto con a rile
Accanto a questi aspetti ultimo, ma non meno iper
è l'inquinamento ambientale, al quale si affiancano lE
blemi sanitari per l'operatore a n
sci ericolosità dei prodotti Sa,
tutto cosciente della perico dei prodi “i
ispos i blemi l'Emilia Romagn:
Nella risposta a questi pro! : nin
’av iai ia, lo dimostra la recente legg
all'avanguardia in Italia, lo c 2 SETA
"us i pestici frutteti al fine di salvaguar-
regola l’uso dei pesticidi nei f VEZURA
dare l'impollinazione ad ROSA dele api e ia
i che tendono ad un uso ;
della «lotta guidata» che ten c i Ù 0:
antiparassitari privilegiando quelli a debole ripercussio
ne ecologiche.
232
A livello più generale la ricerca nel campo della lotta bio-
logica e per la sintesi di insetticidi con tossicità bassissi-
ma o nulla per gli animali a sangue caldo, (i cosiddetti in-
setticidi di terza generazione), è un altro contributo alla
risoluzione dei problemi elencati sopra. pi
Accanto a queste che sono le risposte dell’agricoltura
«convenzionale» e che comunque prevedono sempre
l'uso, anche se più oculato, di prodotti chimici, anche in
Italia si stanno lentamente sviluppando risposte più glo-
bali: ci riferiamo ai metodi di agricoltura biologica, che
escludono l’impiego di prodotti chimici e che perseguono
la ricostituzione di un equilibrio ambientale, gravemente
compromesso dalle pratiche agricole correnti. È appunto
attraverso la ricostituzione di un equilibrio tra specie
utili e dannose e attraverso una corretta alimentazione
delle piante coltivate ad opera di un terreno ricco di hu-
mus che è possibile risolvere i problemi degli attacchi pa-
rassitari, sviluppando la resistenza naturale delle piante.
Ciò si ottiene escludendo concimi chimici e facendo uso
di materiali organici vegetali e animali compostati se-
guendo tecniche che tendono a valorizzarne al massimo
le funzioni di concimazione. I pesticidi sono sostituiti da
antiparassitari di origine naturale, il cui uso per altro è
minimo proprio grazie alla ricostituzione di un equili-
brio ecologico, che da solo riduce in modo sensibile le in-
festazioni (numerose esperienze hanno ad esempio dimo-
strato che la dorifora attacca in modo massiccio le patate
concimate con concimi chimici in quanto è attratta dagli
aminoacidi liberi presenti nelle foglie. Le colture biologi-
che di patata, non avendo aminoacidi liberi, sono pratica-
mente esenti da attacchi di dorifora).
L'arretratezza del nostro Paese in questo settore ha pro-
vocato anche fenomeni di vera e propria speculazione ri-
scontrabili nella diffusione sul nostro mercato di cibi
biologici di importazione, a prezzi proibitivi.
Ricerche condotte nella Repubblica Federale Tedesca e
in U.S.A., confrontando i risultati economici di aziende
biologiche e convenzionali, hanno dimostrato che, anche
se le aziende biologiche hanno produzioni unitarie leg-
germente più basse, il reddito netto, cioè il risultato eco-
nomico, è equivalente.
Per quanto riguarda i consumi energetici, la stessa ricer-
ca condotta in U.S.A., ed altre analoghe ricerche, hanno
rilevato che le aziende biologiche hanno costi (e quindi
233
consumi) energetici più di due volte inferiori a quelli
dell'agricoltura convenzionale. Questo è un aspetto di
grandissima importanza, considerando che il prezzo
dell'energia è destinato in ogni caso a salire, a tal punto
che in un futurò più o meno prossimo sarà forse necessa-
rio massimizzare la produttività dell'unità d'energia (fat-
tore limitante della produzione) piuttosto che l’unità di
superficie o di lavoro!
I dati riportati sono reperibili nella pubblicazione «Vers
ricolture viable» dell’International Federation Or-
ganic Agricolture Moviment (I.F.O.A.M.) Ed. Wirz, Arau
1977 Svizzera.
Jean Roger Mercier, nella sua opera «Energia e Agricol-
tura», edizione Murzio & C., dopo avere analizzato i risul-
tati di prove comparative tra aziende biologiche e con-
venzionali, così conclude: «Risultati economici compara-
bili..., produzione energetica senza dubbio nel medesimo
ordine di grandezza e bisogni di energia rara molto più
bassi (in un rapporto di uno a due): questa potrebbe ess
re un'ipotesi ragionevole sul confronto fra agricoltura
biologica e agricoltura convenzionale».
Alla luce dei dati così succintamente elencati non è quin-
di più rinviabile, dalla Regione Emilia Romagna, un
provvedimento che tenda a promuovere sia forme di vera
e propria sperimentazione, affinchè i dati di comparazio-
ne per lo più provenienti dall'estero comincino a trovare
luogo di confronto anche nella nostra situazione, sia la
formazione di tecnici altamente specializzati in agricol-
tura biologica, sia la conoscenza più ampia possibile dei
metodi biologici fra gli operatori agricoli.
Questo provvedimento rappresenta quindi l'avvio di un
primo programma che, in base all'esperienza, potrà tro-
vare via via forme sempre più articolate di intervento.
Con l'art. 1 sì stabilisce il principio ispiratore che trae
origine dalla necessità di esercitare una difesa globale
nei confronti di sostanze chimiche (concimi, antiparassi-
tari, diserbanti), il cui uso massiccio rappresenta un fe-
nomeno relativamente recente e senza alcun dubbio an-
cora insufficiente approfondito dal punto di vista degli
effetti nocivi alla vita dell’uomo, della fauna e dell'equili-
brio ambientale.
L'art. 2 indica come prima possibilità di intervento sia la
necessità di conoscere le alterazioni che gravano
sull’equilibrio ambientale, sulla salubrità degli alimenti
234
ala salute degli operatori agricoli sia di espandere la
oa Se e la pratica applicazione dell'agricoltura bio-
gica già ampiamente conosciuta in altri paesi europei e
negli U.S.A.. sa a
Vengo I. è so:
scurone so deal specifici interventi posso-
ssere avviati al fine di dare applicazi nu
‘are applicazione al conte
del 1° comma. Tre i diari NE
a. Trattandosi di un settore pr è i
È ma. Tre settore pressochè ine-
splorato all'attività regionale, è i ini
I all'a à regionale, è necessario previ re ini
ziora Ì to È ssa revedere ini-
ziative pubbliche, quali convegni 06; a
ve] , quali convegni e seminari, che S
costituire luago di scambio per inf nana
ig scambio per informazioni speri
‘ rire luogo. : azioni ed esperien-
Sn i ) 1 sperien
sr CRE di dibattito per tutte le forze sociali, politiche
ed economiche interessate ai temi dello sviluppo di une
agricoltura naturale. 3 a
Si evede i che le H
purerede ai ca Regione promuova l'insegnamento
sis a biologico in agricoltura, nei corsi di fi
eliststema:biologi ag a, nei corsi di forma-
oa professionali per operatori icoli Ai
raro dell'art. 2 intende facilitare tramite il rila-
suo i borse di studio, la formazione di tecnici specializ-
> ti * metodi agricoli biologici, sia nel mondo universi
o che in quello direttamente roduttivo.
i Carta 3 infine è previsto che la Regione promuova la
pei e pratica del sistema biologico in agricol-
n ra al fine di determinare indici di confronto quali quan-
i ilega, alla realtà agricola regionale ;
dA invia "RSA peas
n LOT un successivo provvedimento legislativo
aree sa di prev edere forme i finanziamento e di as-
ca à tecnica per operatori agricoli che intendano con-
sen " See colturali convenzionali nonchè inizia-
Re = valorizzazione della produzione così otttenuta
; ei 5 si definisce per l'esercizio 1980 che lo stanzia-
mento globale ammmonta a L. 100 milioni è
PROGETTO LEGGE
Art.l
Con la presente legge, la Regione Emilia Romagna pr
muove un programma teso a salvaguardare e (a <. x
SORIRZan, con riguardo particolare agli operatori =
pia Se e l’ambiente naturale dai danni derivanti
Il'uso delle sostanze chimiche utilizzate in agricoltura
quali concimi, antiparassitari, diserbanti, e a difendersi
235
consumatori dalle alterazioni che i prodotti agricoli vege-
tali subiscono durante il loro sviluppo a causa dell'uso
delle predette sostanze chimiche, la cui massiccia diffu-
sione si è avuta in tempi relativamente recenti e i cui ef-
fetti non risultano ancora sufficientemente analizzati.
Art. 2
Le finalità di cui all'art. 1 vengono perseguite attraverso
iniziative tendenti:
a) ad analizzare la situazione esistente, il livello delle al
terazioni ambientali e dei rischi connessi alla pressochè
irreversibile immissione nella catena alimentare di so-
stanze chimiche provenienti da tecniche colturali con-
venzionali nonchè il livello di nocività a cui sono sottopo-
sti gli operatori agricoli.
b) a favorire la conoscenza, l’approfondimento e la prati.
ca applicazione tra gli operatori agricoli, di tecniche col-
turali, di allevamento e di conduzione di aziende agricole
basate su metodi propri dell'agricoltura biologica, già
ampiamente applicati in alcuni paesi europei quali la
Svizzera, la Francia e la Repubblica Federale Tedesca.
La Giunta Regionale, sentito pertanto il parere del Comi-
tato Consultivo Regionale per la ricerca e la sperimenta-
zione in Agricoltura Forestazione e in collaborazione con
gli Enti e le Organizzazioni ivi rappresentati, con i Comu-
ni e le Province e con le Associazioni che in modo qualifi-
cato e a livello nazionale hanno già condotto, sia sul pia-
no della ricerca che della pratica applicazione, ampia
esperienza dei metodi dell'agricoltura biologica, pro-
muove:
1) Convegni e seminari di studio tesi ad approfondire
l’analisi sui danni derivanti dall'uso di sostanze chimiche
in agricoltura nonchè a divulgare i metodi dell’agricoltu-
ra biologica agli operatori agricoli,
2) l'inserimento, nei programmi dei corsi di formazione
professionale per operatori agricoli, dell’insegnamento
delle predette tecniche colturali e la visita ad aziende
agricole biologiche;
3) il rilascio di borse di studio a:
studenti laureandi o laureati in agraria con tesi o succes-
sive ricerche aventi per oggetti l'applicazione di tecniche
agricole biologiche;
236
o
— operatori agricoli in grado di illustrare i risultati di
esperienze pilota nel cammpo dell'agricoltura biologica.
Le modalità di rilascio delle citate borse di studio, che
potranno comprendere anche esperienze di studio presso
centri specializzati o attività teorico-pratiche presso
indio agricole biologiche anche situati all’estero, sa-
To Fre] Consiglio Regionale con specifico
Art. 3
Secondo le modalità già indicate al 2° comma dell'art. 2
della presente legge, la Giunta Regionale, avvalendosi an:
che delle strutture e dell'apparato tecnico dell'Ente Re-
gionale per lo svilupo agricolo, avvia inoltre un program-
ma di sperimentazione pratica di agricoltura biologica
Detta sperimentazione riveste scopo di comparazione ri-
spetto alle tecniche agricole convenzionali, con particola-
re riferimento alla qualità, quantità e salubrità della pro-
duzione, compresa quella lattiero-casearia e zootecnica
agli indici biologici di fertilità del suolo, agli effetti della
lotta ai parassiti e alla più generale necessità di preven-
zione dai danni ecologici in agricoltura.
La sperimentazione verifica le reali possibilità di appli-
cazione dei vari metodi biologici in agricoltura, in rela-
zione alle condizioni climatiche, alle tipologie dei terreni
alle tecniche colturali tradizionali e alle vocazioni agrico-
le esistenti nella nostra Regione e sarà condotta preferi-
Pesante su aree o in aziende all’interno di parchi natura-
Art. 4
Con apposito atto legislativo saranno determinati inter-
venti finanziari e di assistenza tecnica a favore di opera-
tori agricoli singoli o associati che, sulla base di docu-
mentati programmi inerenti la conduzione anche parzia-
le dell impresa agricola, dimostrino di praticare i metodi
dell'agricoltura biologica o di voler convertire anche par-
zialmente la tecnica agricola convenzionale tramite fin
troduzione di detti metodi.
Contestualmente saranno promosse iniziative tese a valo
237
rizzare le produzioni agricole biologiche regionali e a in-
formare e sensibilizzare i consumatori sulla esistenza di
dette produzioni.
Art. 5
Gli oneri derivanti dall’applicazione della presente legge
si fa fronte con gli stanziamenti di un apposito capitolo,
da iscrivere sullo stato di previsione della spesa del Bi-
lancio di previsione della Regione Emilia Romagna a par-
tire dall'esercizio 1980 la cui entità è determinata an-
nualmente dalla legge di bilancio a norma dell'Art. 11,
primo comma della L.R. 6/7/1977 nr. 31.
Per l'esercizio finanziario 1980 è autorizzata una spesà di
Lire 100.000.000, = cui si fa fronte mediamente la utiliz-
zazione per storno di quota parte dell’attuale stanzia-
mento del fondo di riserva di cui al Cap. 85100.
Art. 6
Al Bilancio di Previsione per l'esercizio finanziario 1980
sono apportate le seguenti variazioni:
Stato di previsione della spesa
a) Variazione in aumento
Cap. 18120 — spese per la divulgazione e la sperimenta-
zione di tecniche agricole biologiche.
Programma 09 — Rubrica 1° — Settore 02 — Sezione 3°
Stanziamento di cassa 100.000.000
Stanziamento di competenza 100.000.000.
b) — Variazioni in diminuzione
Cap. 85100 — Fondo di riserva per le spese obbligatorie
Stanziamento di cassa 100.000.000
Stanziamento di competenza 100.000.000
ISTITUZIONE DEL COLLEGIO
PER LA DIFESA CIVICA
DELL’EMILIA-ROMAGNA
RELAZIONE
Quello del Difensore civico rappresenta, in linea di prin-
cipio, un istituto tipico delle strutture politiche della so-
cietà borghese. L'organizzazione capitalistica matura,
sempre più gravemente in crisi, cerca estreme difese al
proprio interno, e tipica fra esse è quella del Difensore ci-
vico. Emblematica e dimostrativa di ciò, d'altra parte, è
a circostanza della diffusione della figura dell'Ombud-
sam nei paesi dell'Europa occidentale: e così si ricordino
a Danimarca, la Finlandia, L'Austria, la Francia, la Ger-
mania, la Gran Bretagna e l'Irlanda del Nord, oltre
all'Australia, al Canada, ad Israele o ad alcuni Stati
dell'India.
Le considerazioni di prima erano svolte «in apicibus» e in
inea di principio. Nelle strutture politiche della società
orghese noi come forze di sinistra viviamo ed operiamo,
tendendo a rinnovare e a trasformare anche con un'azio-
ne istituzionale. Appunto per questo l'istituto del Difen-
ivico ha un ruolo piuttosto importante, del quale
non si devono dimenticare le forze di sinistra, come quel-
e che in Toscana (con la L.R. n. 8 del 1974) hanno dato vi-
ta a tale struttura istituzionale, accompagnando in ciò
‘iniziativa di altre regioni d'Italia (Liguria: L.R. n. 17 del
1974 o Campania: L.R. n. 23 del 1979).
È quindi giusto che le forze di sinistra non regalando la
figura dello Ombudsman alle nostalgie degli schieramen-
ti politici di stampo individualistico, propongano una sua
configurazione in senso «collegiale» anzichè individuale,
e ne favo. ano il collegamento con quelle forme di de-
mocrazia diretta che, come il referendum popolare di cui
alla legge adottata dal nostro Consiglio regionale in que-
sti giorni, favoriscono in modo abbastanza preciso, con la
tutela del cittadino, una funzione non di puntellamen-
to e di garanzia passiva, ma di critica e di rinnovamento
delle strutture politiche della società borghese da parte
delle masse popolari.
239
Questa proposta di legge vuol dunque collocarsi in
un’area che saldi l'interessamento e l'iniziativa delle
componenti borghesi più avanzate con le forze della sini-
stra tradizionale. E
Ben consapevole che questo progetto di legge non potrà
essere preso in esame dalla commissione competente in
questo scorcio finale della seconda legislatura, il propo-
nente, dal momento che ai sensi di una espressa norma
dello Statuto regionale i progetti di legge non decadono
con la fine della legislatura stessa, lascia questa proposta
all'attenzione della terza legislatura con la convinzione
che essa, unitamente ad analoghi precedenti disegni (Ar-
telli, Fiorini), verrà presa in esame dal Consiglio e forme-
rà impegno diretto della Giunta regionale. Ci auguriamo
cioè che per l'’Ombudsman succeda ciò che è accaduto
per il referendum: che questo nostro sia un altro «sasso
in piccionaia» che possa smuovere le troppo spesso sta-
gnanti acque della nostra attività legislativa regionale.
L'art. 1 e l'art. 2 prevedono la figura del Collegio per la di-
fesa civica. L'art. 3 si occupa dei poteri di indagine del
Collegio stesso. . È
La successiva norma concerne la sua elezione, così come
gli artt. 5, 6 e 7 riguardano i requisiti, le ineleggibilità, in-
compatibilità, decadenze e la durata in carica del Colle-
io.
L'art. 8 torna a concernere l'attività dell'Ombudsman,
mentre l'art. 9 contiene radicali proposte per quanto ri-
guarda le indennità di funzione e di trasferta dei membri
del collegio e il loro solo diritto al rimborso delle spese
vive. - È
Gli artt. 10 e 11 riguardano la dotazione organica dell’Uf-
ficio del collegio, e le previsioni normative di spesa.
PROGETTO DI LEGGE
Art. 1
È istituito il Collegio per la difesa civica dell’Emilia-
Romagna. Le modalità di nomina del Collegio stesso e
l'esercizio delle relative funzioni sono regolate da questa
legge.
240
Art. 2
Il Collegio per la difesa civica dell’Emilia-Romagna cura,
a richiesta di privati cittadini, di associazioni o su pro-
pria iniziativa il regolare svolgimento di atti o pratiche
interessanti direttamente gli stessi presso l’Amministra-
zione regionale, gli Enti e le Aziende dipendenti, gli Enti
delegati dalla Regione all'esercizio di funzioni ammini-
strative e gli Enti soggetti a controllo regionale.
Se nel corso di svolgimento di tale attività il Co legio ri-
scontra che atti e pratiche di altri cittadini si trovino in
identica posizione, opera anche per queste ultime.
In ogni caso esso segnala agli organi statutari della Re-
gione e alla Commissione «Bilancio e Affari Generali» del
Consiglio regionale, cui spetta il potere di vigilanza ai
sensi del quinto comma dell’art. 20 dello Statuto, i ritar-
di, le irregolarità e le disfunzioni riscontrate e ne solleci-
ta il superamento.
Fra le modalità di conferimento della delega di funzioni
amministrative previste dall'art. 57 dello Statuto dovrà
essere prevista l'applicazione delle norme prevedute dal-
la presente legge.
Art. 3
Il Collegio ha tutti i poteri di indagine necessari all’esple-
tamento delle funzioni in relazioni alle pratiche al suo
esame, ivi compreso il libero accesso ai documenti d’uffi-
cio. Ha quindi anche facoltà di sentire gli Amministratori
e di convocare i dipendenti delle varie Amministrazioni,
nonchè di consultare tutti gli atti e i documenti relativi
alle pratiche oggetto del suo interessamento.
Le persone interpellate a norma del presente articolo
hanno l'obbligo di rispondere esaurientemente alle do-
mande che sono loro rivolte dal Collegio e di esibire ad
esso i documenti relativi alle pratiche in esame, essendo
in tali limiti esse sciolte dall'obbligo del segreto d'ufficio.
Il Collegio ha i poteri e i doveri propri della Presidenza
del Consiglio regionale, e chiunque impedisca o ritardi lo
» svolgimento delle funzioni dello stesso è soggetto ai prov-
vedimenti disciplinari dalle norme vigenti.
Art. 4
Il Collegio per la difesa civica dell’Emilia-Romagna è
241
composto di nove persone, elette una per cenzune peo
vincia della Regione, ed una per il circondario n) dA SÈ
con un referendum popolare a carattere regionale da 3
nersi entro sei mesi dalle elezioni amministrative, € ca
si svolgerà — per quanto applicabile — con 5 gina
viste per il referendum popolare dalla relativa legg
dell’Emilia-Romagna promulgata nel 1980.
Art. 5
I membri del Collegio che debbono possedere RT
per l'elezione al Consiglio regionale de mili ;
Romagna, saranno scelti fra persone che per passa aio;
ne, età, precedenti esperienze, diano II oa a
di indipendenza, obiettività, serenità di giudizio e comp
tenza giuridico-amministrativa.
Art. 6
I componenti del Collegio devono essere elettori in un Co-
mune della Regione. sr sl ontere
Non sono eleggibili all'Ufficio della difesa civica: Rs
1) I membri del Parlamento, i consiglieri regionali, pro
vinciali e comunali; | eV SA
2) I membri del Comitato regionale di controllo delle so
zioni decentrate, gli amministratori di enti, istituti e
azi iche, i dipendenti;
aziende pubbliche, i dipendenti; a PRETORIO:
3) Gli amministratori di enti e imprese a palesi pazione
pubblica nonchè i titolari, amministratori e dirigenti di
enti e imprese vincolati con la Regione da ERI
opere o di somministrazioni, ovvero:che ricevono a q
siasi titolo sovvenzioni della Regione. EI ina sl
Quando per un componente del Collegio esista 0 si tal
chi alcuna delle cause di ineleggibilità o;di incompali i i
tà stabilite dal presente articolo, il Consiglio regionale ne
dichiara la decadenza.
Art. 7
Il Collegio dura in carica cinque anni o comunque Quero
il Consiglio, ed i suoi componenti pi cage Bei Di
per una sola volta. Esercita le sue funzioni anc he nea
riodi di vacanza o di scioglimento regionale e rimane
carica anche dopo la scadenza del mandato.
242
Art. 8
Il Collegio invia, oltre alle dirette comunicazioni ai citta-
dini, che ne‘abbiano provocato l’adozione e ai competenti
organi statali della Regione di cui al precedente articolo
2° Ù
a) Relazioni dettagliate al Presidente della Giunta regio-
nale per le opportune determinazioni; à
b) Relazioni dettagliate al Presidente del Consiglio regio-
nale perchè ne dia comunicazione al Consiglio nei casi in
cui ritenga di riscontrare gravi o ripetute irregolarità o
negligenze da parte degli uffici; E
c) Relazione annuale dettagliata sull'attività svolta, cor-
redata da osservazioni e suggerimenti, inviàta al Presi-
dente del Consiglio regionale per la trasmissione ai Con-
siglieri al fine dell'esame da parte del Consiglio.
Art. 9
Ai componenti del Collegio spetta una indennità di fun-
zione pari al 50% di quella percepita dai consiglieri re-
gionali, oltre al rimborso spese vive che, dietro presenta-
zione di apposite liste è a carico del bilancio del Consiglio
regionale.
Art. 10
Il Collegio ha sede presso gli uffici del Consiglio regiona-
le. Spetta all'ufficio di Presidenza del Consiglio provvede
re nel quadro della dotazione di personale assegnato ai
servizi del Consiglio regionale alla organizzazione della
segreteria dell'Ufficio del Collegio di difesa civica, senti-
to il parere del Collegio stesso.
I mezzi materiali, come i locali, l'arredamento, i mobili e
le attrezzature sono assegnati all'Ufficio del Collegio se-
condo le determinazioni dell'Ufficio di Presidenza, senti-
to il Collegio stesso. I mobili, le attrezzature e i beni dure-
voli assegnati al Collegio sono dati in carico al Collegio
che ne diviene consegnatario responsabile.
Tutte le spese occorrenti per il funzionamento dell'Uffi-
cio collegiale sono impegnate e liquidate dall'Ufficio di
Presidenza del Consiglio regionale, a richiesta del Colle-
gio, con le norme e le procedure previste per la contabili-
tà e la finanza del Consiglio regionale.
243
Art. ll
Gli oneri relativi alla pubblicazione della presse legge
sono a carico del bilancio del Consiglio i tenia È
Le spese derivanti dall'art. 9 fanno carico veri De,
per i successivi esercizi al bilancio del Consiglio vira È
dante «Compensi e onorari e rimborsi per consu SZ
prestata da Enti privati a favore del Consiglio regionale.
vegni, i ine conoscitive, studi e ricerche». 5
Co Ser i dall te legge fanno carico
Le altre spese derivanti dalla presente legg;
per il 1980 e per i successivi esercizi al rispe
del Consiglio regionale.
ttivi capitoli
PROPOSTA DI LEGGE STATUTARIA IN
TEMA DI «DISCIPLINA DEL
REFERENDUM CONSULTIVO»
RELAZIONE
Nel marzo scorso il Governo della Repubblica ha rinviato
la legge regionale sulla Disciplina del referendum, in ba-
se all’'argomentazione secondo cui la parte concernente il
referendum consultivo non aveva una base nelle norme
statutarie, mentre il referendum — ai sensi del primo
comma dell'art. 123 della costituzione — costituisce per
quanto riguarda la sua disciplina di principio una riser
di legge statutaria.
Ritenendo necessaria ed urgente l'adozione di una disci-
plina regionale riguardante il referendum abrogativo, il
Consiglio regionale ha nei giorni scorsi riapprovato la
legge rinviata accantonando le norme concernenti il refe-
rendum consultivo, e non entrando cioè a discutere l’as-
sunto del rinvio governativo, fondato su una giurispru-
denza dei supremi collegi pur probabilmente condivisibi-
le ma anche su un’interpretazione dello Statuto regionale
dell’Emilia-Romagna del tutto ed eccessivamente lettera-
le.
Bene d'altro canto ha fatto il Consiglio operando in quel
modo, al fine di dare l'avvio all'emanazione di una legi-
slazione regionale sul referendum abrogativo che non po-
teva essere ritardata. Con questa proposta di legge, tutta-
via, si intende colmare la lacuna della tesi governativa
concernente la riserva di legge statutaria relativamente
al referendum, ma proponendo una lettura e una inter-
pretazione dello Statuto regionale che, nello spirito dei
principi fondamentali della carta costituzionale
emiliano-romagnola, vada al di là della «lettera» delle
norme, che pur non parlano espressamente di referen-
dum consultivo.
Tutte le disposizioni statutarie infatti sono pervase da
una preoccupazione, quasi ossessiva, di favorire al mas-
simo la partecipazione popolare ed è quindi logico inten-
dere che quando l'art. 50 parla di referendum abrogativo
si riferisca anche a quello consultivo. «Se questo — dice-
va il consigliere proponente nel progetto di legge del 12
245
luglio 1979 sulla disciplina del referendum abroge
consultivo — non trova riscentro espresso nella lettera
delle disposizioni dello Statuto, esso è chiaramente volu-
to dalle disposizioni di tutto il suo Titolo IV, oltrechè in-
dubbiamente postulato dai moderni svolgimenti delle so-
cietà regionali».
Per tutto con questa legge non si propone una modifica 0
una aggiunta alle norme dello Statuto, che non ne hanno
bisogno, ma — interessante e rilevante — una legge di
«interpretazione autentica» dello Statuto regionale: una
e cioè deliberata dal Consiglio regionale con la stessa
gioranza (assoluta dei componenti) richiesta dal se-
condo comma dell'art. 123 della Costituzione per lo Sta-
tuto regionale, ma senza che essa debba essere «approva-
ta con legge della repubblica», come per lo Statuto stes-
so. Si tratta cioè di una «legge statutaria» con una certa
similitudine con le leggi costituzionali, con cui il Parla-
mento interpreta autenticamente e integra la Costituzio-
ne
Per quanto concerne il commento ai singoli articoli della
proposta di legge, non sembra necessario dilungarsi, li-
mitandosi a rilevare quanto già indicato in proposito nel-
la relazione al progetto di legge del 12 luglio 1979 curato
dal sottoscritto, e a sottolineare tuttavia particolarmente
che non si è voluta limitare l'iniziativa del referendum
consultivo al Consiglio regionale nel corso dell'emanazio-
ne di provvedimenti di spettanza, ma si è ritenuto demo-
cratico estenderla anche alle popolazioni dell'Emilia-
Romagna.
PROGETTO LEGGE
Art. 1
Il referendum consultivo, quale implicitamente conside-
rato dallo Statuto regionale, è disciplinato dalla presente
legge.
Il Consiglio regionale, prima di procedere all'emanazione
di provvedimenti di spettanza sua o della Giunta, può de-
liberare l’indizione di referendum consultivi delle. popo-
lazioni interessate ai provvedimenti stessi.
246
La deliberazione del Consiglio regionale che indice il re
erendum consultivo deve indicare il quesito e le popola-
zioni interessate.
Sono sempre sottoposte a referendum consultivo delle
popolazioni interessate le proposte concernenti l'istitu-
zione di nuovi Comuni e i mutamenti delle circoscrizioni
comunali. i
| Presidente della Giunta regionale indice con decreto il
referendum consultivo, in seguito alla trasmissione della
deliberazione consiliare da parte dell'Ufficio di presiden-
za del Consiglio regionale.
“a data di effettuazione è fissata a norma delle relative
disposizioni contenute nella lesse regionale sul «Re
rendum abrogativo» della regione Emilia-Romagna ema
nata nel 1980. der
Art. 2
Prima che il Consiglio regionale proceda all'emanazione
di provvedimenti di spettanza sua della Giunta, in pen-
denza dell'esame di atti — legislativi o amministi ativi —
da parte del Consiglio stesso, il referendum consultivo
può altresi essere richiesto dalla popolazione a norma
del primo comma dell'art. 1 della legge resionale di cui
all'articolo precedente. =
Perla richiesta del referendum consultivo popolare e per
tutta la l'ase delle operazioni precedenti lo svolgimento
del referendum stesso valgono in quanto applicabili le
norme degli articoli da 2 a 9 della legge regionale di cui
sopra i
Art.
Lo svolgimento del referendum consultivo ha luoso a
norma degli articoli da 10 a 12 e da 14 a 18 della leese re-
gionale predetta in quanto applicabile. È altresì applica-
bile la norma di cui all'art. 20 della lecce medesima. —
Art. 4
AI referendum consultivo partecipano gli elettori iseritti
nelle liste per le elezioni del Consiglio regionale.
Per le operazioni preelettorali e pel quelle inerenti alla
votazione e alo serutinio, si osservano in quanto applica-
247
bili le disposizioni contenute nel D.P.R. n. 570 del 16 mag-
gio 1960 e successive modificazioni.
Le schede per i referendum consultivi sono fornite dalla
Giunta regionale. In esse è formulato il quesito da sotto-
porre alla consultazione elettorale ed è riportato inte-
gralmente il testo del provvedimento della proposta di
legge sottoposta a referendum.
L'elettore vota tracciando con la matita un segno sulla ri-
sposta da lui prescelta o comunque nello spazio in cui es-
sa è contenuta.
Qualora nello stesso giorno devano svolgersi più referen-
dum all'elettore vengono consegnate più schede di colori
diversi.
Nel caso previsto dal precedente comma l'Ufficio di se-
zione dei referendum osserva pr gli scrutini l'ordine che
indice il referendum.
Art. 5
Il Presidente della Corte d'appello di Bologna, entro 20
rni dalla data del decreto che indice il referendum, de-
signa una Sezione della corte che assume le funzioni di
Ufficio centrale per il referendum popolare consultivo.
I verbali di scrutinio e i relativi allegati sono trasmessi
direttamente all'Ufficio centrale per il referendum dagli
Uff i sezione dei Comuni interessati.
L'Ufficio centrale per il referendum, appena pervenuti i
bali di cui al comma precedente, si riunisce in pubbli-
ca adunanza, facendosi assistere per l'esecuzione mate-
riale dei calcoli da esperti nominati dal Presidente della
Corte d'appello.
Le funzioni di segretario sono esercitate da un consiglie-
re della Corte d'appello.
Di tutte le operazioni viene redatto verbale in tre esem-
plari, uno dei quali è depositato presso la cancelleria del-
la Corte d'appello, unitamente ai ve bali e agli atti tra-
smessi dagli Uffici di sezione rispettivamente al Presi
dente della Giunta regionale e al Presidente del Consiglio
regionale.
Art. 6
Sulla base dei verbali di scrutinio ad esso trasme i, l'Uf-
ficio centrale del referendum consultivo, dopo aver prov
248
veduto al riesame dei voti contestati e provvisoriamente
non assegnati, procede all'accertamento del numer
complessivo degli elettori aventi diritto, del numero Sa
plessivo dei votanti e alla somma dei voti favorevoli e di
quelli contrari alla proposta sottoposta a referendum i
L'Ufficio centrale conclude le operazioni con la pr sl
mazione dei risultati del referendum. ti
Art. 7
2aya > sui reclami relativi alla operazione di vo-
lo e Si scrutinio, eventualmente presentati all'Ufficio
anbale perdi ina consultivo, decide quest’ulti
o, prima di procedere alle operazioni i N 1
no, E ( a perazioni previste dagli ar-
ticoli precedenti. eta
Art. 8
Ù Po adene della Giunta regionale non appena ricevuto
il verbale di cui all'ultimo comma dell'art. 27, ordina la
pubblicazione dei risultati del refer
bbl sulta referendum etti
ufficiale della Regione. ui
Art. 9
Per tutto ciò che non è disciplinato dalla presente legge si
Sesso in quanto applicabili le disposizioni previste
egli artt. 51 e 52 della legge n. 352 del 25 maggio 1970
contenente norme sui referendum previsti dalla Costitu-
zione e sull'iniziativa del popolo. i SEO
Le spese per lo svolgimento delle operazioni attinenti ai
referendum popolari, fanno carico alla Regione SERE
Le spese relative agli adempimenti spettanti ai Comuni
nonchè quelle per le competenze dovute ai compon sa
dei seggi elettorali, sono anticipate dai Comuni e s b ;
sate alla Regione. paga
Agli oneri derivanti dallo svolgimento dei referendum i
dipendenza della presente legge si provvede con sta De
menti da imputarsi ad apposito capitolo di bilancio. si
Art. 10
La presente legge, adottata in via di interpretazione au-
tentica dello Statuto, è approvata a maggioranza assol Ù ta
dei componenti del Consiglio regionale a norma d sla "
condo comma dell'art. 123 della Costituzione ur
249
MMI CORPRENDE QUESTO
RIFLUSSO “MODERATO
MI DEVO ESSER PER-
SO IL FLUSSO PRo-
GRESSISTA.
FINITO DI STAMPARE
DALLA
COOPERATIVA GRAFICA « GUALDI GERMANO » - CARPI